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Perché combattere il naufragio di civiltà dà un senso alla vita

Ha detto Papa Francesco a Lesbo: "Sono nuovamente qui per incontrarvi. Sono qui per dirvi che vi sono vicino, ma dirlo col cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi"

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Papa Francesco

Umberto De Giovannangeli

6 Dicembre 2021


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Ha indicato un obiettivo per il quale vale la pena di battersi, ognuno per quel che po’. Insieme. Uniti per scongiurare il naufragio di civiltà.

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Una sfida epocale

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“Sono nuovamente qui per incontrarvi. Sono qui per dirvi che vi sono vicino, ma dirlo col cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi. Occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime”.

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Così papa Francesco si è rivolto ieri ai rifugiati. “Il patriarca ecumenico e caro fratello Bartolomeo – ha proseguito -, cinque anni fa su quest’isola, disse una cosa che mi colpì: ‘Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura di voi non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono paura e divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo’. I vostri volti, i vostri occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le vostre storie e di non dimenticare i vostri drammi”, ha ribadito papa Bergoglio. 

 “Soprattutto, se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini”, ha quindi aggiungo. “Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro- ha concluso -. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: ‘Quale mondo volete darci?’ ” “Lasciando migranti in balia del mare si offende Dio” “Disprezzando l’uomo creato a sua immagine, lasciandolo in balia delle onde, nello sciabordio dell’indifferenza, talvolta giustificata persino in nome di presunti valori cristiani, si offende Dio” ha detto papa Francesco durante la sua visita al campo profughi di Lesbo.   “La fede ci chiede invece compassione e misericordia. E sorta all’ospitalità, a quella ‘filoxenia’ che ha permeato la cultura classica”, ha proseguito: “non è ideologia religiosa, sono’radici cristiane concrete’. Gesù afferma solennemente di essere lì, nel forestiero, nel rifugiato, in chi è nudo e affamato. E il programma cristiano è trovarsi dove sta Gesù”. “Fermiamo questo naufragio di civiltà” “Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo ‘mare dei ricordi’ si trasformi nel ‘mare della dimenticanza’. Vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!” ha esortato Papa Francesco. 

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Il nuovo inferno di Lesbo, dove vivono oltre 3 mila bambini

Nel campo Moria 2.0 a Mavrovouni, le persone sono costrette a vivere in tende del tutto inadatte a proteggere dal caldo e dal freddo: 2 servizi igienici su 3 non funzionano, non c’è acqua calda, le donne sono esposte al rischio di molestie e molte denunce cadono nel vuoto. Tra i disperati che si trovano a Lesbo in queste condizioni il 23% sono donne e quasi 3.000 (il 35%) sono bambini, di cui il 16% ragazze. Quasi il 70% dei minorenni ha meno di 12 anni, di cui 180 (il 6%) non accompagnati o separati dalla propria famiglia.

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La denuncia di Msf

Per chiedere “ancora una volta, ai leader dell’Ue di riconsiderare radicalmente il loro approccio alla migrazione”, Medici Senza Frontiere (Msf) pubblica il rapporto “Hotspot in Grecia: la crisi costruita alle frontiere d’Europa”. Lo afferma la stessa Msf in una nota in cui inoltre auspica “la fine delle attuali politiche di contenimento e deterrenza, che provocano danni evitabili alla salute di migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. “Per più di cinque anni, la politica dell’UE di contenere le persone e trattare le loro domande di asilo negli hotspot sulle isole greche ha creato una crisi senza precedenti e un’enorme sofferenza umana. Queste non sono conseguenze involontarie” dichiara Reem Mussa, esperta di affari umanitari e migrazione di Msf. “Il modello degli hotspot voluto dall’Ue è progettato non solo per elaborare le domande di asilo dei migranti, ma anche per scoraggiare altri a cercare sicurezza in Europa”. Il rapporto, afferma Msf, mostra come le politiche migratorie dell’UE mettono a rischio la salute e la sicurezza delle persone intrappolate nelle isole greche.
Uomini, donne e bambini sopravvissuti alla violenza e alle difficoltà sono bloccati in condizioni spaventose. Sono più di 180.000 le persone transitate per le isole greche dalla firma dell’accordo Ue-Turchia nel marzo 2016, 847 sono morte nel tentativo di raggiungere la Grecia, 21 hanno perso la vita negli hotspot. Dodici gli incendi che hanno colpito i centri. Nel 2019 e 2020, continua Msf nella nota, le cliniche di salute mentale di Msf a Chios, Lesbo e Samos hanno curato 1.369 pazienti, molti dei quali in gravi condizioni. Più di 180 persone curate da MSF hanno avuto episodi di autolesionismo o hanno tentato il suicidio. Due terzi di loro erano bambini. “Nonostante affermino di voler migliorare la situazione, l’Ue e il governo greco stanno spendendo milioni di euro per standardizzare e intensificare politiche che hanno già causato così tanti danni” afferma Iorgos Karagiannis, capomissione di Msf in Grecia.

