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La vergogna greca: per i profughi afghani non c'è posto neanche nell'inferno di Moria 2

I migranti intrappolati nel campo di Mavrovouni a Lesbo per il 63% sono afghani mentre il governo greco di riconoscere la Turchia come paese sicuro, con l’obiettivo di mandare indietro gli afghani

Il campo di Moria a Lesbo
Il campo di Moria a Lesbo

admin

8 Settembre 2021 - 17.29


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Anche l’inferno respinge i profughi afgani. L’inferno in terra: Moria. 

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Altro che solidarietà, inclusione, vicinanza al popolo afghano. È solo a parole che i leader europei esprimono preoccupazione per la sicurezza dei profughi afghani, perché di fatto stanno voltando le spalle a migliaia di persone in fuga da guerra e violenza.

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A dimostrarlo le condizioni disumane in cui vivono i migranti intrappolati nel campo di Mavrovouni a Lesbo, ribattezzato “Moria 2.0”, che per il 63% sono afghani; o la decisione presa a giugno dal Governo greco di riconoscere la Turchia come paese sicuro, con l’obiettivo di mandare indietro gli afghani, oltre che i siriani, i somali, i pakistani e i bengalesi. Famiglie spesso in fuga da guerre e persecuzioni, che avrebbero il diritto ad essere accolte in Europa come rifugiati.

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È la denuncia contenuta nel nuovo rapporto  diffuso oggi da Oxfam e Greek Refugees Council. 

Moria 2.0

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“Un anno fa bruciava il campo Moria di Lesbo, quando il Commissario Ue Ylva Johansson dichiarò ‘mai più campi come questo’ Eppure per i rifugiati che stanno a Moria 2, una struttura temporanea e allestita in tutta fretta, le condizioni di vita sono tutt’ora indicibili. – rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie- Allo stesso tempo nulla è cambiato nell’impostazione dell’Unione europea e dei leader dei paesi membri sull’accoglienza di chi è in fuga in cerca di salvezza come gli afghani, ora al centro dell’attenzione internazionale, nessun passo concreto è stato fatto per garantire diritti e dignità. Al contrario, dopo la prima fase di evacuazione e il grande moto di solidarietà espresso al popolo afghano, l’unica strategia messa in atto è bloccare i flussi migratori a monte e lungo la rotta balcanica, nel tentativo di delegare a paesi terzi il controllo delle frontiere e di scaricare sui paesi al confine con l’Afghanistan, la gestione del possibile esodo che si registrerà nei prossimi mesi”.

L’immorale posizione assunta dal Governo greco con il bene-placet europeo

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Il 16 agosto, il giorno dopo la caduta di Kabul, il ministro greco per le migrazioni, Notis Mitarachi, ha affermato che la Grecia non sarebbe diventata la porta di ingresso per gli afghani in Europa, in palese violazione degli obblighi internazionali che prevedono l’accoglienza di chi è in cerca di sicurezza.

“La decisione del Governo greco di bandire gli afghani dall’Europa è semplicemente immorale – aggiunge Vasilis Papastergiou, esperto legale del Greek Refugees Council – Non solo va contro il diritto internazionale ed europeo, ma impedisce alle persone di ricostruirsi una vita. Attraverso un meccanismo di manipolazione burocratica nel momento in cui vengono registrati, gli viene negato ogni aiuto. In un caso che abbiamo seguito direttamente, le autorità greche si sono rifiutate di esaminare la domanda di asilo di una famiglia afghana, nonostante lo imponesse la normativa europea, dichiarando che dovevano essere rimandate in Turchia, dove avevano trascorso solo 4 giorni. Una decisione assunta nonostante il governo turco dal 2020 rifiuti qualsiasi nuovo trasferimento dalla Grecia. Il risultato è che adesso la famiglia è bloccata a Lesbo, come altre centinaia di persone che si trovano a Moria 2.0. Tutti intrappolati in un limbo in cui i richiedenti asilo vengono usati come mera merce di scambio politico”.

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Le condizioni disumane per i migranti intrappolati a Moria 2.0, costretti a passare in tenda il sesto inverno di fila, senza vaccini Covid

Il Tribunale europeo per i diritti umani ha recentemente dichiarato che le autorità greche sono state incapaci di garantire un luogo di accoglienza all’altezza degli standard europei.  Le ondate di caldo di quest’estate senza poter contare su un riparo, non hanno fatto altro che rendere impossibili le già difficili condizioni di vita a Moria 2, e la mancanza di preparazione del governo greco fa presagire che molte persone trascorreranno l’inverno in tenda per il sesto anno consecutivo. Delle oltre 3570 persone che sono intrappolate qui, il 32% sono bambini, di cui 7 su 10 ha meno di 12 anni.

