L’Apocalisse è arrivata prima del previsto e forse Israele ne trarrà vantaggio
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L’Apocalisse è arrivata prima del previsto e forse Israele ne trarrà vantaggio

La fine degli aiuti militari statunitensi avrà conseguenze significative e immediate. Israele sarà costretto a ridurre le sue attività offensive, bellicose, di conquista, genocidarie e di insediamento.

L’Apocalisse è arrivata prima del previsto e forse Israele ne trarrà vantaggio
Elezioni in Israele
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Novembre 2026 - 15.26


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Di certo, Gideon Levy non è un “governista a tutti i costi”. Semmai è vero l’opposto. Nella sua lunga e prestigiosa vita giornalistica, Gideon non ha mai fatto sconti a nessuno, anche quando al governo non c’erano criminali come Netanyahu o fascisti come Ben-Gvir e Smotrich. Ma la storica firma di Haaretz, non vive sul pianeta Marte, e guarda alla realtà senza paraocchi ideologici. E con la sua consueta nettezza analitica e chiarezza espositiva, scrive un pezzo sul quotidiano progressista di Tel Aviv dal titolo: L’Apocalisse è arrivata prima del previsto e forse Israele ne trarrà vantaggio

Osserva Levy: “Nella sua poesia “Una specie di apocalisse”, Yehuda Amichai ha scritto: “E trasformeranno le spade in aratri e gli aratri in spade, e così via, avanti e indietro” (tradotto dall’ebraico da Chana Bloch e Stephen Mitchell). Martedì l’arrivo dell’apocalisse è stato accelerato, e di molto. Gli Stati Uniti hanno trasformato le spade in aratri tutto d’un colpo: Di notte, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la fine degli aiuti militari a Israele, e al mattino è diventata chiara la portata della vittoria dei Democratici. Molte spade in Israele dovranno ora trasformarsi in aratri. Era da molto tempo che una notizia così positiva e piena di speranza non raggiungeva il Paese. Possiamo solo sperare che il presidente mantenga la parola data. In realtà, possiamo contare sulla nuova maggioranza democratica al Congresso affinché ciò avvenga.

La fine degli aiuti militari statunitensi avrà conseguenze significative e immediate. Israele sarà costretto a ridurre le sue attività offensive, bellicose, di conquista, genocidarie e di insediamento. Non avrà i fondi per sostenerle. Non avrà i fondi per grottesche operazioni di facciata, come l’«operazione» a Hebron appena conclusasi, in cui un imponente contingente militare ha evacuato tre quartieri residenziali, rimanendovi per 11 giorni e trovando ben quattro fucili, il tutto per placare la destra israeliana prima delle elezioni.

Israele sarà costretto a scegliere tra missili intercettori e operazioni di facciata idiote. È improbabile che rimangano fondi sufficienti per mantenere la presenza inutile a Gaza e nel Libano meridionale.

Se la ragione e la saggezza non avranno voce in capitolo, lo farà il denaro. Né sarà possibile continuare a garantire la sicurezza ai coloni durante i loro pogrom. Che paghino di tasca propria per la propria protezione. In una giornata davvero fortunata, non sarà più possibile nemmeno intraprendere un’altra guerra punitiva su vasta scala come quella lanciata dall’esercito israeliano a Gaza il giorno dopo il 7 ottobre.

Israele non potrà più attaccare metà del Medio Oriente e conquistare più territorio di quanto non abbia già fatto, una volta che il Congresso, ora riequilibrato, avrà revocato il proprio sostegno diplomatico. Le Forze di Difesa Israeliane, e lo Stato stesso, saranno costrette a tornare alle loro dimensioni naturali. La distruzione resa possibile dal denaro americano che è affluito in Israele sta volgendo al termine.

Israele cercherà di presentare questo cambiamento come un pericolo per la sicurezza nazionale, una minaccia esistenziale. Sciocchezze. Una parte significativa delle sue attività offensive non solo è superflua, ma anche dannosa. I giorni turbolenti e inquietanti in cui l’esercito imperversava senza controllo sono finiti, e questo è un bene per Israele. Prima di erigere 900 posti di blocco in Cisgiordania, il cui unico scopo è tormentare i palestinesi e assecondare i desideri dei coloni, qualcuno dovrà considerare i costi, in tutti i sensi.

