Yael Dayan: "Non ho combattuto per uno Stato dell'apartheid. Il mondo fermi l'annessione"

Scrittrice, più volte parlamentare e vice sindaca di Tel Aviv, paladina dei diritti delle donne, figlia di uno dei miti d’Israele: l’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan.

Yael Dayan

Yael Dayan

globalist 26 giugno 2020

“Israele ha un governo, ma non avrà pace. Benny Gantz si è arreso a Netanyahu senza combattere, per usare una terminologia militare cara all’ex capo di stato maggiore. C’è chi ha detto e scritto che Gantz abbia tradito il suo elettorato. Ma accettando di governare assieme a Netanyahu, ha fatto qualcosa di peggio: ha inferto una ferita mortale alla speranza di cambiamento”.


A sostenerlo  è Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare e vice sindaca di Tel Aviv, paladina dei diritti delle donne, figlia di uno dei miti d’Israele: l’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan.


“Continuerò a battermi – dice – perché Israele non diventi il nuovo Sudafrica: lo Stato dell’apartheid. Non ho combattuto per questo”.


Israele ha un nuovo governo: il governo Netanyahu-Gantz,  C’è chi lo ha definito il “governo dell’annessione” chi un “matrimonio” politico contronatura. Qual è il suo giudizio?


"Il più severo possibile. Gantz è entrato in politica col dichiarato proposito di mettere fine all’era Netanyahu. Lo ha fatto anzitutto in nome di uno dei pilastri di uno stato di diritto: nessuno, neanche un Primo ministro può considerarsi al di sopra della legge, come pretende Netanyahu. Gantz ha ceduto su questo e non può giustificare quella che è una mera operazione di potere in nome della ‘guerra’ al Coronavirus. In passato, Israele ha combattuto tante guerre che ne hanno messo in pericolo la sua stessa esistenza, ma mai quelle guerre sono servite per operazioni politiche di potere. Nei momenti più duri della sua esistenza, Israele ha saputo mostrarsi unito, al di là delle divisioni politiche tra chi era al governo e chi all’opposizione. Il sale della democrazia è proprio il confronto tra diverse visioni, tra diverse alternative di governo. Gantz ha cancellato tutto questo e nel farlo si è consegnato a Netanyahu, provocando anche la rottura nella coalizione che aveva dato vita a Blu e Bianco.


Per l’accordo raggiunto, dopo 18 mesi dall’entrata in funzione del Governo, sarà Gantz il primo ministro


Diciotto mesi sono una eternità per la politica israeliana, basti pensare che in meno di un anno abbiamo avuto tre elezioni anticipate. Piuttosto che cedere quella poltrona, Netanyahu farà in modo di andare a nuove elezioni. E ci andrà dopo aver diviso l’opposizione. Gantz ha ceduto a  un primo ministro che fomenta odio e divisione, che con le sue parole intrise di odio arma ideologicamente e politicamente la mano alla destra più estrema”.


Lei  ha fatto riferimento alle performance di Netanyahu. Performance vincenti


“Ma che Israele pagherà a caro prezzo. Lo pagheranno le minoranze, non solo gli arabi israeliani, lo pagherà il processo di pace con i Palestinesi, lo pagheranno le fasce socialmente più deboli della società. D’altro canto, Netanyahu ha costruito il suo consenso sulla divisione del paese, radicalizzando a destra il Likud, cavalcando paura e insicurezza, indicando di volta in volta i nemici da combattere, esterni e interni. E ora si appresta a essere Primo ministro per altri 18 mesi. Un incubo”.


In questo scenario non certo rassicurante, c’è ancora uno spazio per rilanciare il dialogo israelo-palestinese?


