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Yaeli Lapid la figlia autistica del premier israeliano e i bimbi ingabbiati di Gaza

Il premier Yair Lapid ha commosso le persone all'Onu parlando della figlia. Ma se si tratta dei bambini palestinesi la pietà scompare

Yaeli Lapid la figlia autistica del premier israeliano e i bimbi ingabbiati di Gaza
Il premier israeliano Lapid

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

25 Settembre 2022 - 14.43


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La storia di Yaeli, i bimbi in gabbia di Gaza. E il discorso del primo ministro d’Israele all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ne scrive l’icona vivente del giornalismo radical israeliano: Gideon Levy.

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La storia di Yaeli e i bimbi ingabbiati di Gaza

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Scrive Levy su Haaretz: “Il Primo Ministro Yair Lapid ha una figlia con esigenze speciali. Si chiama Yaeli ed è autistica. Lapid ha parlato di lei nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York giovedì. È sempre commovente sentire un padre parlare calorosamente della propria figlia, soprattutto se si tratta di una persona con bisogni speciali, ed è positivo che il Lapid degli ultimi anni non abbia cercato di nasconderla, contribuendo così ad aumentare la consapevolezza dell’autismo.

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Ma c’è un contesto in cui Lapid non dovrebbe farlo, il contesto in cui ha fatto un uso cinico e manipolatorio della sua Yaeli, il contesto che lo mostra privo di autocoscienza nel migliore dei casi e di coscienza nel peggiore: nel suo discorso, Lapid ha brandito Yaeli per mostrare quanto sia miserabile lui e quanto miserabile sia la posizione in cui si trovano gli israeliani. L’anno scorso ha dovuto correre con lei in un rifugio antiatomico alle 3 del mattino. “Tutti coloro che predicano l’importanza della pace sono invitati a provare a correre in un rifugio antiatomico alle 3 del mattino con una ragazza che non parla. Per spiegarle, senza parole, perché c’è chi vuole ucciderla”, ha detto Lapid al mondo, come un mendicante che mostra il moncone del suo arto amputato. Vogliono uccidere Yaeli. Lapid vuole evocare lacrime e compassione. Questo potrebbe funzionare in un centro anziani ebraico di Fort Lauderdale, in Florida, ma non può più funzionare con persone serie che conoscono la realtà.
Yaeli è dovuta correre al rifugio dopo che, 15 anni fa, Israele ha messo in una terribile gabbia tutti i bambini della Striscia di Gaza, compresi quelli con bisogni speciali. È difficile correre con un bambino autistico verso un rifugio, ma in questo caso non è lei la vittima. Il suo destino è irrilevante, mentre intorno a lei ci sono vittime che stanno immensamente peggio. Non sono vittime del destino, come Yaeli, ma piuttosto vittime dello Stato guidato da suo padre. Suo padre non ha fatto nulla finora per garantire che soffrano meno o che Yaeli non debba correre al rifugio. Mentre i genitori di Yaeli la portavano in un rifugio a Ramat Aviv Gimel, gli aerei israeliani bombardavano Gaza. Mentre Yaeli era nel rifugio, i bambini di Gaza non avevano un posto dove scappare e nessuno che li proteggesse. Sono rimasti esposti alle bombe che cadevano sulle loro teste. Israele ha ucciso 68 bambini, l’equivalente di due aule scolastiche sovraffollate, nell’operazione “Guardian of the Walls”, criminale come le precedenti e quelle successive, su ordine di suo padre. Come può un primo ministro israeliano presentarsi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e lamentarsi della sorte di sua figlia, mentre il suo paese fa quello che sta facendo ai bambini di Gaza da 15 anni, 55 anni, 70 anni? Come può parlare di Yaeli e ignorare la sorte di Uday Salah, 17 anni, più giovane di Yaeli, ucciso da un tiratore scelto dell’Idf con un proiettile alla testa e uno al cuore?


