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Israele, il tecno-colono contro il premier-autocrate. E la sinistra in rotta s'interroga sul "male minore"

Alle elezioni la partita vera si gioca a destra, pur di decretare la fine dell’era Netanyahu, si può sostenere un giovane rampante, tecno-colono milionario, ultranzionalista? 

Naftali Bennett e Netanyahu
Naftali Bennett e Netanyahu

Umberto De Giovannangeli

10 Marzo 2021 - 15.57


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C’è un vecchio assunto che spesso è di aiuto per capire meglio scelte di politica, di diplomazia, di guerra. L’assunto celeberrimo è: “Il nemico del mio nemico è mio amico”.

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Un adagio che può tornare utile per leggere la politica israeliana a tredici giorni dal voto. Riassumiamola così: posto che la partita vera si gioca a destra, pur di decretare la fine dell’era Netanyahu, si può sostenere un giovane rampante, tecno-colono milionario, ultranzionalista? 

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Per capirci meglio, nel lungo viaggio intrapreso da Globalist nell’Israele al voto, in questa tappa di avvicinamento ci avvaliamo del contributo di due firme di Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv

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Naftali vs Bibi

Iniziamo con Chaim Levinson: “Due politici vorrebbero che il blocco di destra-ultra-ortodosso ottenesse la maggioranza alla Knesset nelle prossime elezioni in Israele. Uno è il primo ministro Benjamin Netanyahu. L’altro, e non in misura minore, è il presidente di Yamina Naftali Bennett, perché ritiene che questo esito gli dà una reale possibilità di ottenere il posto di primo ministro. Il suo piano è semplice. Se il suo partito fornisce i seggi di cui Netanyahu ha bisogno per poter formare una coalizione di governo, andrà dai leader del blocco anti-Netanyahu – Yair Lapid, Gideon Sa’ar, Avigdor Lieberman, Merav Michaeli e Nitzan Horowitz – e li convincerà a farlo diventare primo ministro minacciando che se non lo faranno, appoggerà Netanyahu. Se ci riesce, vuole ripetere il colpo che ha messo a segno alla fine del 2019, quando Netanyahu lo nominò ministro della Difesa per paura che altrimenti avrebbe appoggiato il presidente di Kahol Lavan, Benny Gantz. Ma questa volta, Bennett punta ancora più in alto. Bennett intende proporre di guidare un governo di emergenza che si concentri sul coronavirus e sulla crisi economica, astenendosi dal trattare questioni controverse. Egli sostiene che un tale governo metterebbe fine al dominio di Netanyahu, ‘riporterebbe il paese alla sanità mentale’ e permetterebbe alle prossime elezioni di ruotare intorno a ideologie concorrenti piuttosto che a un solo uomo.

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Egli è convinto che questa proposta sarà accettabile per i capi di tutti i partiti anti-Netanyahu, compresa la sinistra di Meretz, poiché se Meretz – che alcuni sondaggi hanno mostrato non ottenere abbastanza voti per entrare nella Knesset – riuscirà comunque ad entrare, l’ultima cosa che vorrà saranno altre elezioni. Come Haaretz ha precedentemente riportato, Bennett ha recentemente detto in una conversazione privata che ‘Israele ha avuto coalizioni più complicate di questa prima’.

Finora, Bennett è stato attento ad evitare di affiliarsi al blocco pro-Netanyahu o a quello anti-Netanyahu e si è rifiutato di dire se si unirebbe o meno ad un governo guidato da Netanyahu. Ma a giudicare dall’esperienza passata, avrebbe problemi a mandare Netanyahu all’opposizione per paura che i suoi elettori non gli perdonerebbero mai di aver impedito la creazione di un governo di destra. Tuttavia, persone vicine a lui dicono che ora è determinato a sfuggire all’ombra di Netanyahu e a smettere di essere il ‘fustigatore’ del primo ministro, come il capo del partito del Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich, lo ha chiamato una volta.

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L’ostacolo principale al piano di Bennett è che i sondaggi attualmente non mostrano i risultati che lui vuole. Da quando le liste di partito sono state formalizzate il mese scorso, i media hanno condotto 23 sondaggi, ma solo due di essi mostravano che il blocco di Netanyahu, incluso Yamina, otteneva i 61 seggi necessari. Al contrario, 20 sondaggi prevedevano che il blocco anti-Netanyahu – incluso Yamina ma esclusa la Joint List degli arabi – avrebbe conquistato la maggioranza della Knesset.

