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Lesbo, inferno d'Europa. E ora anche i cannoni sonori contro i migranti

Oxfam e Greek Refugees Council hanno denunciato la decisione della Grecia di chiudere il campo profughi di Kara Tepe a Lesbo – l’unico in grado di offrire condizioni di vita dignitose a oltre 1.000 persone

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Il campo di Moria a Lesbo, in Grecia

Umberto De Giovannangeli

13 Giugno 2021


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Grecia, la vergogna degli hot spot. Cartoline dall’inferno.

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La decisione della Grecia di chiudere il campo profughi di Kara Tepe a Lesbo – l’unico in grado di offrire condizioni di vita dignitose a oltre 1.000 persone estremamente vulnerabili – è inaccettabile e deve essere ripensata. Come pure deve essere rivisto il sistema di detenzione de facto, protratta anche per lunghi mesi, di persone già vittime di traumi e in fuga da guerre e violenze. Nonostante gli sbarchi nelle isole greche a febbraio e marzo di quest’anno si siano ridotti dell’86% (rispetto allo stesso periodo del 2020) con solo 638 persone arrivate, le denunce di respingimenti illegali verso la Turchia sono aumentate.

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È l’allarme lanciato nei giorni scorsi da Oxfam e Greek Refugees Council (Grc) con un nuovo rapporto che denuncia – attraverso numeri e testimonianze – l’inferno dei migranti nelle isole greche. L’ultimo vergognoso provvedimento è appunto il trasferimento già in corso di uomini, donne e bambini verso il campo di Mavrovouini, ribattezzato Moria 2.0, dove già oltre 6 mila persone sono costrette a sopravvivere in condizioni disumane.

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Cartoline dall’inferno

“Il campo di Kara Tepe, che funziona come uno spazio abitativo alternativo, fino ad oggi offriva ai migranti campi da gioco, aree ricreative e di aggregazione. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per la crisi migratoria di Oxfam Italia – Ma da un giorno all’altro, senza ricevere nessuna comunicazione famiglie con bambini piccoli, madri single, persone con problemi di salute o vittime di abusi hanno iniziato ad essere trasferite nel campo Moria 2.0, così ribattezzato perché le condizioni di vita sono terribili come nel primo Moria andato in fiamme ad agosto 2020. Un trattamento che la Grecia, con l’avallo dell’Europa, continua a riservare a persone scappate da paesi come Afghanistan, Siria, Somalia e Iraq. Si tratta di migranti che una volta entrati in Europa hanno il diritto di chiedere asilo e essere protette. Ma anche qui, come nel Mediterraneo centrale dove si contano centinaia di morti, le responsabilità politiche dell’Unione europea e degli stati membri sono enormi”.

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La chiusura del campo di Kara Tepe non è la sola. Anche il Pikpa, ex campo estivo che fungeva da residenza temporanea per molte persone alle prese con un processo di richiesta di asilo kafkiano è stato chiuso.  A novembre infatti molte persone estremamente vulnerabili, che adesso rischiano di ritrovarsi nell’inferno di Moria 2.0, erano state trasferite proprio a Kara Tepe dal campo temporaneo di Pikpa. 

Il nuovo inferno di Lesbo, dove vivono oltre 3 mila bambini

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Nel campo Moria 2.0 a Mavrovouni, le persone sono costrette a vivere in tende del tutto inadatte a proteggere dal caldo e dal freddo: 2 servizi igienici su 3 non funzionano, non c’è acqua calda, le donne sono esposte al rischio di molestie e molte denunce cadono nel vuoto. Tra i disperati che si trovano a Lesbo in queste condizioni il 23% sono donne e quasi 3.000 (il 35%) sono bambini, di cui il 16% ragazze. Quasi il 70% dei minorenni ha meno di 12 anni, di cui 180 (il 6%) non accompagnati o separati dalla propria famiglia.

“Oltre a quella dei minori, la condizione delle donne all’interno dei campi è particolarmente preoccupante, raccontano di non sentirsi al sicuro. – continua Pezzati – Hanno anche paura di raggiungere le docce dalle loro tende, quindi fanno come possono senza spostarsi. Il buio, il fatto che chiunque possa entrare nelle tende in cui vivono, la difficoltà di denunciare casi di molestie, tutto contribuisce a un clima di totale insicurezza. Per coloro che hanno già subito abuso sessuale, l’inadeguatezza dei servizi di supporto e il senso di paura sono causa di ulteriori traumi.”

