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Gas, e se fossero i curdi a salvare Ue ed Erdogan dalla dipendenza dalla Russia?

Una soluzione all'emergenza legata al gas russo potrebbe trovarsi nel Kurdistan iracheno, una possibilità che Erdogan sta vagliando molto attentamente.

Gas, e se fossero i curdi a salvare Ue ed Erdogan dalla dipendenza dalla Russia?

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12 Aprile 2022 - 10.41


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E se fosse il gas curdo a salvare le scarse riserve energetiche d’Europa? La necessità espressa di ridurre la dipendenza da Mosca, infatti, sta portando i paesi europei a cercare nuove strade per rifornirsi e quelle che portano al nord dell’Iraq, nel Kurdistan iracheno, sembrano essere molto fertili.
Nell’analisi di Giuseppe Didonna per l’Agi, la prospettiva di una scelta geopolitica delicata.

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sembra deciso a rendere la Turchia un hub energetico capace di smistare verso l’Europa il gas di Israele, Azerbaigian e Krg, attraverso Cipro che dispone di risorse proprie. Risorse che hanno negli ultimi anni fatto risalire la tensione nel Mediterraneo orientale e che ora diventano, nel piano del presidente turco, l’espediente per riportare la stabilità nell’area, proprio attraverso accordi di sfruttamento.

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“A dio piacendo si aprono nuove prospettive in ambito energetico che spianano la strada ai mercati europei per il gas iracheno e del mediterraneo orientale, ma che necessitano normalizzazione nei rapporti e stabilità”, ha detto Erdogan lo scorso 24 marzo, a margine del summit Nato di Bruxelles.

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Il piano di Erdogan ha già compiuto un importante passo con la visita del presidente israeliano Isaac Herzog in Turchia lo scorso marzo che ha certificato un processo di normalizzazione già avviato tra Ankara e lo stato ebraico, unite dal comune interesse a sfruttare le riserve israeliane. Il progetto di un gasdotto che porti il gas curdo in Europa attraverso la Turchia trova favorevole Israele, ma è osteggiato dall’Iran.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, proprio l’opposizione all’accordo avrebbe costituito una delle ragioni che hanno spinto Teheran a colpire la città curdo-irachena di Erbil lo scorso 13 marzo. Un attacco missilistico mirato a colpire un covo dei servizi segreti israeliani a Erbil, secondo Teheran, una risposta a un’operazione con cui lo stato ebraico si era liberato di alcune spie iraniane a Damasco lo scorso marzo.

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Al di là delle dichiarazioni di Teheran, è da sottolineare il fatto che un missile iraniano ha colpito la villa di Sheik Baz Karim Barzinji, amministratore delegato della compagnia curdo irachena KAR, che controlla il 40% dell’oleodotto della regione, la cui quota di maggioranza è nelle mani della compagnia russa Rosnefit.

Lo scorso dicembre Kar aveva chiuso un accordo con l’amministrazione regionale di Erbil per portare il gas dei giacimenti di Khor Mor, a sud di Kirkuk, fino ad Erbil e da lì a Dohuk. Un accordo raggiunto per soddisfare la domanda interna, ma che nei fatti spinge l’infrastruttura a soli 35 km dal confine turco.

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Qui trova già pronto e operativo il gasdotto Tanap, costruito anche grazie a un accordo raggunto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il KRG nel 2013, attualmente in uso per convogliare il gas dell’Azerbaigian in Turchia. Un avvertimento, mentre in ballo c’è la possibilità che il gas curdo possa raggiungere la Turchia e l’Europa già a partire dal 2025, come prospettato da Ali Hama Salih, a capo della commissione energia del parlamento del Krg.

Una prospettiva su cui spingono Ankara e Bruxelles e gli stessi curdi iracheni, che con le sanzioni scattate nei confronti di Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina hanno intensificato la propria azione diplomatica nei confronti degli attori regionali.

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Ragioni che spiegano l’urgenza del viaggio di Erdogan a Erbil a febbraio, che ha incontrato il presidente Nechirvan Barzani e ha spinto per far partire un progetto che riunisce gli interessi sia di Erdogan che di Barzani. Un cammino complicato da una causa aperta proprio tra i governi di Turchia e Iraq e che riguarda l’export di petrolio attraverso l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, una causa del 2015 per cui Baghdad ha chiesto danni per 25 miliardi di dollari presso la Corte di Arbitrato Internazionale.

Uno stallo su cui è intervenuto però il premier Mustafa al-Kadhimi, che ha deciso di rinviare l’arbitrato e che ha con Erdogan un buon rapporto, mentre il governo Barzani rimane attivissimo più fronti, che però riconducono tutti alla Turchia.

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Il premier del KRG Masrour Barzani ha recentemente discusso ‘l’enorme potenziale energetico della regionè con il ministro dell’Energia del Qatar, paese che ha strettissimi rapporti con Ankara. Barzani ha dichiarato che il KRG è pronto ad esportare il gas delle proprie riserve ‘al resto dell’Iraq, Turchia ed Europa’.

Al momento la compagnia degli Emirati Dana Gas ha in mano l’estrazione e lavorazione del gas dei giacimenti di Chemchemal e Khor Mor, sfruttati ancora al di sotto dei rispettivi potenziali.

Da notare come proprio gli Emirati sono uno dei Paesi con cui Erdogan ha recentemente firmato accordi, anche in ambito energetico. Rimangono quasi intatti giacimenti di Miran e Bina Bawi, su cui sta lavorando la Genel Energy, compagnia turca britannica che ha già investito 1,4 miliardi di dollari e sui quali potrebbe presto aggiungersi la turca Cengiz, specializzata nella raffinazione di gas particolari come quello di questi due giacimenti.

Un piano che non piace a Teheran, come lasciato intendere dai missili piovuti su Erbil a Marzo, ma anche sull’influenza e le pressioni del governo iraniano sui membri del parlamento vicini all’ayatollah che non vedono di buon occhio il sostegno di Barzani al leader iracheno Moqtada Al Sadr, che aumenta il proprio consenso proprio attraverso una continua propaganda anti Iran. Oltre che il malcontento di Teheran Erdogan ha però altri nodi da sciogliere, in particolare con Baghdad.

Tra Turchia e Iraq sono in ballo le operazioni militari dell’esercito di Ankara, che sconfina nel nord Iraq per colpire i separatisti curdi del Pkk, invisi anche allo stesso Barzani. Tra Ankara e Baghdad non sono mancati pesanti scambi di accuse scaturite dal sistema di dighe turche che di fatto riduce drasticamente il flusso d’acqua verso l’Iraq.

A queste si aggiunge la già citata causa in corso, su cui si pronuncerà un tribunale di arbitrato internazionale che potrebbe condannare Ankara a un risarcimento da 25 miliardi di dollari nei confronti dell’Iraq per non aver coinvolto il governo iracheno nei precedenti accordi con il KRG.

Una causa che costituirebbe un precedente capace di mandare in naftalina accordi futuri. Erdogan è consapevole degli ostacoli al progetto, ma più che compiere un passo indietro che riguardi le dighe o le operazioni contro il Pkk, punti fermi del suo governo, punta sul comune interesse di Israele e Unione Europea. Una convergenza che Erdogan ritiene capace di piegare le resistenze di Baghdad che non ha interesse ad aprire una disputa con il KRG che strizza l’occhio a Moqtada al Sadr, l’uomo che più di altri può frammentare ulteriormente il quadro politico iracheno. 

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