Nessuno crede seriamente che il parziale blocco di tutte le città e i villaggi della Cisgiordania per più di tre anni giovi in qualche modo alla sicurezza israeliana. Ora non sarà più possibile maltrattare le persone senza doverne rendere conto – se non moralmente, almeno economicamente. A partire da martedì, l’esercito si trova di fronte a un mare di debiti.

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Questo è esattamente ciò che sognavamo quando chiedevamo le sanzioni. Coloro che avevano capito che Israele non avrebbe mai smesso di correre verso l’abisso di propria iniziativa, e che avrebbe continuato a parlare esclusivamente il linguaggio della forza militare, concessagli senza limiti né condizioni dal suo generoso benefattore americano, ora dovrebbero rallegrarsi. Non ci aspettavamo che accadesse così in fretta. Ora che le redini saranno strette, il ritmo accelererà ancora di più.

Sarebbe sbagliato dipingere un quadro troppo roseo: tutto ciò avrà un prezzo molto alto per ogni singolo israeliano, ma è l’unica via verso la ripresa. In America, le giovani coppie non dovranno più rinunciare a comprare le uova per «mettere da parte quei sette dollari per uccidere i palestinesi», come nel video di propaganda dei sostenitori di Abdul El-Sayed, il grande vincitore della corsa al Senato del Michigan. La cessazione degli aiuti smentirà queste argomentazioni e smusserà leggermente l’amarezza e l’odio verso Israele, che ne trarrà beneficio.

Agli israeliani non verrà chiesto di fare donazioni all’Idf e, ovviamente, i sistemi difensivi del Paese non subiranno tagli. Ma per mantenere e sviluppare questi sistemi, l’Idf dovrà rinunciare a molte delle sue altre attività, quasi tutte prive di uno scopo significativo. Potrebbe esserci una notizia migliore per Israele?”.

Così Levy. 

Quando “unità” è una parolaccia: perché qualsiasi governo guidato da Netanyahu è un disastro per Israele

Non appena è diventato chiaro che la coalizione di Netanyahu non aveva alcuna possibilità di rimanere al potere dopo i risultati deludenti alle elezioni israeliane, la destra ha improvvisamente scoperto il significato della parola “unità”. Gli stessi opinionisti e politici che, per quattro anni di fila, avevano incitato all’odio contro i propri avversari politici, sono scesi in campo sui media e sui social media invocando un governo di unità nazionale, guidato ovviamente dal grande unificatore, Benjamin Netanyahu. È durata pochi giorni. Il primo ministro ha dichiarato che le sue braccia, rafforzate dal sostegno di una «chiara maggioranza dell’opinione pubblica ebraica», erano tese per formare «un ampio governo nazionale». Ma poi il richiamo del colpo di mano è diventato irresistibile, e i suoi sostenitori hanno iniziato ad accusare gli elettori arabi di brogli elettorali, mentre Netanyahu ha aizzato il capo della sua agenzia di intelligence interna, fin troppo zelante, affinché abbellisse e gonfiasse la menzogna delle «elezioni rubate», ispirata da Trump.

Ora c’è una crisi costituzionale – innescata dal rifiuto della destra di accettare i risultati elettorali – che potrebbe ancora sfociare in una guerra civile. E come se non bastasse, negli ultimi giorni si è verificata una serie di eventi che hanno ulteriormente messo a nudo quanto il governo di Netanyahu si sia basato su manipolazione, opacità, allarmismo e bancarotta strategica.

Il New York Times ha riportato che Israele stava informando i servizi segreti statunitensi del fatto che l’Iran stesse valutando l’uso di armi chimiche. Tale affermazione ha suscitato allarme tra gli israeliani, ma è stata accolta con scetticismo sia dai funzionari statunitensi – che l’hanno vista come una mossa di Netanyahu per spingere il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a riprendere la guerra – sia da fonti della difesa israeliana, che hanno respinto l’imminenza della minaccia.

