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A credere nelle elezioni in Libia ormai è rimasto solo Di Maio

La data delle elezioni era stata fissata mesi fa nell’ambito di ampie contrattazioni patrocinate a livello internazionale. A meno di due settimane dal voto, però, la commissione elettorale non ha ancora approvato la lista definitiva dei candidati.

A credere nelle elezioni in Libia ormai è rimasto solo Di Maio
Luigi Di Maio

Umberto De Giovannangeli

14 Dicembre 2021 - 14.12


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Globalist lo aveva anticipato: quelle congegnate in Libia sono elezioni farsa ed è pressoché inevitabile che vengano fatte slittare rispetto alla data prevista, il 24 dicembre prossimo.

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Rinvio o peggio

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L’Alta commissione elettorale ha posticipato la pubblicazione delle liste preliminari dei candidati alle elezioni parlamentari previste a febbraio a causa dell’altissimo numero di candidati che si sono presentati per uno scranno in Assemblea: secondo Libya Observer, la commissione non ha fatto in tempo ad esaminare le 5.385 candidature, un numero “inaspettatamente alto”. Una decisione che segue l’analogo rinvio annunciato l’11 dicembre per quanto riguarda l’elenco definitivo dei candidati alle presidenziali con la motivazione di “problemi tecnici”. In questa situazione, sembra altamente improbabile, quindi, che il primo voto in programma, quello per la carica di nuovo presidente della Libia, possa tenersi il 24 dicembre, come da programma. Una decisione che, se confermata, rischia di far salire ancora di più la tensione in un Paese che vede correre alle Presidenziali candidati divisivi e in grado di destabilizzare nuovamente la situazione in caso di mancato riconoscimento dell’esito del voto. Tra questi, infatti, ci sono Saif al-Islam Gheddafi, figlio ed ex collaboratore dell’ex Raìs che, secondo al-Arabiya, gode di un largo appoggio nella popolazione ma che è duramente osteggiato dai governatori di alcune città. Una su tutte Misurata, dove si trova la potente milizia che diede il via alle rivolte anti-governative del 2011. A candidarsi è stato però anche il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, che nel 2019 tentò di prendersi il Paese con la campagna militare su Tripoli, respinto alle porte della capitale dall’intervento delle milizie filo-turche in appoggio all’allora presidente del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj. Infine, a correre è anche l’attuale premier Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, nonostante chi ha cercato di ostacolare la sua candidatura sostenga che secondo la legge elettorale qualsiasi candidato per le Presidenziali deve aver rinunciato ad ogni incarico, civile e militare, almeno tre mesi prima della data prevista per le elezioni. Cosa che Dbeibah non ha fatto.

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La data delle elezioni era stata fissata mesi fa nell’ambito di ampie contrattazioni patrocinate a livello internazionale. A meno di due settimane dal voto, però, la commissione elettorale non ha ancora approvato la lista definitiva dei candidati, ufficialmente perché non è in grado di «dirimere tutte le questioni giudiziarie per assicurarsi che la sua decisione sia in linea con le sentenze dei tribunali».


Le questioni giudiziarie non sono ovviamente le uniche che rallentano il voto: ciascuno dei candidati più forti è a capo di ampie fazioni, a cui spesso risponde anche una o più milizie armate. Richard Norland, ex ambasciatore americano in Libia, ha detto al Guardian che nel Paese stanno avendo la meglio “quelli che preferiscono il potere delle pallottole al potere delle urne”. In Libia sono ancora presenti migliaia di soldati turchi, o miliziani siriani filo-turchi reclutati nel nord della Siria, che erano andati a combattere a fianco del governo di Tripoli. Sono presenti anche i mercenari del gruppo russo Wagner.  che invece erano stati mandati dalla Russia per combattere a fianco di Haftar.

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In questa situazione confusa, anche la comunità internazionale risulta a corto di mezzi: Jan Kubis, l’inviato speciale dell’Onu per la Libia, si è dimesso a fine novembre dopo meno di un anno in carica, senza dare particolari spiegazioni, . António Guterres, il segretario generale dell’Onu, ha quindi nominato l’americana Stephanie Williams, un’ex inviata speciale che l’anno scorso aveva partecipato ai negoziati di pace, come sua consigliera speciale. Guterres avrebbe voluto nominarla come inviata a pieno titolo e rimetterla al suo posto, dove era stata molto apprezzata, ma la Russia ha messo il veto.

Dieci anni di caos armato

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Vale oggi quanto raccontato da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, in occasione dei dieci anni della “Rivoluzione del 17 febbraio”, che segnò la fine dell’era Gheddafi.

