La stagione della Strega: il sogno infranto dei Figli dei Fiori tra libertà, Vietnam e disillusione americana
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La stagione della Strega: il sogno infranto dei Figli dei Fiori tra libertà, Vietnam e disillusione americana

La stagione della Strega di James Leo Herlihy racconta la fuga di Gloria, adolescente inquieta, nell’America hippie del 1969, tra libertà, Vietnam, amore, utopia e disillusione.

La stagione della Strega: il sogno infranto dei Figli dei Fiori tra libertà, Vietnam e disillusione americana
James Leo Herlihy
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15 Agosto 2026 - 00.21


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di Rock Reynolds

L’ingenuità è davanti agli occhi del lettore. Quasi in ogni pagina. Perché c’è stato un tempo della pace, dell’amore libero e della musica cosmica. Un’età dell’Acquario. Una stagione della Strega.

E La stagione della Strega (Gallucci, pagg 477, euro 16,50) è il titolo di un bel romanzo tutto sommato oscuro di James Leo Herlihy, noto ai più per aver scritto Un uomo da marciapiede, titolo orribilmente distorto dalla versione italica del film Urban Cowboy (com’era intitolato il romanzo originale), grande successo al botteghino, con gli astri nascenti Dustin Hoffman e John Voight, per la regia di John Schlesinger.

Eminentemente uno sceneggiatore, James Leo Herlihy non ci ha lasciato un abbondante corpo di opere, con soli tre romanzi al suo attivo (compreso E il vento disperse la nebbia, sua opera d’esordio, divenuta nel 1962 un film di discreto successo). Nato nel 1927 a Detroit, mise fine alla propria vita con un colpo di pistola a Los Angeles nel 1993, un congedo un po’ inglorioso per un autore che, in qualche modo, ha rappresentato il fiore all’occhiello letterario della generazione che ha narrato con entusiasmo e pure sguardo lucido la parabola effimera dei Figli dei Fiori.

Non a caso, fra le sue frequentazioni dirette o epistolari figurano due giganti come Tennessee Williams e Anaïs Nin.

La stagione della Strega è u romanzo tutto sommato semplice, la storia di Gloria, diciassettenne dai forti turbamenti adolescenziali che, non diversamente da molte coetanee, decide di andarsene da casa insieme all’amico del cuore, un ragazzo gay le cui due preoccupazioni primarie sono trovare un modo per far uscir allo scoperto la propria omosessualità e una via più indolore possibile per scavallare la leva obbligatoria, terrore di molti giovani americani poco propensi a rischiare la vita in una guerra lontana e insensata, dalla parte opposta del mondo, in Vietnam.

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Quello che inizia come una sorta di viaggio on the road si trasforma presto in un percorso a ostacoli. In fondo, ogni esperienza sulla strada che si rispetti non può non presentare difficoltà più o meno insormontabili e sorprese non sempre entusiasmanti. Il periodo è propizio: la fine del 1969, qualche giorno dopo il mitico festival di Woodstock, nel tripudio del movimento hippie e nella crescente insoddisfazione popolare per quel conflitto ai confini del mondo il cui unico risultato tangibile per il cittadino americano medio era la vista delle bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce che facevano mestamente ritorno a casa.

Il viaggio, che di fatto è una fuga da una madre superficiale e pure un tentativo di approfittare delle vibrazioni positive che avrebbero stimolato ancora per poco la gioventù degli Stati Uniti, parte da una cittadina del grigio Michigan verso l’Eldorado rappresentato al tempo da New York. Si può rintracciare qualche eco del viaggio intrapreso da Bob Dylan che, nel 1961, aveva lasciato il suo anonimo Minnesota per cercare fortuna nella Grande Mela, sulle orme di Woody Guthrie, al tempo suo nume tutelare. Sappiamo tutti come andò e sappiamo tutti come Dylan ripudiò a più riprese quella stessa generazione che lo aveva eletto suo sommo profeta, amplificando l’intrigo universale per la sua arte attraverso una coltre di mistero alimentato ad arte.