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La quarantena a Megal Therma

Gli aggiornamenti riportati nel rapporto denunciano inoltre il ricorso sempre più frequente a pratiche simili ad una vera e propria detenzione. In teoria le persone dovrebbero stare in quarantena nel campo di Megal Therma per 14 giorni, ma di fatto il tempo può raddoppiare senza ragione. Durante questo periodo le persone non ricevono assistenza sanitaria o legale, e nessun altro tipo di protezione prevista dalla legge sull’asilo dell’Ue dato che i nuovi arrivati vengono registrati solo alla fine della quarantena. Questo è il campo dove 13 persone, incluse una donna incinta e famiglie con bambini piccoli sono state picchiate con i bastoni da 4 uomini con uniformi non identificate, privati dei loro beni prima di essere respinte verso la Turchia a bordo di zattere di fortuna.

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Voci dal centro di detenzione di Kos

Ad oggi sono 248 le persone sottoposte a detenzione amministrativa anche per oltre un anno nelle isole greche, in maggioranza sono profughi siriani tra cui donne che hanno subito violenze. Persone che hanno il diritto di chiedere asilo in Europa e che invece sono detenute col fine ultimo di respingerle in Turchia.

Condizioni che possono avere un impatto drammatico sulla salute mentale e fisica: due persone sono morte nel giro di una settimana a fine marzo, uno yemenita di 44 anni deceduto per cause mediche, mentre si riteneva non fosse in pericolo di vita e un ragazzo di 24 anni a cui è stato negato il rilascio dopo un anno e mezzo di reclusione, che si è tolto la vita. 

Altre testimonianze raccolte da Oxfam e Grc nell’ultimo mese aggiungono orrore all’orrore: Grace (nome di fantasia), una ragazza vittima di tratta e violenza di genere arrivata in Grecia dal Togo lo scorso gennaio, è stata posta in stato di detenzione amministrativa presso il centro di Kos per tutta la durata del processo di richiesta di asilo, in totale disprezzo della sua condizione di vulnerabilità; Farhad (nome di fantasia), richiedente asilo Lgbt, fuggito dalle persecuzioni in Iran, al suo arrivo a Kos è stato arrestato senza nessun approfondimento del suo caso. Dopo aver subito abusi, ha vissuto per 4 mesi nascosto in una cella per il timore di altre violenze, finché il suo caso non è stato segnalato e preso in carico da Unhcr e Grc, ottenendo lo status di rifugiato.

L’appello all’Unione europea

“La cieca politica dell’Ue basata su detenzione e contenimento porta con sé morte e disperazione – conclude Pezzati – Se a questo aggiungiamo la chiusura di campi che funzionavano e il ritorno a condizioni che replicano l’esperienza di Moria, non rimane da dire che è pura politica di deterrenza sulla pelle dei più deboli. Invece di replicare queste pratiche brutali nel Patto sulle migrazioni, governo greco e Ue devono affrontare con urgenza le drammatiche condizioni dei bambini, delle donne e degli uomini che arrivano sulle isole. Detenzione e disprezzo dei più vulnerabili non possono essere le basi su cui fondare la legge europea sull’asilo. L’Italia dovrebbe spingere molto di più sul tema del ricollocamento, non è possibile che l’Europa non riesca a trovare un accordo per svuotare Lesbo e garantire l’esercizio di diritti fondamentali come quello della richiesta della protezione internazionale”.