Dieci anni e sette mesi dopo, “in Libia  – rimarca Noury – la giustizia per le vittime di crimini di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani come omicidi illegali, sparizioni forzate, torture, sfollamenti forzati e sequestri di persona commessi da milizie e gruppi armati – si fa ancora attendere. Il motivo è semplice: omaggiandole sin dal 2012 con una legge che concesse piena immunità per le azioni commesse al fine di “proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio”, le varie autorità libiche hanno promosso e legittimato capi delle milizie responsabili di feroci violazioni dei diritti umani, mettendoli a libro-paga e integrandoli nelle istituzioni-chiave dello Stato, come i ministeri della Difesa e dell’Interno, o conferendo loro incarichi ad hoc. Alcune biografie di capi delle milizie sono inquietanti tanto quanto la loro ascesa al potere. Nel gennaio 2021 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale di Tripoli ha nominato Abdel Ghani al-Kikli (noto come “Gheniwa”), capo della milizia “Forza di sicurezza centrale di Abu Salim”, a capo di un nuovo organismo chiamato “Autorità di sostegno alla stabilità”, con riporto diretto alla presidenza. “Gheniwa” è uno dei più potenti capi delle milizie tripoline costituitesi dopo il 2011 in uno dei più popolosi quartieri della capitale, Abu Salim. Nel suo nuovo incarico, “Gheniwa” e la sua agenzia avranno ampi per quanto vaghi poteri, compresi quelli dell’applicazione della legge, come ad esempio arrestare persone per motivi di “sicurezza nazionale”. Tutto questo nonostante negli ultimi 10 anni Amnesty International abbia documentato crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di gruppi sottoposti al suo comando.Nel 2013 e nel 2014 le ricerche di Amnesty hanno scoperto che persone detenute dalle forze di sicurezza controllate da “Gheniwa” erano state sottoposte a sequestri e torture a volte con esiti mortali. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è arrivata a simili conclusioni, comprese quelle relative alle morti in custodia sotto tortura, mentre il Panel di esperti sulla Libia ha denunciato attacchi contro i civili da parte delle forze di “Gheniwa”. Il Governo di accordo nazionale aveva fornito già dal 2016 legittimazione e stipendi alle milizie di “Gheniwa”, integrando suoi uomini nel ministero dell’Interno e così favorendo ulteriormente omicidi illegali, sequestri di persona e torture, tra cui la violenza sessuale contro le detenute.

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La torta petrolifera

Ciò che sta davvero accadendo in Libia è la “Grande spartizione” tra il Sultano e lo Zar, al secolo Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin. . Russi e turchi sono pronti a spartirsi la Libia e a esercitare la loro crescente influenza nel Mediterraneo Occidentale. E’ questo che dicono le manovre aeronavali turche a largo delle coste libiche e lo schieramento dei jet russi nella base di Jufra che, secondo alcuni, hanno parzialmente sostituito i mercenari della Wagner. Ankara vuole insediarsi in Tripolitania, Mosca punta a farlo in Cirenaica. Ma dopo mesi di una campagna militare impantanata, la Russia ha ritirato il suo supporto decidendo di negoziare con Ankara i futuri assetti del paese e le relative zone di influenza. Tutto è dunque deciso? Non ancora, si legge in una documentata analisi analisi dell’Ispi, perché ci sono temi su cui i due paesi, entrambi impegnati in Libia, si trovano su sponde decisamente opposte: la Russia vuole fermare l’avanzata delle forze di Tripoli prima che raggiungano Sirte e, soprattutto, vuole garantirsi un avamposto militare in Cirenaica. Ankara frena, e dalla sua posizione di forza cerca di assicurarsi la base di Al Watyah e il porto di Misurata, rispettivamente a ovest e a est di Tripoli. Dagli equilibri che si raggiungeranno dipende l’assetto della Libia di domani che, ancora una volta, non si deciderà né a Tripoli né a Bengasi, prosegue il documento. Da tempo infatti quella in Libia si è trasformata in una guerra per procura dove sono gli attori esterni, regionali, e globali, ha determinarne gli scenari e i possibili compromessi.

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Un progetto di spartizione della Libia che, secondo indiscrezioni, sarebbe partito allora e finalizzato in un vertice segreto tenutosi a Malta a fine ottobre 2020. La posta in gioco non è solo il controllo degli idrocarburi gestiti dalla Noc (National Oil Corporation) con importanti contratti all’Eni, è in gioco, ma l’intero asse mediterraneo.

“Gheniwa” e le sue forze di Abu Salim non solo gli unici a essere stati ricompensati nonostante le gravi violazioni dei diritti umani a loro carico. Nel gennaio 2021 Haitham al-Tajouri, capo della milizia “Brigata dei rivoluzionari di Tripoli”, è stato nominato vice di “Gheniwa” nonostante fosse stato coinvolto in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture. Sempre a Tripoli e sempre su decisione del Governo di accordo nazionale, le “Forze speciali di deterrenza” (note come “al-Radaa”), sotto il comando di Abdel Raouf Kara, sono state integrate nel ministero dell’Interno nel 2018 e trasferite sotto il Consiglio di presidenza nel settembre 2020.