“Se questo spazio deve essere trovato da coloro che governano oggi  Israele, allora dico no, questo spazio non esiste più. Non esiste perché si è scelto di indebolire e delegittimare un leader moderato, disposto al compromesso, qual è Abu Mazen, anche se questo ha finito per rafforzare gli estremisti di Hamas. Non esiste, perché nella visione di cui questa destra è portatrice la sicurezza è sempre congiunta con disegni di grandezza che non contemplano il riconoscimento di uno Stato palestinese. Non esiste, non può esistere una pace vera, durevole, che possa conciliarsi con la massiccia colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. Non è conciliabile per il semplice, inconfutabile, dato di realtà che la politica di annessione di fatto di terre palestinesi, la trasformazione, anche sul piano dello status, di colonie in città israeliane, minano dalle fondamenta un accordo fondato sul principio di “due popoli, due Stati”.


Ma gli insediamenti sono cresciuti, e tanto, anche quando a guidare Israele erano primi ministri laburisti.
Su questo la sinistra dovrebbe riflettere e fare una salutare autocritica. Ma c’è una differenza sostanziale: nell’orizzonte della destra nazionalista, gli insediamenti hanno una legittimazione ideologica e non rispondono a ragioni di sicurezza. Per la destra più estrema, che oggi ha un ruolo decisivo all’interno del governo, i coloni, anche nelle componenti più radicali, sono degli eroi, i pionieri di Eretz Israel. In questa ottica, gli insediamenti in Giudea e Samaria (i nomi biblici della Cisgiordania, ndr) sono la concretizzazione del disegno della Grande Israele che è stato a fondamento del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, da sempre il pensatore di riferimento della destra israeliana. Dove dovrebbe nascere lo Stato dei palestinesi? Su quali territori, entro quali confini? E ancora: certo, può esistere uno stato smilitarizzato ma non uno stato che non eserciti la propria sovranità sul territorio nazionale. Uno Stato del genere sarebbe una finzione. Netanyahu, e con lui i capi della destra radicale, considerano la nascita di uno Stato di Palestina non come una minaccia alla sicurezza d’Israele ma come un colpo mortale alla Grande Israele. Non è con la forza che Israele diventerà un paese normale. Vede, Yitzhak Rabin capì che la pace, che è altra cosa dalla resa dell’altro contraente, non può essere a costo zero. La pace dei coraggiosi è un incontro a metà strada. E’ la ricerca di un compromesso sostenibile. Ma coraggio, compromesso, dialogo, sono parole che non esistono nel vocabolario politico di chi governerà Israele”.


Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas,  ha annunciato  la fine di tutti gli accordi con Israele e gli Stati Uniti e affermato che il primo, come potenza occupante, è responsabile dei territori che occupa.


“E’ la conferma della gravità del momento. Pace e annessione sono tra loro inconciliabili. Ma questo Netanyahu lo sa bene. Lui ha scelto da tempo. Ha scelto l’annessione”.


Un piano che dovrebbe scattare tra pochi giorni, il 1°luglio.


Per Netanyahu il fattore tempo è decisivo. E coincide con le elezioni presidenziali negli Sati Uniti. Se si è spinto fino a questo punto è perché sa di poter contare sul sostegno incondizionato del suo amico Trump. Ma se il nuovo presidente Usa dovesse essere, come spero ardentemente visti i disastri interni ed esterni commessi dall’attuale presidente, Joe Biden, allora molte cose cambierebbero e Netanyahu non avrebbe più carta bianca per portare a compimento il sogno che ha sempre coltivato la destra più radicale: quello della Grande Israele.  Un sogno che si trasformerebbe in un incubo non solo per i palestinesi ma per quanti, nel mio Paese, si battono per il dialogo e per non fare dell’Israele di oggi il nuovo Sudafrica del Medio Oriente: lo Stato dell’apartheid.


Cosa significa per lei essere “amici d’Israele”?


Un vero amico è quello che sa dirti quando sbagli e ti aiuta a non ricommettere gli stessi errori. Israele ha bisogno di questi amici. E Donald Trump non è tra questi.