Poi, a metà della giornata delle elezioni di medio termine, Trump ha annunciato improvvisamente la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele, lamentandosi che fosse stato un «punto di discussione negativo» nella campagna elettorale e rivelando di aver concordato questa mossa con Netanyahu «mesi fa». Il primo ministro non ha ritenuto opportuno informare l’elettorato di un cambiamento così sbalorditivo della situazione prima che si recasse alle urne per un referendum sulla sua leadership? I tre appoggi preelettorali di Trump valevano 7,6 miliardi di dollari?

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Poi ci sono state le stesse elezioni di medio termine, un’ondata blu alimentata dall’aumento del costo della vita negli Stati Uniti (che sia l’estrema destra che l’estrema sinistra hanno attribuito a Israele, sia per via del bilancio degli aiuti militari sia per la guerra contro l’Iran) e dalla crescente disillusione nei confronti di Trump (che Netanyahu ha reso il suo unico protettore).

Ignorando completamente l’intero Partito Democratico e gli ebrei che votano democratico un decennio fa, Netanyahu ha infranto quella che era sempre stata considerata la principale polizza assicurativa strategica di Israele: il sostegno bipartisan degli Stati Uniti, appoggiato dagli ebrei liberali statunitensi. Si è trattato di un abisso che si è approfondito in modo esponenziale a causa delle sue politiche durante la guerra di Gaza e della contemporanea crescita di risonanza dell’ala progressista del partito, che ha accusato Israele di genocidio.

Mentre gli isolazionisti del movimento MAGA, all’altra estremità dello spettro politico statunitense, hanno guadagnato slancio, il risultato dei mandati di Netanyahu è stato un deterioramento generalizzato della posizione di Israele negli Stati Uniti, sia al Congresso che tra l’opinione pubblica americana.

Il vicepresidente JD Vance, probabile candidato repubblicano alle prossime elezioni presidenziali, ha pubblicato mercoledì i quattro cambiamenti politici che allontanerebbero il Partito Repubblicano dalla sua implosione nelle elezioni di medio termine: porre fine alla guerra con l’Iran, concentrarsi sul costo della vita e sull’inflazione, mettere l’America al primo posto e modificare il rapporto degli Stati Uniti con Israele. Non erano solo i teorici della cospirazione a capire che «abbandonare Netanyahu» avrebbe potuto essere la risposta a tutte e quattro le questioni.

Una delle cose su cui gli analisti di dati della nostra parte erano ossessionati era la “composizione”: se l’elettorato fosse abbastanza simile a quello del 2024 da consentire ai repubblicani di vincere. E nonostante i sondaggi indicassero una vittoria schiacciante dei democratici, i dati continuavano a raccontarci la stessa storia: in alcuni stati l’affluenza alle urne era

Anche se “Netanyahu” non è l’unico fattore alla base dell’antisemitismo in ascesa e della tendenza associata a vedere Israele come la causa onnicomprensiva di tutti i mali dell’America, non c’è dubbio che il Netanyahu in carne e ossa abbia fornito agli attori politici – siano essi innatamente ostili o più razionalmente alienati – munizioni per il loro scetticismo sul valore delle relazioni tra Stati Uniti e Israele.

Quale “unità” può esserci con un governo guidato da Netanyahu, il cui bellicismo, razzismo e crudeltà hanno portato Israele a un tale declino nelle sue relazioni strategiche fondamentali, per non parlare della crescente minaccia di sanzioni europee? Con una coalizione con cui nessuna democrazia liberale può affermare di condividere valori fondamentali? Che rifiuta di accettare il risultato delle elezioni e il passaggio pacifico del potere, mentre delegittima – privando di fatto del diritto di voto – gli elettori arabi e mette lo Shin Bet alle calcagna dei leader politici arabi? I cui provocatori protestano contro i comizi a favore di una coalizione ebraico-araba dicendo agli attivisti: «Vi rimanderemo ad Auschwitz, Birkenau e Sobibor»?