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In fuga da persecuzioni e torture, trattenuta senza cibo né acqua e respinta. La storia di K.

“Sono scappata dal mio paese per non finire in carcere dopo una condanna ingiusta. Ci avrei passato la mia giovinezza tra maltrattamenti e torture” racconta K., una giovane rifugiata politica, fuggita dal suo paese per evitare persecuzioni e torture.

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Dopo essere stata arrestata dalle forze dell’ordine in Grecia – nonostante avesse presentato richiesta di asilo – K. è stata trattenuta per quasi un giorno insieme ad altre persone in un vecchio edificio, al freddo senza né acqua né cibo. “Ho capito che ci avrebbero rispedito indietro. Lo fanno sistematicamente, è una prassi consolidata”. La storia si conclude infatti con un respingimento: messa su una barca dalle autorità greche, insieme ad altre 150 persone provenienti da Siria e Afghanistan con la sola prospettiva di finire in mano turca o morire.  La testimonianza di K. dimostra uno schema che si ripete in decine di casi, confermato anche dall’Obudsman (difensore civico nazionale), secondo cui “ripetuti e costanti respingimenti si registrano sia sulla terraferma a Evros, che sulle isole dell’Egeo”.

 Sui respingimenti non si aprono indagini, nemmeno sui casi più eclatanti, quelli in cui i migranti riescono a presentare alle autorità greche la richiesta di asilo e vengono comunque respinte verso la Turchia, senza che sia presa in esame.Il tutto pur trovandosi di fronte a persone che fuggono da Paesi dove conflitti e persecuzioni sono all’ordine del giorno: a inizio giugno la stragrande maggioranza dei migranti intrappolati nel campo di Moria 2.0 proveniva dall’Afghanistan (il 65%), dalla Repubblica Democratica del Congo (l’11%), dalla Somalia (l’8%), dalla Siria (l’8%) e dall’Iran.

Donne incinte e bambini detenuti nei campi

Al loro arrivo negli hotspot delle isole, i migranti – molti dei quali in condizione di particolare vulnerabilità, come bambini, donne incinta, disabili – vengono di fatto posti in stato di detenzione senza accesso alle necessarie cure e tutele. Il sistema rende poi incredibilmente difficile l’esame delle cause che spingono i richiedenti asilo a lasciare i propri paesi di origine, spesso attraversati da guerre e persecuzioni. Le testimonianze raccolte da Grc nel campo di Moria sono ancora una volta terribili. Rawan(nome di fantasia) arrivata dall’Afghanistan in Grecia da sola con due figli minorenni, vittima di violenza di genere, ha dovuto vivere sotto una tenda per 6 mesi in una zona del campo sovraffollata dove non ci sono nemmeno i bagni.  “La situazione nel campo era già spaventosa, ma con la pandemia è diventato peggio. Se il virus arriva qui – ci dicevamo – scaveranno una gigantesca fossa in cui seppellirci. Ci hanno dato due mascherine e un pezzo di sapone, di cui non sappiamo che farcene visto che non c’è acqua. Alla distribuzione dei pasti c’era talmente tanta gente che era impossibile mantenere la distanza”.

Mesi e anni in cui si rimane intrappolati in condizioni disumane nei campi come Moria, con il bene placet dell’Unione europea; esposti a molestie e abusi, soprattutto se si è donne sole. Questo è l’inferno di Lesbo. Proprio durante gli ultimi mesi di lockdown dovuti all’emergenza coronavirus, si è registrato un aumento di denunce di casi di stupro e violenze.

 “Ricordo una notte in cui degli uomini hanno iniziato a minacciare un gruppo di donne, sono entrati nelle loro tende e gli hanno preso i cellulari – racconta Barlin (nome di fantasia), rifugiata somala in uno dei campi – Una donna qui deve difendersi da sola ed è pericoloso anche solo usare i bagni perché non c’è polizia, nessuno che ti protegga. Molte delle giovani ragazze sono terrorizzate e soffrono di attacchi di panico. Hanno bisogno di essere soccorse, curate, ma nel campo non ci sono medici”.