Il restante sondaggio, pubblicato su Israel Hayom questo fine settimana, ha rilevato che la Lista Araba Unita entrerebbe nella Knesset e la Joint List otterrebbe 10 seggi, con il risultato che nessuno dei due blocchi avrebbe la maggioranza. Se ciò accadesse, nessuna delle due parti sarebbe in grado di formare una coalizione di governo senza il sostegno di un partito arabo, o almeno la sua astensione. E questo metterebbe a dura prova la promessa di Bennett di evitare altre elezioni”.

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Naftali in trincea

 Bennett è il “nuovo eroe” estremista, il “tecno colono” diventato uno degli uomini più ricchi d’Israele dopo aver venduto, nel 2006, per 145 milioni di dollari, la “Cyota” una compagnia informatica contro le frodi, che il giovane Naftali, allora ventiquattrenne, aveva fondato nel 1996. 

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Bennett è l’immagine riuscita, del “Falco” del Terzo Millennio, di fronte al quale anche il “duro” Netanyahu sembra trasformarsi in una “colomba”. Anche i suoi più acerrimi avversari gli riconoscono la capacità di aver saputo coniugare modernità (tecnica e linguaggio della comunicazione ) e tradizione (contenuti e riferimenti storico-ideologici). E su questa base si è spinto a evocare “una Primavera dei valori ebraici”, conquistando consensi anche tra i giovani laici di Tel Aviv. Non può fare a meno della sua “appendice tecnologica”, l’iphone, Nei suoi discorsi, ama citare una massima di Roosevelt: “Parla con dolcezza e portati dietro un grosso bastone”. Sul futuro degli insediamenti, Bennett ha idee molto chiare, che esprime senza girare intorno al concetto: “Non possiamo esistere senza la Giudea e la Samaria (il nome biblico della Cisgiordania, ndr)”. Il suo piano è di annettere il 60% della Cisgiordania (la parte attualmente sotto controllo israeliano) offrendo ai 50 mila palestinesi che vi risiedono la scelta tra la cittadinanza o andarsene.

il “tecno-colono” è stato dei più tenaci ispiratori della contesta legge su “Israele, Stato della nazione ebraica. Durante l’infuocato dibattito parlamentare, aveva rimarcato che “la determinazione paga”. “Ai nostri amici dell’opposizione che si sono mostrati sorpresi che un governo nazionalista abbia passato una legge a beneficio degli insediamenti vogliamo dire che questa è la democrazia”, aveva tagliato corto Bennet.

Per lui una cosa è certa: “Non c’è spazio nella nostra piccola ma stupenda terra dataci da Dio, per un altro Stato”, aveva scandito Bennett ”, nel suo primo discorso alla Knesset (12 febbraio 2013), Da soldato, ha affermato guardando dritto negli occhi il suo intervistatore in un noto talk show televisivo israeliano, “disobbedirei all’ordine di sgomberare un insediamento”. E a dirlo, è uno che ha alle spalle il grado di capitano nelle unità di élite, Sayeret Matkal e Maglan, dell’esercito israeliano .

Non conosce mezze misure, il “tecno-ministro”. Per lui ogni mezzo è lecito se è funzionale a perseguire l’obiettivo supremo: colonizzare e impedire la nascita di uno Stato palestinese sovrano e con un territorio omogeneo, anche se minuscolo. “Rispetto alle idee di cui Bennett è portatore, Marine Le Pen appare una pericolosa gauchiste”, disse a chi scrive Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano, recentemente scomparso –  storici israeliani. “A preoccuparmi – aggiunge – è la sua ostilità verso gli arabi. Quelli come Bennett odiano profondamente gli arabi, in un modo che non consente la coesistenza”. “Nella società israeliana gli imprenditori del settore high tech come lui sono i nuovi modelli, quello che una volta erano i militari”, rimarca Tal Schneider, ex corrispondente di Maariv, che cura il blog politico Plog. “Dalla sua ha il fatto d’essere un volto nuovo. Ma molti non si curano di capire che dietro quella faccia gentile c’è una soluzione dura e miserabile, che va contro le risoluzioni Onu ed è inaccettabile per il mondo”.

Ancora più duro è il giudizio su Bennett dato dall’ex ministra della Giustizia Tzipi Livni, quando accusò  Bennett di essere l’istigatore dei coloni, fautore di un disegno sistematizzato in cui i più ortodossi tra gli ebrei vengono mandati a vivere nei Territori palestinesi per “riconquistarli”.

Ingoiare il rospo

Il testimone in questa staffetta di analisti passa ora a Odeh Bisharat.