Come osa lamentarsi del fatto che Malak al-Tanani sia stata uccisa dal fuoco dell’Idf l’anno scorso, e poi si è scoperto che non era così – mentre l’Idf mente ancora e ancora per eludere la sua responsabilità per i crimini di guerra – dall’uccisione di un uomo di 80 anni a Jaljulya all’uccisione di cinque bambini a Jabalya, uno dei quali aveva solo 3 anni, nell’operazione Guardian of the Walls, all’uccisione della giornalista Shireen Abu Akleh. E come può Lapid salire sul palco dell’Assemblea Generale e affermare con pathos che “Questo edificio è silenzioso”, mentre il suo Paese è tra i più vergognosamente silenziosi al mondo quando si tratta dell’invasione russa dell’Ucraina? Lapid ha tenuto un bel discorso, un’altra colonna da attaccare alla porta del frigorifero, e questa volta con un accento britannico. Ha scelto di parlare di pace e di casa, invece che di pericolo e di guerra come il suo predecessore, e per questo va lodato. Ma quando si parla in modo avulso dalla realtà, si nega l’occupazione e si predica la moralità agli altri, la chutzpah è insopportabile, ed è impossibile non vergognarsi e non vergognarsi che questo sia il proprio primo ministro.

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È stata dura con Yaeli nel rifugio, ma i bambini di Gaza possono solo sognare quello che Yaeli ha. La colpa principale è dello Stato che suo padre dirige, nel quale simboleggia persino – incredibilmente – la moderazione e la speranza”.

Fin qui Levy.
Infanzia negata

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Dopo 15 anni di vita sotto blocco, nella Striscia di Gaza, quattro bambini su cinque dichiarano di soffrire di depressione, angoscia e paura.Sono questi i risultati delRapporto “Intrappolati”, diffusorecentemente da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini e garantire loro un futuro. La ricerca ha rilevato che il benessere mentale di bambini, giovani e operatori sanitari nell’area è notevolmente peggiorato negli anni. I bambiniche segnalano disagio emotivo a Gaza, infatti, sono l’80%, in netto aumento rispetto al 55% del 2018, quando è stato realizzato uno studio simile. Questi dati mostrano, ancora una volta, come la situazione attuale abbia un impatto profondamente negativo sul benessere dei bambini e sulla loro speranza in un futuro migliore.
 Il rapporto “Intrappolati”, ha rilevato un considerevole aumento di bambini che hanno riferito di sentirsi spaventati (84% rispetto al 50% del 2018), nervosi (80% rispetto al 55%), tristi o depressi (77% rispetto al 62%) e in lutto (78% contro 55%). Più della metà di loro ha pensato al suicidio (il 55% di loro) e tre su cinque hanno commesso atti di autolesionismo (59%).
 Save the Children chiede che il governo di Israele revochi il blocco della Striscia di Gaza e che le autorità locali, la comunità internazionale e i donatori sostengano il rapido rafforzamento dei servizi di protezione per l’infanzia e di supporto per la salute mentale.


Negli ultimi 15 anni, i bambini nella Striscia di Gaza sono stati vittime di sei eventi che hanno avuto un impatto devastante su di loro: stiamo parlando di cinque picchi di violenza a cui si aggiunge la pandemia da Covid-19, che oltre al blocco terrestre, aereo e marittimo imposto dal governo di Israele limita la loro vita. Dei due milioni di abitanti di Gaza, il 47% è costituito da bambini e più di 800mila di loro non hanno mai conosciuto una vita senza blocco

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Oltre ai danni fisici, alla privazione economica e alla mancanza di accesso a servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, secondo il rapporto di Save the Children, il blocco ha generato una profonda emergenza sulla salute mentale di bambine, bambini e adolescenti.