Amnesty International e altri organismi, tra cui le Nazioni Unite, hanno documentato il coinvolgimento di “al-Radaa” in sequestri di persona, sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali, lavori forzati, attacchi alla libertà d’espressione e persecuzione ai danni di donne e di esponenti della comunità Lgbtq+. Nel settembre 2020, il Governo di accordo nazionale ha anche promosso Emad al-Trabulsi, capo della milizia “Sicurezza pubblica”, a vicedirettore dell’intelligence nonostante il coinvolgimento di questa milizia in violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, tra cui sparizioni forzate. I vari governi libici non hanno portato di fronte alla giustizia gli appartenenti alle milizie di Misurata, responsabili di crimini di guerra tra cui attacchi contro la popolazione civile, come quello contro la città di Tawarga nel 2011 che causò lo sfollamento forzato di circa 40.000 persone. Le milizie di Misurata hanno sottoposto gli abitanti ad arresti arbitrari di massa, uccisioni illegali, torture con esiti a volte mortali e sparizioni forzate. Le Forze armate arabe libiche, un gruppo armato che controlla buona parte della Libia centrale e orientale, non hanno arrestato il capo miliziano Mahmoud al-Werfalli, ricercato dal Tribunale penale internazionale per l’omicidio di 33 persone, promuovendolo invece a luogotenente della “Brigata Saiqa”. Varie altre persone, contro le quali lo stesso Tribunale aveva spiccato un mandato di cattura per presunti crimini contro l’umanità o sottoposti a sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel traffico di esseri umani, rimangono al riparo dalla giustizia e hanno persino preso parte al conflitto armato, dalla parte del Governo di accordo nazionale o delle Forze armate arabe libiche.

Queste ultime continuano a proteggere i capi della “Nona brigata” (nota come “Forze al-Kaniat”) coinvolta in omicidi di massa, del disfacimento di cadaveri in fosse comuni, di torture e di sequestri di persona nella città di Tarhuna. Contribuiscono ad evitare l’accertamento delle responsabilità anche ulteriori parti. L’Egitto, ad esempio, ha continuato a proteggere Khalid al-Tuhamy, capo della sicurezza ai tempi di Gheddafi e ricercato dal Tribunale penale internazionale, fino alla sua morte avvenuta alcune settimane fa. Il 6 febbraio i negoziati guidati dalle Nazioni Unite hanno portato all’annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, col compito di organizzare le elezioni nazionali nel corso dell’anno. Ma se di questo nuovo governo entreranno a far parte i capi delle milizie, il futuro della Libia continuerà a essere nero”, conclude Noury.

Il punto è, aggiungiamo noi, che dieci anni dopo quella sciagurata guerra voluta dalla Francia e subita dall’Italia, non si vuol prendere atto che la Libia del post-Gheddafi è uno Stato fallito, dove a farla da padroni, quelli veri, sono signori della guerra, trafficanti di esseri umani, banditi di vario genere e caratura, improbabili “tecnici” spacciati per leader politici, signor nessuno come era l’ormai dimenticato Fayez al-Sarraj. Il tutto in un Paese in cui operano, direttamente o per procura, attori esterni che ambiscono a mettere le mani sulla torta petrolifera libica. L’elenco è lunghissimo. Solo per citarne i più attivi: Russia, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar. E un po’, ma nemmeno tanto, defilata, la Francia. La verità che si cerca di nascondere è che l’obiettivo praticato da molti di questi attori esterni è quello della spartizione territoriale della Libia, e delle sue ricchezze di gas e petrolio. 

Per riassumere: in Libia sono ancora presenti, stima in difetto, almeno 180 tra milizie e tribù in armi. Sul campo vi sono ancora diverse migliaia di mercenari di tutte le risme, per non parlare dei gruppi criminali che traffico in esseri umani e che controllano, in combutta con le autorità locali, intere aree, soprattutto costiere, del Paese.  A candidarsi alle presidenziali sono stati un centinaio di papabili, diversi dei quali con pendenze giudiziarie per crimini di guerra. Vi sono poi oltre 5mila candidature per il Parlamento, che solo per vagliarne i requisiti ci vorrebbero mesi. E in questo scenario, c’è ancora, vedi il nostro ministro degli Esteri, chi continua a ripetere il mantra elettorale. Siamo alla farsa. Una tragica farsa. E molti dei suoi attori sono gli stessi che, dieci anni fa, decisero di muovere guerra a Gheddafi schermandosi dietro il mancato rispetto dei diritti umani da parte del rais libico. Ma con quella guerra sconsiderata, i diritti umani c’entravano come cavoli a merenda. Le ragioni erano ben alte, molto più prosaiche. Il risultato è un Paese in ginocchio e uno Stato fallito per il quale si cerca un improbabile presidente. 

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