Gloria non ha bisogno di una seconda pelle di finzione. Semmai, di quella finzione che avviluppa – fin quasi a soffocarlo – lo stile di vita borghese della sua famiglia vuole sbarazzarsi del tutto, convinta – come centinaia di migliaia di altri giovani americani – di poter dare inizio a una nuova era e di poter fondare un nuovo mondo. Ma anche Gloria ha un punto di riferimento a New York. Non un maestro della musica popolare come Woody, bensì il proprio padre naturale che non ha mai conosciuto, che sa che insegna in un ateneo newyorchese, che è stato tacciato di una pericolosa vicinanza con il pensiero comunista, che è tutto sommato la dimostrazione vivente dell’ipocrisia della “vecchia” America: una notte d’amore con sua madre e il concepimento di una creatura in seno a una società bacchettona, conservatrice, spaventata dal nuovo che avanza.

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Gli incontri che farà – compreso quello imprevedibile con il padre biologico, che non vi svelerò per non togliervi il gusto della scoperta – e le disavventure che le accadranno in una metropoli certamente molto diversa dall’ambiente della provincia da cui proviene, la spingeranno a scrivere un diario, in realtà con l’intenzione di mettere a disposizione della sua generazione un’autobiografia che divenga un punto di riferimento. In fondo, la città si rivelerà spietata e la vita teoricamente libera in un appartamento che è quasi una comune non sarà tutta rose e fiori.

Con un linguaggio adeguato a quello dei ragazzi della generazione dei Figli dei Fiori – se vi è capitato, per esempio, di vedere pellicole del periodo come Easy Rider e Punto Zero, quest’ultimo uscito proprio dìnel 1971, come il romanzo La stagione della Strega, capirete cosa intendo – James Leo Herlihy firma un’opera che si mantiene sapientemente in equilibrio tra storia on the road, romanzo di formazione e critica spietata dell’ottimismo naif e non sempre genuino del tempo. Ma, soprattutto, si coglie un giudizio sferzante sulla politica americana della fine degli anni Sessanta, con il militarismo brandito come clava dalla classe politica e dai benpensanti tradizionalisti per soffocare slanci pacifisti e aneliti libertari.

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Come ogni buon romanzo che si rispetti, La stagione della Strega non è invecchiato granché. Basterebbe un passo come il seguente per convincersene. «Non ci sono davvero speranze?… Questo Paese è già impazzito completamente. Abbiamo un milione di soldati in Asia e missili puntati alla tempia di chiunque. Perché?»

Non sembra essere cambiato tanto in quasi 60 anni. Gli USA avevano bisogno di una ventata di sano socialismo allora e ne hanno ancor più bisogno oggi. «Per vincere una rivoluzione servono i proletari e l’America ne è priva. Ci sono solo sovrani e fallimenti.» Una fotografia degli USA di oggi, si direbbe, in cui nessuno – a partire dai braccianti e dagli operai – ammetterebbe di essere parte di un mondo di lavoratori la cui massima aspirazione – talvolta chimerica – è la mera sussistenza.

E meno male che ad alzare la media c’era un’enorme bellezza, un vento creativo che non avrebbe mai avuto eguali. Certo non li ha oggi. Perché un viaggio disagiato in autostop – parola fattasi desueta persino nel paese che l’ha sostanzialmente coniata – poteva sembrare un trasferimento «su una carrozza coperta, solo che i pionieri non ascoltavano Crosby, Stills & Nash sul mangianastri». Una bella differenza, vero?

Come bella ogni americano pensa che sia la propria patria. Niente di sbagliato, di per sé. Figuriamoci. Lo recita anche America the Beautiful, poesia scritta nel 1895 e presto divenuta una delle canzoni più popolari del paese. Gloria, che dopo poche pagine di questo romanzo inizia a farsi chiamare Strega, si chiede «quando è stata bella».

Perché la bellezza resta, ma è innegabile che oggi mostri qualche appannamento.

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