Amr, 14 anni, ricorda ancora il terrore che ha provato durante l’escalation di violenza dell’anno scorso: “Di notte non riuscivo a dormire perché avevo gli incubi. Avevo davvero paura che avrebbero bombardato la nostra casa o avrebbero bombardato di nuovo i nostri vicini. Ero terrorizzato. Raccontavo a mio padre degli incubi e lui mi rassicurava dicendomi che non sarebbe accaduto. Poi tornavo a letto e cercavo di dormire di nuovo”.
I genitori o caregiver che hanno partecipato alla raccolta dati dell’Organizzazione, hanno sottolineato che il 79% dei bambini e degli adolescenti hanno avuto un aumento degli episodi di enuresi notturna rispetto agli scorsi anni e il 78% che i propri figli spesso non hanno completato i compiti. Circa il 59% di loro ha affermato che c’è stata una crescita del numero di minori che hanno difficoltà nel linguaggio e nella comunicazione, o che soffrono di mutismo reattivo temporaneo, un sintomo che è conseguenza di traumi o abusi. Come sottolinea Save the Children, tutti questi aspetti hanno un enorme impatto, sia nell’immediato che a lungo termine, sullo sviluppo, l’apprendimento e l’interazione sociale di bambine, bambini e adolescenti.  Secondo il rapporto “Intrappolati”, gli stessi genitori e caregiver stanno sperimentando livelli più elevati di stress emotivo e il 96% di loro riferisce di sentirsi infelice e costantemente ansioso. “I bambini di Gaza con cui abbiamo parlato per questo realizzare questo rapporto, hanno raccontato di vivere in un perenne stato di paura, preoccupazione, tristezza e sofferenza, in attesa che scoppi il prossimo round di violenza e che si sentono incapaci di dormire o di concentrarsi. L’evidenza fisica del loro disagio, con enuresi notturna, perdita della capacità di parlare o di completare i compiti di base, è scioccante e dovrebbe servire da campanello d’allarme per la comunità internazionale”, dichiara JasonLee, Country Director di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati.
“Già cinque anni fa, genitori e caregiver ci dicevano che la loro capacità di sostenere i propri figli era al limite a causa del blocco, della povertà cronica e dell’insicurezza e che molto probabilmente sarebbe stata completamente annullata in caso di un altro conflitto. I dati del nostro rapporto mostrano che le loro preoccupazioni purtroppo si sono avverate” ha proseguito Jason Lee.
“Chiediamo a tutte le parti di affrontare le cause profonde di questo conflitto e di adottare misure per proteggere tutti i bambini e le famiglie che meritano di vivere in sicurezza e con dignità. Abbiamo bisogno di una cessazione immediata delle ostilità e dello stop alle privazioni economiche che sono enormi fattori di stress nella vita dei bambini, così come un’azione per sostenere il potenziale di resilienza dei bambini e delle loro famiglie nella Striscia di Gaza”, conclude Jason Lee.
Ameera, 14 anni, ci ha raccontato come la sua vita sarebbe cambiata se l’embargo fosse stato rimosso oggi, dicendoci che si sarebbe “…sentita più connessa al mondo intero”. “Potrei fare quello che voglio e andare dove voglio. Studierei informatica e in particolare mi laureerei in progettazione di realtà virtuale. Questo è ciò che voglio davvero fare nella vita, ma non posso farlo qui a Gaza, non abbiamo un programma del genere”, ha commentato.

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 Save the Children chiede al governo di Israele di adottare misure immediate per revocare il blocco della Striscia di Gaza nel quadro della risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2009). La comunità internazionale dovrebbe chiedere urgentemente a Israele di compiere questi passi, oltre a porre fine all’occupazione in corso e a lavorare con tutti gli attori in campo, affinché si creino le condizioni per rinnovare i colloqui tra le parti in conflitto e arrivare ad una giusta soluzione”.
I bambini di Gaza – rimarca Jennifer Moorehead, Direttore di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati – sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze. L’occupazione da parte di Israele e le divisioni nella leadership palestinese stanno rendendo la vita impossibile. Se hai 10 anni e vivi a Gaza hai già subito tre terribili escalation del conflitto. I bambini di Gaza hanno già sofferto 10 anni di blocco e di minacce continue a causa del conflitto. Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie. Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività”.

La mancanza di energia elettrica ha un grave impatto sulla vita dei bambini di Gaza, che non possono avere accesso ad acqua potabile sufficiente o nutrirsi di cibi freschi, essere assistiti dai servizi sanitari e di emergenza quando servono o mantenere un livello minimo di igiene per mancanza di acqua corrente. Non possono dormire sufficientemente durante la notte per il troppo caldo ed essere quindi riposati per studiare a scuola, o fare i compiti o giocare a causa dell’oscurità.

“Qui è diverso dagli altri paesi che hanno l’energia elettrica per tutto il giorno, la nostra vita non è come la loro. Il mio sogno più grande è poter essere come gli altri bambini che vivono in pace, in sicurezza e hanno l’elettricità”, dice agli operatori di Save the Children Rania che ha 13 anni e vive a Gaza.

Rania e i bambini di Gaza hanno conosciuto solo la guerra. E le sue conseguenze che segnano l’esistenza fin dalla più giovane età.

Il primo dato emerso da uno studio dell’Unicef successivo alla guerra di Gaza dell’estate 2014, indica che il 97% dei minori interpellati aveva visto cadaveri o corpi feriti, e che il 47% di questi aveva assistito direttamente all’uccisione di persone.