La Grecia è firmataria della Convenzione europea sui rifugiati ed è quindi illegale rifiutarsi di accogliere una domanda d’asilo o rimpatriare dei richiedenti asilo in Paesi in cui corrono dei rischi. Secondo Eleni Takou, vicedirettore e responsabile della Ong HumanRights360, ogni giorno emergono testimonianze e vittime dei cosiddetti “push-back”, i respingimenti di migranti alla frontiera al di là del fiume Evros. 

I più indifesi tra gli indifesi

A pagarne il prezzo più alto sono i più indifesi tra gli indifesi: i bambini. La clinica pediatrica di Medici senza frontiere a Lesbo  conta più di 100 visite al giorno, tra cui bambini con gravi patologie cardiache, casi di epilessia, diabete. Soffrono di problemi respiratori, dermatologici, legati alla nutrizione e psicosomatici. Bambini “spaventati, esposti a situazioni pericolose e senza un posto sicuro dove stare – testimonia Marco Sandrone  già a  capo del progetto di Msf nell’isola. -. Si chiudono a guscio. Accogliamo genitori che ci dicono che i loro bambini non vogliono più uscire dalle tende, che hanno smesso di parlare. Oltre al trauma della guerra, della fuga, la sofferenza di vivere a Lesbo toglie ogni speranza ai nostri piccoli pazienti”. “Il diritto di essere bambini – dice il responsabile di Msf –  è qui fagocitato dalla miseria di un campo senza dignità, alle porte dell’Europa”. 

 “Ai rifugiati e ai richiedenti asilo va garantita l’assistenza e la protezione alla quale hanno diritto. I bambini in particolar modo, e tutte le persone vulnerabili, devono essere protetti ad ogni costo e non possono essere respinti ai confini come pedine in un gioco politico. Ora più che mai, i leader europei devono unire gli sforzi e convergere su meccanismi di responsabilità condivisa, aumentando i reinsediamenti e garantendo che gli aiuti umanitari possano raggiungere i più vulnerabili. I minori non accompagnati e le famiglie vulnerabili devono inoltre essere ricollocati con urgenza dalle isole greche ai Paesi dell’Ue e vanno accelerati i trasferimenti dei bambini che hanno diritto di ricongiungersi ai propri familiari in altri Paesi membri”, afferma Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children.

Pure i cannoni sonori

Scrive Tommaso Lecca su europatoday.it: “Cannoni che emettono un suono stridente con l’obiettivo di disorientare i migranti. Fa discutere la scelta della Grecia di dotare le forze armate che sorvegliano il confine con la Turchia delle sirene già in uso in alcuni Paesi per disperdere la folla in caso di disordini in strada. La stessa tecnologia di sirene LRad (Long Range Acoustic Device) è stata utilizzata, ad esempio, per proteggere il perimetro di sicurezza da parte delle forze dell’ordine degli Stati Uniti durante il vertice del G20 di Pittsburgh nel 2009. Le onde sonore emesse dai cannoni sono insopportabili per l’orecchio umano, abituato ai 60 decibel di una normale conversazione, che viene sorpreso dalla violenta sirena capace di raggiungere i 162 decibel. Lo scopo della nuova strumentazione fornita alle autorità è quello di disorientare i migranti che tentano di attraversare il confine terrestre con la Turchia lungo il fiume Evros. Un punto tramite il quale, nel marzo del 2020, sono passate migliaia di persone in fuga dal conflitto siriano, probabilmente perché incoraggiate da Ankara ad attraversare la frontiera terrestre con la Grecia nel contesto di una crisi diplomatica tra i due Paesi.

Il nuovo metodo di contrasto all’immigrazione clandestina, ma anche all’arrivo di richiedenti asilo, viene criticato dalle associazioni in difesa dei diritti umani, preoccupate dei pericoli che potrebbe causare a chi cerca si superare il fiume a bordo di piccole imbarcazioni. “I bambini andranno nel panico, i vecchi andranno nel panico, tutti andranno nel panico e la barca si capovolgerà”, è la previsione dell’attività greca Efi Latsoudi riportata dal giornale belga La Libre. Latsoudi – vincitrice nel 2016 del Premio Nansen, assegnato dall’Unhcr per meriti eccezionali nel campo dei diritti umani – se l’è presa sia con il Governo di Atene, che con le istituzioni di Bruxelles. “Chi finanzia questa attrezzatura? Chi finanzia la costruzione dei muri intorno ai campi? Chi chiude un occhio sui respingimenti in alto mare? Chi sostiene questa politica anti-migranti che viola i diritti umani a tutti i livelli: è l’Europa?”, sono i quesiti polemici posti dall’attivista, convinta che ‘la Grecia non potrebbe fare da sola’ questo tipo di operazioni a difesa dei confini”, conclude Lecca.

Tutto questo è “naufragio di civiltà”. Combatterlo dà senso alla vita. 

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