“Si può dire che il politico più pericoloso della politica israeliana è il primo ministro Benjamin Netanyahu. Si potrebbe anche dire che Netanyahu è più pericoloso di Donald Trump. Almeno Trump non perseguitava i democratici del Congresso per attirarli nel suo campo. Ma agitare, corrompere e governare è la linfa vitale della dottrina di Netanyahu. Netanyahu non ha semplicemente adottato una politica di divide et impera, l’essenza del colonialismo, ma l’ha potenziata, anche contro il suo stesso popolo. È riuscito a scatenare controversie all’interno e ad abbattere quasi tutte le istituzioni di partito che lo ostacolavano. Identifica il punto debole del suo rivale, applica la pressione e il resto è storia.

Ehud Barak che era l’anello debole del suo partito, è evaporato dopo la sua defezione e il suo partito, il Labour, è rimasto sanguinante. Kadima, che una volta era un partito di governo, non esiste più a causa di Netanyahu. Anche i partiti che erano ‘tutti in famiglia’ hanno ricevuto lo stesso trattamento devoto; uno di loro, guidato da Naftali Bennett, non ha superato la soglia elettorale nelle elezioni di aprile 2019. Infine, è stato il turno degli arabi. Netanyahu ha valutato che l’anello debole è la Lista Araba Unita, e che potrebbe essere tirata fuori dalla Joint List. Se c’è bisogno, si spingerà fino a Hezbollah, forse anche a Teheran. Il poeta Muthaffar al-Nawab ha scritto di un prigioniero che è stato ‘gettato in una cantina buia in cui gli scorpioni si sospettano a vicenda’. Questa è la situazione ora. Il sistema politico qui è come una prigione piena di scorpioni. Dopo che Netanyahu ha gettato i semi della sfiducia nelle forze dell’ordine e nei media, e dopo una serie di rotture generate nei partiti rivali – il cui apice è stato la frantumazione del Kahol Lavan in pezzi – la fiducia nel sistema dei partiti è stata fondamentalmente minata.

Dopo l’ondata di defezioni che abbiamo visto, chi può assicurare agli elettori che un partito che difende i ‘neri’ non passerà improvvisamente dalla parte dei ‘bianchi’? Chi può assicurare agli elettori che un partito ‘anti-Bibi’ non diventi ‘pro-Bibi’ nel momento cruciale? Questo è il contributo catastrofico di Netanyahu alla politica israeliana: tutti sospettano di tutti.

Ecco perché la tendenza di oggi a dichiarare che Netanyahu e i suoi rivali sono tutti uguali è pericolosa. Da lontano la montagna può sembrare la stessa, ma quando ci si avvicina si vede che da una parte c’è del verde mentre l’altra è sterile. L’azione politica è costruita sulla capacità di discernere le differenze, anche le più piccole, nello schieramento politico, e di lavorare per isolare gli elementi nocivi.

Netanyahu è l’elemento nocivo per eccellenza. A parte i suoi istinti divisivi, è l’architetto della campagna d’odio, sia contro gli arabi che contro i suoi avversari ebrei, e ci sono infiniti esempi di questo. Dovremmo ricordare che la legge su Israele Stato degli Ebrei  è stata approvata per soli sette voti, e Netanyahu era in prima linea nella campagna per legiferare. Ad opporsi c’era una coalizione ebreo-araba che è divisa su molte questioni, ma che era unita contro questa legge scellerata. Se è così, come potete mettere tutti i partiti in un solo cesto?

Concludiamo raccontando come le’nostre forze’ sono passate venerdì attraverso Umm el-Fahm. Il risultato sono stati decine di feriti e arrestati; tra i feriti c’erano il sindaco Samir Mahamid e il parlamentare Yousef Jabareen. Questo è lo spirito del comandante, che dichiara il suo amore ardente per gli arabi e allo stesso tempo invia ‘le nostre forze’ per dimostrare la natura del suo amore.

E anche mentre affoga gli arabi nel suo miele virale, stende il tappeto rosso agli eredi di Meir Kahane, in viaggio verso i corridoi del potere. Quando inizieranno ad attuare i loro piani per espellere gli arabi, si può supporre che qualche lacrima scenderà dagli occhi dell’uomo dal cuore tenero”.

E in tutto questo, la sinistra? Semplicemente, non esiste. O per dirla meglio, è ridotta a giocare un ruolo di sponda, lacerata nel dilemma di quale sia il “male minore” tra il tecno-colono e il premier-autocrate. Che brutta fine. 

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