Non sorprende affatto che il blocco anti-Netanyahu abbia intuito fin dall’inizio il vuoto morale e politico dell’idea di un governo di «unità». Il leader del blocco, Gadi Eisenkot, ha ribadito la sua posizione una settimana prima delle elezioni su Channel 12, quando ha detto no a un governo di unità nazionale e all’idea correlata di una rotazione della carica di primo ministro: «L’ho detto centinaia di volte», ha osservato, «che chiunque fosse al potere il 7 ottobre “non è degno di un ruolo di leadership… Non farò parte di un governo di Netanyahu in nessun caso, punto e basta”». Questa settimana ha accusato Netanyahu di un «pogrom contro la democrazia».

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Ma ci sono due figure di spicco che si oppongono all’idea di un governo di unità nazionale. Uno è l’influente commentatore televisivo Amit Segal, la cui attività di opinionista si estende fino a fornire consulenza diretta ai più stretti collaboratori di Netanyahu in materia di politica e discorsi pubblici. Segal ha cercato di trasformare il fieno in oro per il primo ministro ad interim chiedendo un governo di unità nazionale proprio a causa della disastrosa posizione di Israele a Washington, un vero e proprio caso in cui si chiede al piromane di spegnere l’incendio che lui stesso ha appiccato.

L’altro sostenitore ha, purtroppo, un ruolo previsto dalla legge nella formazione del prossimo governo. Il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, è eccessivamente concentrato su quella che considera la necessaria «stabilità» di un governo di unità nazionale, e tale desiderio è evidente nelle sue consultazioni in diretta streaming con ciascun partito politico, al termine delle quali inviterà il leader di un partito a formare il governo.

Da anni sogna di essere il grande pacificatore nazionale: in vista delle elezioni dell’ottobre 2022, stava già trasmettendo quelle vibrazioni, prima che la coalizione di estrema destra più radicale che Israele abbia mai avuto venisse eletta e mandasse in frantumi le sue aspirazioni. Ora, sente di avere una seconda possibilità.

Guardare la diretta streaming è come osservare un delirante kumsitz nazionale, con Herzog che cerca di strappare un «kumbaya» ai partiti di estrema destra suprematisti ebrei e ultraortodossi. In particolare, come ha osservato il mio collega Anshel Pfeffer, il padre di Herzog, Chaim, anch’egli presidente, si rifiutò di convocare Meir Kahane per le consultazioni dopo le elezioni del 1984, ma Isaac ha invitato gli eredi di Kahane a farlo. Anche quando il presidente è costretto a contestare i kahanisti per avergli detto in faccia che i partiti arabi non sono legittimi e che gli arabi volevano prendere il controllo dello Stato «con il pretesto della democrazia», il suo tono pacato indebolisce il rimprovero.

È difficile considerare Herzog un mediatore imparziale, quando proprio questa settimana ha riservato lo stesso rispetto al capo dello Shin Bet David Zini e al procuratore generale, che aveva frenato il colpo di mano degli agenti segreti di Zini. È difficile fare affidamento sulla posizione «apartitica» di Herzog quando, a settembre e all’improvviso, ha concesso la grazia a Elor Azariah, il soldato delle IDF che ha ucciso a colpi d’arma da fuoco un aggressore palestinese ormai inoffensivo, diventando così l’eroe della destra.

Il messaggio finale pre-elettorale di Netanyahu è stato che, se non avesse guidato il prossimo governo, non ci sarebbero più stati né Israele né gli israeliani, perché gli arabi si sarebbero impadroniti dello Stato e gli iraniani ci avrebbero inceneriti tutti in un Armageddon nucleare (la cronologia esatta non era chiara).

Mercoledì ha fatto l’impossibile: ha alzato la posta in gioco, annunciando che solo un «ampio governo nazionale guidato dal Likud, sotto la mia guida» avrebbe potuto impedire un annientamento politico-spirituale da parte dell’«Islam estremista» – un termine composito che include l’Iran, Hamas e i partiti arabi israeliani – che vuole «distruggerci dall’interno: le nostre stesse anime». Solo complici, sciocchi o demagoghi potrebbero avallare l’unità con un narcisista così totalizzante e pericoloso.

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