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Ivan Graziani, 25 anni dopo: il figlio Filippo racconta un genio del rock e annuncia tracce inedite

Venticinque anni fa, nel gennaio del 1997, moriva Ivan Graziani. Chissà cosa avrebbe potuto dare ancora e soprattutto dire adesso del nostro paese così diverso da quello in cui era cresciuto

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Ivan Graziani

globalist

6 Ottobre 2015


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“tu sai citare i classici a memoria, ma non distingui il ramo da una foglia” (Pigro 1978)

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Ivan Graziani e la chitarra erano un tutt’uno, con lei sprizzava energia a mille, travolgendo chi lo ascoltava e seguiva nei suoi live. Era infatti il “cantautore con la chitarra elettrica” per antonomasia, la fedele Gibson compagna di tante serate a raccontare di “Maledette malelingue”, “finanzieri e contrabbando”, “dolci Agnesi” “Monnalise” e Paoline Paoline” e con la quale volle essere sepolto il primo gennaio del ’97 quando se ne andò per una malattia incurabile.

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Nella puntata di Oggi è un altro giorno – su Rai1 – del 12 gennaio 2022 ci sarà ospite il figlio Filippo, anche lui musicista (ha partecipato tra le Nuove Proposte al Festival di Sanremo 2014, che parlerà del padre e anche delle molte tracce inedite a cui si sta lavorando per pubblicarle. 

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Aveva appena 51 anni Graziani e aveva dato tanto alla musica con la sua passione e i suoi sentimenti, chissà cosa avrebbe potuto dare ancora e soprattutto dire adesso del nostro paese così diverso da quello in cui era cresciuto e che aveva tanto amato e attentamente analizzato.
Ivan infatti era il cantore principe di quell’Italia meno evidente ma vitale rappresentata dalla provincia, capace come era di riuscire a rendere esaltanti e intriganti grazie alla sua sensibilità ed ironia, microstorie animate da personaggi locali e particolari, da figure sbiadite realmente esistite o intraviste nella fantasia.

Un artista fuori dagli schemi, oltre le righe, poliedrico (disegnava fumetti, dipingeva quadri, scriveva romanzi), che non è stato mai “allineato e coperto” alle mode del momento. La sua produzione infatti non si è mai omologata alle tendenze della musica italiana anni Sessanta e Settanta, non ha fatto parte cioè né dei cantautori “politici” ispirati al folk di Bob Dylan, né in quella degli importatori del rock’n’roll alla Elvis Presley o degli imitatori dei Beatles.

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Lui aveva qualcosa di suo da raccontare, frutto dell’attenta osservazione del suo mondo e dell’umanità che lo popolava (quell’Abruzzo di cui andava fiero e che sentiva dentro) e la grande padronanza della chitarra gli consentì di farlo in un modo originale. Graziani si è inventato insomma un linguaggio nuovo, a metà tra il rock e la canzone d’autore, che non era stato praticato in precedenza. E quella è stata la sua cifra stilistica.

Una scelta peraltro coraggiosa la sua, sicuramente agli antipodi della discografia di tendenza e commerciale che l’ha reso unico nel suo genere e inimitabile, ma che per rovescio della medaglia lo ha allontanato dal successo facile, quello fatto dalla visibilità, il can can mediatico, le classifiche.
“Lugano Addio”, “Firenze (Canzone triste)”, “Monnalisa”, “Maledette malelingue”, “Signora bionda dei ciliegi”, “Limiti”, “Agnese dolce Agnese”, “Pigro” (tra i 100 album più belli della musica italiana secondo la rivista specializzata Rolling Stone), sono gemme di un ricca discografia mai banale ma qualitativamente alta che Graziani ci ha lasciato.

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Brani entrati nella memoria collettiva dove la malinconia crepuscolare di amori perduti e sognati sottolineati da assoli di chitarra, si fonde con il ricordo per un grande artista che ha regalato emozioni senza risparmiarsi fino all’ultimo.

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