Degli indifferenti da odiare ne abbiamo parlato a iosa. Oggi inauguriamo una nuova categoria: gli incontentabili. Quelli che “compagni il problema è un altro”; quelli che “beh è andata benino, però…”. Gli incontentabili li ritroviamo anche tra i commentatori nostrani del voto in Israele. Per gli incontentabili conta nulla che in elezioni che si erano vieppiù trasformate in un referendum pro o contro Netanyahu, il risultato è 67 a 53. Sessantasette sono i parlamentari del “blocco del cambiamento” e delle due liste dei partiti palestino-israeliani; 53 quelli che sostengono Netanyahu e la sua gang di ministri fascisti.
Ma per gli incontentabili, la matematica è una opinione. Perché per loro il risultato è un altro: 101 a 19. Nei 101 ci sono tutti i parlamentari dei partiti ebraico-israeliani, che gli incontentabili inquadrano nel campo larghissimo delle varie declinazioni della destra. I meno duri sottraggono a quei 101 gli 8 eletti del Democratici di Yair Golan.
Insomma, Bibi o non Bibi in Israele nulla è cambiato e nulla cambierà. E chi lo pensa, lo dice, lo scrive o è sotto sostanze stupefacenti o non capisce niente. Gli incontentabili non ammettono sfumature. Israele è condannato a essere sempre eguale a se stesso, cioè una feroce etnocrazia, uno Stato genocidiale, e questo continuerà ad esserlo anche se Netanyahu dovesse uscire di scena. Perché, sostengono gli incontentabili, Eisenkot non è poi così diverso dal criminale che guida oggi Israele. Beh, magari non sarà un ladro; magari con lui primo ministro non avremo più al governo nazisti 2.0 come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Ma per il resto, nulla cambierà. Perché Eisenkot ha sostenuto la guerra a Gaza, e poi quella contro l’Iran.
Certo, quando è stato in disaccordo con la modalità-sterminio applicata da Netanyahu; quando ha avuto contezza che per Bibi il criminale e la sua gang al potere gli ostaggi in mano ad Hamas erano un problema secondario rispetto alla guerra di annientamento, e chissenefrega se morivano in cattività; quando Eisenkot ha maturato queste convinzioni si è dimesso dal Consiglio ristretto di sicurezza. Anche questo è fuffa? Per gli incontentabili la risposta è Sì. Ed è fuffa anche l’apertura di Eisenkot a un patto di maggioranza con le due liste palestino-israeliane.
Sia chiaro: siamo solo ai primi passi. Eisenkot non ha messo da parte l’idea di un “governo di unità sionista” (caldeggiato dal Presidente Herzog e da Donald Trump); un governo senza l’estrema destra ma anche senza alcuna apertura verso le due liste dei partiti palestino-israeliani. Chi scrive ritiene che una prospettiva di questo genere se praticata sarebbe esiziale per Israele e segnerebbe il suicidio politico del “blocco del cambiamento”. Non c’è poltrona ministeriale che lo giustificherebbe. Yair Golan lo ha detto chiaramente, così come i più autorevoli analisti di Haaretz.
Oggi Eisenkot è a un bivio: può passare alla storia come l’uomo che ha salvato lo stato di diritto e portato a compimento un processo di democratizzazione del Paese, includendo i rappresentanti di una comunità di 1,2 milioni di cittadini israeliani non ebrei, chiamandoli a condividere un programma di governo. Di un governo di cambiamento. A questa opzione Eisenkot ha aperto. Doveva essere più chiaro e netto? Certo che sì. Una trattativa seria non può essere un prendere o lasciare.
La sua è stata solo una mossa a cui non crede ma che ha dovuto fare per dare un contentino ai Democratici e le migliaia di persone che si sono riunite nella Piazza Rabin di Tel Aviv, a scrutinio dei voti concluso, per chiedere ai leader dell’opposizione di non tradire le aspettative che il voto ha evidenziato: farla finita con Netanyahu e la destra fascio-messianica dei Smotrich e dei Ben-Gvir. Siamo solo agli inizi di una partita dall’esito tutt’altro che scontato. Netanyahu farà di tutto per restare al potere. Per lui è questione di sopravvivenza personale. Se viene mandato all’opposizione, dovrà fare i conti con la giustizia e i giudici che lui avrebbe voluto imbavagliare e assoggettare al potere politico, che Netanyahu identifica con se stesso. Farà di tutto, anche scatenare una nuova guerra contro l’Iran, per giustificare un governo di emergenza nazionale con lui alla guida.
Eisenkot non deve cadere nella trappola. Qualsiasi accordo con Netanyahu sarebbe un abbraccio mortale, una occasione storica sprecata miseramente.
Gli incontentabili sanno già come finirà la partita. E magari fanno il tifo perché nulla cambi. Perché tanto quel “cambiamento” possibile sarebbe comunque poca roba, fumo gettato negli occhi del mondo perché creda alla favoletta che senza Netanyahu Israele sarebbe diverso. Anzi, un governo Eisenkot-Netanyahu toglierebbe qualsiasi alibi a quei creduloni che pensano che esista ancora un Israele resiliente, democratico e che magari è pure maggioranza elettorale: la declinazione in salsa israeliana del “tanto peggio, tanto meglio”.
Nessuno, certo non chi scrive, pensa che Eisenkot sia la panacea di tutti i mali israeliani, né che possa essere considerato un “nuovo Rabin”. Se fossi stato cittadino israeliano non avrei votato lui e il suo partito Yashar. Tuttavia, penso che sia l’ultima carta spendibile per dare un barlume di speranza agli israeliani che sognano di vivere in un Paese normale, che pensano che i coloni pogromisti siano dei fuorilegge e non degli eroi di Eretz Israel. Cerro, dentro questa maggioranza quelli che ritengono che a Gaza sia stato commesso un genocidio sono una ristretta, ristrettissima, minoranza, né pensano, dopo il 7 ottobre, che una pace fondata sulla soluzione a due Stati sia all’ordine del giorno. Gadi Eisenkot non è Gideon Levy. E, certo, pur con sottolineature meno enfatiche, sarà sempre a difesa dell’Esercito, dalle cui fila proviene. Ma se riuscisse a realizzare un accordo con i partiti palestino-israeliani la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre vedrebbe finalmente la luce, e a Gaza si aprirebbe uno spiraglio di vita.
Non sarebbe una svolta storica, ma un incoraggiante “nuovo inizio”, questo sì. La guerra eterna di Netanyahu e soci avrebbe un freno, e i ragazzi e le ragazze in divisa non sarebbero carne da macello per il premier più longevo, ed esiziale, nella storia di Israele, da usare per continuare a mantenersi in vita politica.
Gli incontentabili scuotono la testa. Arricciano il naso. Pazienza, ce ne faremo una ragione.