di Antonio Salvati
«Dobbiamo ricostruire ovunque la pace, non preparare altre guerre! La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio!», ha sostenuto Papa Leone XIV attraverso un videomessaggio inviato ai partecipanti all’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi dal 25 al 27 ottobre, a quarant’anni dalla storica giornata di preghiera convocata da Giovanni Paolo II.
L’incontro del 27 ottobre 1986 costituì senza dubbio un ulteriore passo in avanti della spinta venuta dal Concilio Vaticano II nel rapporto tra la Chiesa cattolica e le religioni. Si trattò senz’altro di un evento senza precedenti. La novità consisteva nel fatto che il Papa convocava i leader delle grandi religioni del mondo come sua personale iniziativa. La principale novità consisteva nella modalità di svolgimento, ossia pregare non insieme ma gli uni accanto agli altri mantenendo tutte le differenze, però non più contro o indifferenti agli altri.
Dopo Il 27 ottobre 1986 l’intuizione di Giovanni Paolo II fu raccolta dalla Comunità di Sant’Egidio che aveva collaborato all’organizzazione di Assisi. Del resto, Giovanni Paolo II nel commiato di quel giorno sostenne che «la pace attende i suoi artefici». In poco tempo, Sant’Egidio procedette all’organizzazione di un nuovo incontro dal titolo La preghiera alla radice della pace che si svolse a Roma nell’ottobre del 1987 con la presenza e il sostegno del cardinale Carlo Maria Martini e di Mons. Pietro Rossano, esperto di dialogo con altre religioni. Giovanni Paolo II ricevendo i partecipanti li esortò con forza a continuare.
Così Sant’Egidio ha continuato la preghiera nello “spirito di Assisi” negli anni seguenti, in varie città italiane ed europee e sempre in collaborazione con le diocesi ospitanti. Con una consapevolezza: la pace non è soltanto un’ideale da proclamare, ma una responsabilità da assumere. Con gli anni si è tentato di mettere lo “spirito di Assisi” a confronto con le contraddizioni, le trasformazioni, le sfide della storia che mutava rapidamente: dalle stagioni della guerra fredda allo scenario inquietante delle guerre di oggi.
Alberto Quattrucci nel suo volume Il dialogo guarisce il mondo. 40 anni di incontro tra le religioni (Edizioni Sampino 2026 pp. 240 € 18,00) ha ricostruito la genesi di questi eventi seguiti a quello di Assisi. In qualità di Segretario Generale di “Uomini e Religioni”, l’associazione internazionale fondata dalla Comunità di Sant’Egidio per promuovere il dialogo interreligioso e la pace, Quattrucci narra questa straordinaria avventura caratterizzata da un pellegrinaggio di città in città, giunto quest’anno al suo quarantesimo appuntamento.
Avventura che scaturisce da una consapevolezza: c’è bisogno di incontrarsi, di tessere legami fraterni e di lasciarsi guidare dall’ispirazione divina che abita ogni fede, per immaginare assieme la pace tra tutti i popoli. Shoten Mineghisci, buddista giapponese Soto Zen e caro amico di Quattrucci, un habitué degli incontri di Sant’Egidio, sostiene che essere amici aiuta uomini e donne di religione a non essere rinunciatari o a non cadere nelle trappole della violenza o nelle ragioni dell’impotenza, aggiungendo significativamente che l’uomo religioso rientra in sé e poi va verso l’altro: «noi esseri umani ristagniamo, se non incontriamo gli altri. Il cammino tra le religioni nel dialogo è un mezzo efficace per condurre ogni religione all’autorinnovamento». Abbiamo bisogno – ha detto più volte Papa Francesco – di «spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri». Da allora le diverse comunità religiose si sono maggiormente impegnate nel sensibilizzare i loro fedeli alla pace e nel ridimensionare i conflitti ereditati dal passato. Non si è trattato solo d’incontri al vertice, ma di uno spirito trasmesso ai fedeli nelle situazioni concrete.
Quattrucci non nasconde le difficoltà che ha incontrato il dialogo interreligioso in questi anni, facendo riferimento allo scrupoloso attaccamento a tradizioni religiose «che intendono rimanere sé stesse senza l’altro. Al cuore del problema c’è non solo la necessità di non svendere il proprio credo, di non indulgere in un indistinto embrasssons nous in cui le religioni diventano semplicemente un accento in una marmellata indefinita». In realtà, questi incontri hanno dimostrato che «la solidarietà e il dialogo tra credenti di religioni differenti non passano attraverso la riduzione delle diversità, quasi in un sincretismo alla ricerca di una “super religione”, ma nell’approfondimento diretto e spirituale della propria via religiosa. Le costruzioni sincretistiche hanno rivelato, alla luce dei tempi la loro fragilità religiosa e umana. Non è la sintesi, in questo campo, che unisce, ma la profondità». La storia di questi incontri ha dimostrato che il radicamento nella propria tradizione non chiude necessariamente all’altro, anzi può essere all’origine di un atteggiamento di incontro e di aiuto. Nelle differenti tradizioni religiose esistono, pertanto, le energie per compiere le “opere buone” di comprensione, di pace, di dialogo. Spesso queste energie sono state disprezzate e umiliate da un vissuto poco responsabile e poco spirituale da parte degli stessi credenti. Tuttavia, come sottolinea Quattrucci, il XX secolo con una rapidità crescente, specie dopo la Seconda guerra mondiale, ha conosciuto un’inversione di tendenza.