I sintomi rilevati durante lo studio includevano: continui incubi e flashback; paura di uscire in pubblico, di rimanere soli, o di dormire con le finestre chiuse, nonostante il freddo; più nello specifico, i disturbi fisici più frequenti erano disturbi del sonno, dolori corporei, digrigno dei denti, alterazioni dell’appetito, pianto continuo, stordimento e stati confusionali; quelli emotivi includevano rabbia, nervosismo eccessivo, difficoltà di concentrazione e affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, paura della morte, della solitudine e dei suoni forti.

La conseguenza più diffusa era il Disturbo post-traumatico da stress (Dpts), ovvero l’insieme dei disagi psicologici che possono essere una possibile risposta dell’individuo a eventi traumatici o violenti.

 Si tratta di sintomi frequenti in qualunque territorio martoriato da una guerra ma, nel caso dei bambini di Gaza, la situazione diventa ancora più insostenibile, sia per l’alta percentuale di minorenni nella Striscia (circa la metà della popolazione, in un territorio tra i più popolati al mondo, con 4.365 persone per chilometro quadrato), sia perché Gaza è una striscia di terra, isolata e circondata da Israele e dal mare perennemente sorvegliato dalla marina dello Stato ebraico.

Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia ha dichiarato che “a Gaza esiste un problema di conflitto permanente in un contesto dove è difficile intervenire perché è come stare in una scatola sigillata da cui non puoi comunque uscire”.
Secondo Bruce Grant, responsabile Unicef nei Territori Occupati: “per i bambini un evento del genere mina il senso di sicurezza. Non capiscono cosa stia succedendo e si sentono impotenti. A volte possono persino pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia”.
Fatima Qortoum nel 2008 aveva 9 anni. Ha visto schizzare il cervello di suo fratello, a causa delle schegge di una bomba e quattro anni più tardi, nel bombardamento del 2012, l’altro fratello di sei anni è rimasto ferito ai polmoni e alla spina dorsale. Ad oggi, Fatima soffre di Dpts).
“Non avevamo paura. Siamo abituati a tutto questo. Mio padre ci disse in casa: Gli israeliani stanno cercando di terrorizzarci, ma noi abbiamo la nostra resistenza che li spaventa”, ha raccontato all’Onu Mohamed Shokri, 12 anni.

L’evento-guerra, ovviamente, è il più traumatico per il bambino. Tutto il sistema sensoriale è allertato e colpito profondamente: essere testimoni di massacri, bombardamenti, invasioni militari; vedere soldati, armi, spari, persone uccise; sentire le urla dei feriti, sono tutte sensazioni sensoriali che si imprimono in maniera indelebile nella memoria. Un anno dopo dall’operazione “Piombo Fuso”, Amal, 10 anni, portava con sé, ovunque vada, due foto di suo padre e di suo fratello morti durante l’attacco. “Voglio guardarli sempre. La mia casa non è bella senza di loro”, spiegava Amal, ferita gravemente alla testa e all’occhio destro.
Il danno fisico non è nulla in confronto a quello psicologico. Fu trovata quattro gironi dopo l’attacco, semisepolta sotto le macerie, disidratata e in stato di shock; era una dei 15 sopravvissuti. Kannan, 13 anni, zoppica per il colpo di pistola ricevuto sulla gamba sinistra. Anche per lui il danno non è solo fisico: prima della guerra del 2014, era un promettente  centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Nei mesi successivi alla sparatoria ha avuto ripetutamente degli incubi, si è svegliato spesso piangendo, si spaventa molto facilmente e “non va al bagno da solo” dice Zahawa, sua madre. Le parole di una animatrice del Ciss (Cooperazione internazionale Sud Sud) descrivono bene i sentimenti dei bambini: “I bambini nei loro racconti, spesso fanno riferimento alla guerra. Dopo che abbiamo fatto il gioco delle sagome, abbiamo notato che i bambini riconoscono i loro occhi e le loro orecchie come punti di debolezza nel loro corpo, spiegando che con gli occhi vedono le distruzioni e con le orecchie sentono il bombardamento. Invece per quanto riguarda i punti di forza, i bambini rispondono, le gambe perché ci aiutano a fuggire e le mani perché ci aiutano a nascondere la faccia”.

Queste testimonianze risalgono a quattro anni fa. Oggi le cose sono peggiorate. Ma di questo Lapid non ha fatto cenno nel suo toccante discorso alle Nazioni Unite.

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