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Oddati: "Cultura e pensiero progressiste e comunitario: così nascerà il nuovo Pd

Parla Nicola Oddati coordinatore della segreteria nazionale del Partito democratico e responsabile Cultura e iniziativa politica, considerato uno dei dirigenti dem più vicini al segretario Zingaretti.

Nicola Oddati
Nicola Oddati

Umberto De Giovannangeli

5 Novembre 2020 - 15.32


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Non scioglierlo ma rinnovarlo profondamente, in cultura politica e nelle forme di organizzazione. E’ il Pd del futuro, “targato” Nicola Zingaretti. A parlarne con Globalist è Nicola Oddati, coordinatore della segreteria nazionale del Partito democratico e responsabile Cultura e iniziativa politica, considerato uno dei dirigenti dem più vicini al segretario Nicola Zingaretti.

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Sostiene Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd in una intervista: “Per alcuni il Pd è nato tardi, per latri troppo presto. Io la penso come il mio amico Provenzano, più semplicemente è nato male. C’è chi lo ha vissuto come una scialuppa per conservare una rendita di posizione, chi ne ha banalizzato radici e ragioni, chi ne ha fatto un mito a prescindere”. E’una lettura troppo impietosa?

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La riflessione di Cuperlo contiene molti elementi di fondatezza. E’ evidente che ci sono state diverse letture, diverse interpretazioni e motivazioni alla base della nascita di questo partito e anche alla base dell’adesione che poi ciascun dirigente politico, ciascun militante ha dato a questo partito.

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Però guardando a ritroso, fondamentalmente si avvertiva il bisogno, attraverso il Pd, di salvare una storia politica italiana provando a proiettarla verso il futuro e a cambiarla. E probabilmente se non si fosse fatta una scelta di questo tipo, l’avremmo semplicemente spenta.

Abbiamo visto quanto può essere potente, in alcuni momenti potentissima, la spinta populista e quanto la pars destruens possa essere a volte impetuosa e quanto sia difficile costruire. Io credo che il Partito democratico, con tutte le sue contraddizioni, sia stato un argine democratico all’avanzare delle destre in Italia e nel complesso abbia avuto un ruolo positivo quando abbiamo potuto governare. In questa crisi drammatica che stiamo vivendo, abbiamo la spinta per cercare di ricostruire un pensiero critico nuovo, e una identità, anche teorica, per affrontare la crisi drammatica determinata dal Covid-19. Qui vedo una grande possibilità per una forza come il Partito democratico.

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Tu fai riferimento al momento drammatico che attraversa il Paese, e l’intero pianeta, dentro una crisi pandemica tutt’altro che debellata. La dico un po’ brutalmente: un partito come il Pd, che è uno dei pilastri del governo Conte II, può accettare che salute e libertà siamo vissuti come due diritti in conflitto, tra loro inconciliabili?

Questo è un tema molto complesso da affrontare. Innanzitutto non dobbiamo confondere la libertà con la libertà di ammalarsi e di contagiare gli altri. In nessuno degli atti di restrizione e di limitazione della libertà di circolazione, di movimento, di contatto sociale che il Governo è costretto a mettere in atto, c’è alcuna volontà che vada in questa direzione. Nessuno vorrebbe farlo.

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Non c’è un pensiero che porta a ritenere che sia meglio non vedersi, non toccarsi e non circolare piuttosto che farlo.

Al contrario, sappiamo tutti che questa è una maledetta necessità imposta da un nemico potente, invisibile e ancora, purtroppo, sconosciuto. E se vogliamo preservare la salute delle persone a cui vogliamo bene, la salute di ognuno di noi, dobbiamo adottare stili di vita e di comportamento che nessuno di noi vorrebbe adottare e che era impensabile perfino immaginare fino a qualche mese fa. Io non vedo in questo una contraddizione. Vedo semmai un’altra cosa, a mio avviso molto interessante…

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Vale a dire?

Se da un lato la risposta, da un punto di vista dei comportamenti e degli stili di vita, deve essere necessariamente restrittiva, tesa a limitare la libertà di ciascuno di noi, del cittadino comune come di chi quelle decisioni le ha dovute assumere, in questo scenario è completamente cambiato l’approccio di risposta ai problemi sociali ed economici di questa crisi. Ho visto con molto interesse che anche Gianni Cuperlo nella sua intervista, ha citato due premi Nobel, Abhijit Vinayak Banerjee ed  Esther Duflo e il loro libro, Una buona economia per tempi difficili, dove ci sono suggestioni interessanti che sarebbe bene che una forza di sinistra, progressista, come la nostra dovrebbe riprendere.

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Quel libro, ad esempio, parla apertamente di una sorta di reddito universale, ultra basilare, che può andare bene sia per le società in via di sviluppo sia per le economie più avanzate; cita a un certo punto la cosiddetta “flesicurezza” attuata  dai danesi, cioè flessibilità estrema nei rapporti di lavoro, però se uno perde il lavoro viene immediatamente protetto dalla Stato e quindi la perdita del lavoro non diventa un elemento così drammatico, e tutto ciò ci spinge a ragionare su una sorta di keynesismo per il bene comune, facendo in modo che vengano finanziate  la ricerca, la scuola, le attività di cura per gli anziani, i piani d’inserimento per l’infanzia, tutte attività molto utili che però non hanno una remunerazione immediata, e che hanno molto lavoro vivo a differenza della produzione industriale che finisce per avere sempre  meno con la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale lavoro incorporato.

Mi fa piacere che si citi questo testo, ma forse il testo che dovremmo riprendere tutti in mano è La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, perché la risposta che un po’ tutti stanno dando, l’Italia, l’Europa e anche Paesi che sono stati alfieri del neoliberismo nei decenni scorsi, è una risposta indubbiamente espansiva. Come vediamo, abbiamo norme restrittive che limitano la nostra libertà personale che però sono temporanee, però dall’altro lato abbiamo una risposta di economia politica e di politica sociale che rivoluziona tutto quello che è avvenuto dopo la caduta del muro di Berlino e per lunghissimo tempo. Vorrei ricordare che quando nel 2008 ci fu il crollo della Lehman Brothers  e il fallimento dell’economia finanziaria che dominava in quel tempo, la risposta non fu espansiva, fu restrittiva, fu di difesa e di protezione, fu tecnocratica. Adesso no. Questo forse ci permette, se guardiamo in una prospettiva un po’ più ampia, anche di ricostruire un pensiero critico per la sinistra e un profilo, un obiettivo per le forze progressiste. Io chiamo tutto questo la fondazione di un pensiero progressista e comunitario, cioè che mette insieme la crescita sociale e il bisogno di andare avanti, col bisogno di tenere unita e legata una comunità e dentro di essa ci sono le persone, e le persone vanno aiutate, ognuna con la propria specificità a vivere dentro una fase di trasformazione e di cambiamento senza essere abbandonate.

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