La denuncia di Msf

Per chiedere “ancora una volta, ai leader dell’Ue di riconsiderare radicalmente il loro approccio alla migrazione”, Medici Senza Frontiere (Msf) pubblica il rapporto “Hotspot in Grecia: la crisi costruita alle frontiere d’Europa”. Lo afferma la stessa Msf in una nota in cui inoltre auspica “la fine delle attuali politiche di contenimento e deterrenza, che provocano danni evitabili alla salute di migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. “Per più di cinque anni, la politica dell’UE di contenere le persone e trattare le loro domande di asilo negli hotspot sulle isole greche ha creato una crisi senza precedenti e un’enorme sofferenza umana. Queste non sono conseguenze involontarie” dichiara Reem Mussa, esperta di affari umanitari e migrazione di Msf. “Il modello degli hotspot voluto dall’Ue è progettato non solo per elaborare le domande di asilo dei migranti, ma anche per scoraggiare altri a cercare sicurezza in Europa”. Il rapporto, afferma Msf, mostra come le politiche migratorie dell’UE mettono a rischio la salute e la sicurezza delle persone intrappolate nelle isole greche.
Uomini, donne e bambini sopravvissuti alla violenza e alle difficoltà sono bloccati in condizioni spaventose. Sono più di 180.000 le persone transitate per le isole greche dalla firma dell’accordo Ue-Turchia nel marzo 2016, 847 sono morte nel tentativo di raggiungere la Grecia, 21 hanno perso la vita negli hotspot. Dodici gli incendi che hanno colpito i centri. Nel 2019 e 2020, continua Msf nella nota, le cliniche di salute mentale di Msf a Chios, Lesbo e Samos hanno curato 1.369 pazienti, molti dei quali in gravi condizioni. Più di 180 persone curate da MSF hanno avuto episodi di autolesionismo o hanno tentato il suicidio. Due terzi di loro erano bambini. “Nonostante affermino di voler migliorare la situazione, l’Ue e il governo greco stanno spendendo milioni di euro per standardizzare e intensificare politiche che hanno già causato così tanti danni” afferma Iorgos Karagiannis, capomissione di Msf in Grecia.

Pure i cannoni sonori

Scrive Tommaso Lecca su europatoday.it: “Cannoni che emettono un suono stridente con l’obiettivo di disorientare i migranti. Fa discutere la scelta della Grecia di dotare le forze armate che sorvegliano il confine con la Turchia delle sirene già in uso in alcuni Paesi per disperdere la folla in caso di disordini in strada. La stessa tecnologia di sirene LRad (Long Range Acoustic Device) è stata utilizzata, ad esempio, per proteggere il perimetro di sicurezza da parte delle forze dell’ordine degli Stati Uniti durante il vertice del G20 di Pittsburgh nel 2009. Le onde sonore emesse dai cannoni sono insopportabili per l’orecchio umano, abituato ai 60 decibel di una normale conversazione, che viene sorpreso dalla violenta sirena capace di raggiungere i 162 decibel. Lo scopo della nuova strumentazione fornita alle autorità è quello di disorientare i migranti che tentano di attraversare il confine terrestre con la Turchia lungo il fiume Evros. Un punto tramite il quale, nel marzo del 2020, sono passate migliaia di persone in fuga dal conflitto siriano, probabilmente perché incoraggiate da Ankara ad attraversare la frontiera terrestre con la Grecia nel contesto di una crisi diplomatica tra i due Paesi.

Il nuovo metodo di contrasto all’immigrazione clandestina, ma anche all’arrivo di richiedenti asilo, viene criticato dalle associazioni in difesa dei diritti umani, preoccupate dei pericoli che potrebbe causare a chi cerca si superare il fiume a bordo di piccole imbarcazioni. “I bambini andranno nel panico, i vecchi andranno nel panico, tutti andranno nel panico e la barca si capovolgerà”, è la previsione dell’attività greca Efi Latsoudi riportata dal giornale belga La Libre. Latsoudi – vincitrice nel 2016 del Premio Nansen, assegnato dall’Unhcr per meriti eccezionali nel campo dei diritti umani – se l’è presa sia con il Governo di Atene, che con le istituzioni di Bruxelles. “Chi finanzia questa attrezzatura? Chi finanzia la costruzione dei muri intorno ai campi? Chi chiude un occhio sui respingimenti in alto mare? Chi sostiene questa politica anti-migranti che viola i diritti umani a tutti i livelli: è l’Europa?”, sono i quesiti polemici posti dall’attivista, convinta che ‘la Grecia non potrebbe fare da sola’ questo tipo di operazioni a difesa dei confini”, conclude Lecca.

Cannoni sonori contro i migranti. E l’Europa sta a guardare.

 

 

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