Come ha sottolineato Andrea Riccardi, nel Novecento nel pensiero e nel vissuto dei cristiani si è avuto un progressivo processo di valorizzazione degli elementi irenici del messaggio cristiano con conseguente distacco dai temi legittimanti il conflitto, come la guerra giusta. Nel XX secolo, il vescovo di Roma ha assunto un forte ministero di pace. Il Papa è – ricorda Riccardi – alla testa di un’entità internazionale diffusa in tanti paesi, che sente la guerra come una propria lacerazione intima e un grande errore storico (anche a partire da quella che Paolo VI chiamò l’esperienza di umanità della Chiesa, cioè la sua coscienza storica). Il papato del Novecento, come mai nei secoli precedenti, si è sentito responsabile di un ministero di pace. La guerra mondiale, per la Chiesa di Roma (che è un’internazionale di popoli diversi, talvolta in conflitto tra loro), è un terreno invivibile. Anche dal suo interno, nel rapporto tra i vari popoli in conflitto, matura un’esigenza improrogabile di cercare la pace. La guerra è una realtà profondamente negativa per la natura di questa “internazionale” di popoli. La Santa Sede, intimamente legata all’impegno per la pace istanza sovranazionale, dà voce a tale coscienza. Per questo promuove il dialogo. Più di sessant’anni fa, papa Paolo VI, nell’agosto 1964, lanciava l’enciclica sul dialogo Ecclesiam Suam, alla base di più mezzo secolo di storia: non più monologo della Chiesa, ma dialogo. La Chiesa vive per l’unità del mondo che si fa non con il dominio ma con il dialogo. Scriveva: «Nessuno è indifferente per il suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia esserlo egli stesso… è incaricata di promuovere nel mondo l’unità, l’amore e la pace». Il papa diceva il suo programma, divenuto quello del Concilio, di Giovanni Paolo II e Assisi, di Francesco e di Leone: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola: la Chiesa si fa messaggio: la Chiesa si fa colloquio». La vita cristiana è un colloquio con tutti.
Alberto Quattrucci ricorda come nel corso di questi incontri per la pace i diversi rappresentanti religiosi si sono assunti la responsabilità davanti al mondo di condannare la violenza e l’odio religioso, de-solidarizzando la propria religione dall’uso fondamentalistico contro l’altro. Accanto agli uomini di religione Sant’Egidio ha voluto coinvolgere anche esponenti delle grandi organizzazioni umanitarie e del pensiero umanista. Non è possibile ricordarli tutti. In particolar modo, Quattrucci si sofferma sulla sua amicizia con Zygmunt Bauman, polacco di origine, nato a Poznan, ebreo e socialista, scampato nei territori sotto il controllo dell’Armata Rossa, e poi nella Polonia del Patto di Varsavia. Ha condotto una vita da profugo e studioso, è stato uno dei maggiori critici del totalitarismo sovietico ed è divenuto noto per essere stato il creatore del concetto di società liquida, un’espressione folgorante e fortunata che descrive come l’incertezza dei tempi moderni trasformi i cittadini in consumatori, smantellando ogni certezza e conducendo appunto ad una vita liquida sempre più frenetica e sempre più sottoposta alle esigenze di adeguarsi alla maggioranza per evitare l’esclusione dal gruppo. Ad Assisi nel 2016, dopo aver incontrato Papa Francesco, disse: «Sono venuto qui ad Assisi (…) per condividere con voi una storia nella speranza che ci sia una luce in fondo al tunnel. Perché a molti sembra che il mondo e la vita siano entrati in un tunnel. Quello che sto per dirvi è che una luce in fondo al tunnel è ancora lontana, il percorso per raggiungere la fine del tunnel è ancora lungo e pericoloso, ma c’è una luce in fondo al tunnel».
Il libro di Quattrucci è decisamente accattivante, anche per le numerose foto in esso contenute (realizzate da Marco Pavani) e per i numerosi interventi raccolti in appendice tenutisi nelle diverse edizioni delle Preghiere per la Pace. Ma soprattutto il libro merita di esser letto per la sua convinzione profonda che lo attraversa dalla prima all’ultima pagina: i credenti possono contribuire alla pace molto più efficacemente di quanto talora credono. Come ha detto Mons. Vincenzo Paglia: «in questi quarant’anni abbiamo toccato con mano la forza debole di pace dei credenti che si è mostrata efficacissima».