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Migliaia di persone, che arrivano in Grecia spesso già vittime di traumi indicibili, che oltre a non riuscire a vedere un futuro davanti, ancora adesso sono costrette a sopravvivere in condizioni limite, affrontando il rischio di contagio da Covid, dato che il 91% della popolazione del campo ancora non è vaccinata.

 La mancanza di misure di sicurezza all’interno del campo, inoltre, mette a serio rischio le donne, che rappresentano il 20% dei profughi nel campo. Secondo un recente sondaggio hanno paura di lasciare le tende dopo il tramonto per prendere l’acqua o usare docce e bagni. In questo caso sarebbe sufficiente anche solo prevedere un’illuminazione adeguata, la costruzione di servizi igienici più vicini alla sezione delle donne single e un numero maggiore di agenti di sicurezza donne.

“Moria 2 è una baraccopoli indecente, ma del resto il governo greco ha dichiarato apertamente di voler scoraggiare l’ingresso dei migranti. – conclude Pezzati – Rifugiati e richiedenti asilo, scappati da guerre e violenza, si ritrovano così in condizioni indegne per l’Europa.  L’Ue ha dichiarato di voler aiutare i rifugiati a ricostruirsi una vita, ma come si concilia questo proposito con i campi nelle isole greche?”.

Berlino chiude

“Non credo sia molto saggio parlare di numeri, perché i numeri ovviamente innescano un effetto calamita e non lo vogliamo”. Lo ha detto il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, prima di entrare alla riunione straordinaria con i suoi omologhi europei parlando della possibilità di stabilire delle quote nell’Unione europea per accogliere i rifugiati afghani. Il governo federale tedesco ha sempre concordato programmi di insediamento per «persone particolarmente maltrattate» e «siamo pronti anche per questo», ha precisato, esortando l’Ue ad agire «bene e rapidamente» per evitare che si apra una crisi come quella del 2015.

I numeri

Nell’Ue ad oggi risiedono regolarmente almeno 550 mila afghani, stabiliti in Germania, Regno Unito, Svezia, Austria, Danimarca, Norvegia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi, Francia, Italia, Finlandia e Romania. Nel complesso, nel 2020 i Paesi dell’Ue hanno concesso una qualche forma di protezione a circa 280 mila richiedenti asilo: i gruppi più numerosi di beneficiari provenivano da Siria, il 27% di tutte le persone cui è stata concessa protezione, Venezuela (17%) e Afghanistan (15%). Sempre lo scorso anno, in base alle statistiche ufficiali Ue, 44.200 afghani hanno fatto domanda di asilo nei Paesi europei, pari al 10,6% di tutte le pratiche presentate. Per il terzo anno consecutivo quella afghana è la seconda cittadinanza maggiormente rappresentata tra i richiedenti asilo nell’Ue – in tutto 472 mila persone di 150 nazioni diverse – dietro soltanto a quella siriana, al 15,2%. Circa un quarto di tutte le domande dei richiedenti asilo originari dell’Afghanistan sono state presentate in Grecia e in Francia.

Secondo il rapporto del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), l’anno scorso 26.963 persone di decine di nazionalità diverse hanno fatto richiesta di asilo in Italia e sulle oltre 41 mila domande (anche di anni precedenti) esaminate, il 76% è stato respinto, mentre lo status di rifugiato è stato concesso all’11,8%, il 10,3% ha ottenuto una protezione sussidiaria e l’1,9% una protezione speciale.

Secondo dati Istat di gennaio 2020, in Italia gli afghani legalmente residenti sono 11.121, pari allo 0,22% di tutti gli stranieri stabiliti nel Paese. In Germania, invece, si stima siano oltre 270 mila gli afghani presenti, una comunità importante che, per esempio, ad Amburgo risulta essere la terza minoranza, dopo polacchi e turchi. Sempre secondo dati Eurostat, dal 2008 al 2020, gli Stati europei hanno valutato in tutto 600 mila richieste d’asilo da parte di afghani e ne hanno rifiutate ben 290 mila, con il rimpatrio di oltre 70 mila persone, tra cui 15-20 mila donne. 

Afghanistan: garantire evacuazione, ingresso in Europa anche in esenzione di visto e protezione per le persone in fuga

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha indicato alcune indispensabili iniziative per agevolare la protezione della popolazione civile in Afghanistan. 

“L’attuale drammatica situazione in Afghanistan, cui stiamo assistendo inerti da oramai troppo tempo, deve spingere l’Italia e l’Unione europea a fare tutto il possibile per evacuare la popolazione locale che ritenga non ulteriormente sopportabile lo stato di privazione dei diritti e delle libertà democratiche.

Tale piano di evacuazione dovrebbe tenere in considerazione innanzitutto le esigenze delle categorie maggiormente bisognose e vulnerabili in questo momento, ovvero almeno donne, minori di età, persone anziane, appartenenti a gruppi e comunità, religioni, posizioni politiche ed etnie che non si riconoscono nell’annunciato nuovo governo, ex collaboratori a qualsiasi titolo del personale civile e militare straniero sino ad ora presente a diverso titolo in Afghanistan. 

Inoltre, deve essere immediatamente garantita l’evacuazione di tutti coloro che erano in attesa di partire a seguito di autorizzazione per ricongiungimento familiare e sono ora impossibilitati a farlo.

Considerata la situazione eccezionale in atto, tuttavia, deve essere presa ogni opportuna iniziativa rivolta a garantire l’ingresso in Europa ed in Italia ai cittadini afghani attualmente in patria ovvero all’estero.

Essendo di fatto impossibile il rilascio di visti di ingresso da parte della autorità consolari europee in Afghanistan è, dunque, necessario modificare gli allegati al Reg. (CE) 15/03/2001 n. 539/2001 (o sospenderne temporaneamente gli effetti) e così prevedere la possibilità di ingresso in Europa in esenzione di specifico visto per i cittadini afghani.

L’Italia, anche tenuto conto del ruolo assunto dalle proprie forze militari nel corso degli ultimi venti anni in Afghanistan, ha il dovere di garantire o, comunque, agevolare in ogni modo l’ingresso tramite le proprie frontiere marittime, aeree e terrestri dei cittadini afghani che ivi si presentino anche in esenzione di visto e fornire loro tutte le informazioni utili affinché gli stessi possano accedere alla richiesta di protezione internazionale. E’ difatti di palmare evidenza il diritto di tutti costoro al riconoscimento del diritto di asilo che la Costituzione italiana riconosce quale diritto fondamentale ai sensi dell’art. 10, co. 3.

Devono almeno essere immediatamente trasferite alle rappresentanze consolari italiane nei Paesi limitrofi (insieme agli altri servizi consolari) anche le competenze relative al rilascio di visti di ingresso per i cittadini afghani, in particolare quelli per ricongiungimento familiare o comunque il rilascio di visti umanitari, garantendo procedure rapide e semplificate che non tengano conto del mancato soggiorno regolare del richiedente nel Paese in cui la rappresentanza consolare è situata. Occorre infatti tenere conto del fatto che, in ragione dell’emergenza epidemiologica e dei connessi ritardi dell’Ambasciata italiana a Kabul, molte pratiche di ricongiungimento di familiari di cittadini afghani soggiornanti in Italia risultano a tutt’oggi bloccate. 

Allo stesso modo occorrerà tenere conto e facilitare il reingresso di cittadini afghani titolari di un permesso di soggiorno italiano che, per varie ragioni, risultano essere bloccati in Afghanistan. 

E’ poi indispensabile che, facendo uso di tutti gli strumenti normativi attualmente a disposizione, i cittadini afghani comunque presenti in Italia ed in Europa possano accedere con immediatezza alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e ad un titolo di soggiorno che garantisca loro e, per quanto possibile, i propri familiari attualmente in Afghanistan una adeguata tutela. Nei confronti di costoro è opportuno che, attraverso un esame prioritario ai sensi art. 28, co. 2, lett. a) d.lgs. 25/2008, le commissioni territoriali riconoscano una delle due forme di protezione internazionale previste dall’ordinamento giuridico e che ciò avvenga – ove possibile – omettendo il colloquio personale con il richiedente, ai sensi dell’art. 12, co. 2 e 2 bis, d.lgs. 25/2008.

Solamente nel caso in cui  motivi  concreti e tassativamente previsti dalla legge ostino al riconoscimento della protezione internazionale dovrà, comunque, essere rilasciato a tutte le persone di nazionalità afghana che ne facciano richiesta un permesso di soggiorno a titolo di protezione speciale, ai sensi degli artt. 5 e 19, d.lgs. 286/98.

Considerate le differenti politiche di rimpatrio da parte degli Stati membri dell’Unione europea nei confronti dei cittadini afghani richiedenti protezione internazionale la cui domanda sia stata rigettata, costituisce quindi precauzione indifferibile quella volta a sospendere i trasferimenti dall’Italia verso altri Stati membri di cittadini afghani destinatari di un provvedimento di trasferimento ai sensi del Regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013 (cd. Regolamento Dublino III) garantendo l’assunzione della competenza da parte dell’Italia all’esame della domanda di protezione internazionale.

Occorre altresì  porre fine alle prassi illegittime di respingimento verso Paesi che non garantiscono il diritto di asilo e un’adeguata tutela dei diritti umani, nonché contrastare l’implementazione di accordi di riammissione e/o finalizzati a trasferire forzatamente i cittadini afghani in Paesi terzi considerati sicuri.

Ogni ulteriore iniziativa volta al supporto della popolazione afghana in Europa, all’estero ed in patria, che non contempli azioni militari ed in continuità con l’occupazione, deve essere presa in considerazione.”

Ma l’Europa non lo sta facendo. 

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