Erano le 7.30 del mattino del 7 ottobre 2023 quando un razzo lanciato da Hamas esplose a pochi metri dal piccolo Kinaan Dadou, che allora aveva sette anni. Il razzo era diretto verso l’insediamento israeliano di Efrat, nella Cisgiordania occupata, ma mancò il bersaglio di alcune centinaia di metri e cadde proprio davanti alla casa della famiglia di Kinaan.
Una scheggia colpì il bambino alla testa. Rimase immobile, con le braccia rigide lungo i fianchi, e gridò «Baba!» prima di accasciarsi a terra. Un soldato israeliano di passaggio promise di chiamare un’ambulanza, ma i soccorsi non arrivarono mai. I genitori portarono il figlio in ospedale con i propri mezzi, ma, a causa del caos di quella giornata, passarono sei ore prima che un medico potesse visitarlo. Nel frattempo, l’emorragia cerebrale continuava.
Fu l’ultima volta che i genitori sentirono la voce di Kinaan.
La sua storia è stata racintata dal Guardian
Oggi, a dieci anni, il bambino è costretto a letto in uno stato vegetativo persistente. Gli arti, pallidi e assottigliati dall’atrofia muscolare, sono coperti da una coperta di Topolino. Sulla parete, sopra il letto, i genitori hanno appeso alcune fotografie scattate prima dell’incidente. In una si vede Kinaan, vivace, mentre si arrampica sugli alberi; in un’altra sorride davanti all’obiettivo. Immagini che sembrano appartenere a un altro bambino rispetto a quello che oggi giace nel letto, con un occhio aperto che si muove senza meta nella stanza. Viene alimentato attraverso un sondino e respira grazie a una tracheostomia.
«Lo guardo e gli chiedo che cosa vuole, di cosa ha bisogno. Ma non può rispondermi e allora comincio a piangere. Penso che stia soffrendo», racconta il padre, Alaa Hassan Yakoub Dadou, 47 anni, guardando il figlio.
La storia di Kinaan è particolare: è un bambino palestinese rimasto ferito da un razzo di Hamas proprio il giorno in cui circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato dal movimento islamista contro Israele. A tre anni di distanza, i suoi genitori continuano a cercare aiuto per sostenere le spese delle cure. Si trovano intrappolati tra l’Autorità nazionale palestinese (Anp), responsabile dell’assistenza sanitaria nella loro zona, e le autorità israeliane, che controllano praticamente ogni aspetto della loro vita quotidiana.
La famiglia Dadou vive nel piccolo villaggio di Um Rukbeh, a ovest di Betlemme, nella cosiddetta Area C della Cisgiordania occupata, dove la popolazione palestinese è sottoposta al regime militare israeliano.
Nei primi tempi, l’Autorità nazionale palestinese aveva garantito a Kinaan alcune prestazioni sanitarie. Il bambino è stato sottoposto a diversi interventi neurochirurgici e i medici hanno dovuto asportargli una parte del cranio. Ma, raccontano i genitori, successivamente l’Anp si è rifiutata di sostenere le spese per ulteriori cure specialistiche e ha garantito i farmaci in modo discontinuo.
La legislazione palestinese riconosce alle persone con disabilità il diritto alla copertura di almeno il 75% delle spese per la riabilitazione. I minori, inoltre, hanno diritto ad accedere al più alto livello possibile di assistenza sanitaria gratuita.
Il ministero della Salute palestinese non ha risposto alle domande.
Anche Israele, in quanto potenza occupante, ha obblighi precisi in materia di assistenza sanitaria in base al diritto internazionale, anche se non è chiaro in quale misura tali obblighi si applichino specificamente al caso di Kinaan. A un legale che rappresenta la famiglia, le autorità israeliane hanno comunicato che il bambino è rimasto ferito in un’area al di fuori della loro giurisdizione. Una spiegazione contestata dai genitori, considerato il controllo di fatto esercitato da Israele sulla loro vita quotidiana.
Nell’Area C, infatti, le autorità israeliane decidono sui permessi di costruzione, compresi quelli necessari per realizzare rifugi antiaerei, e regolano gran parte degli spostamenti della popolazione palestinese. Restrizioni che rendono ancora più difficile per la famiglia accedere alle cure. Tre mesi fa, inoltre, i Dadou hanno ricevuto un avviso secondo cui la loro abitazione potrebbe essere demolita a breve.
La famiglia ha presentato un appello umanitario al governo israeliano. Se fossero stati cittadini israeliani e avessero abitato in uno dei numerosi insediamenti illegali che circondano il loro villaggio, sostengono i genitori, avrebbero avuto a disposizione un rifugio antiaereo e cure mediche adeguate.
«Abbiamo bussato a tutte le porte. La risposta è sempre la stessa, sia da parte araba sia da quella israeliana. I palestinesi ci dicono: “Questa non è una nostra zona”. Qual è la nostra colpa? Quella di vivere in mezzo agli insediamenti? Nessuno dei due schieramenti si assume la responsabilità di occuparsi di noi», dice Alaa.
Il Cogat, l’organismo israeliano che coordina le attività governative nei territori palestinesi, non ha risposto alle domande sul caso di Kinaan.
Senza un aiuto esterno, la famiglia non è in grado di sostenere i costi delle cure che potrebbero migliorare le condizioni del bambino. Uno specialista in Turchia ha spiegato che un programma intensivo di riabilitazione, accompagnato da un ulteriore intervento chirurgico, potrebbe portare a un miglioramento. Il costo del trattamento, tuttavia, si aggira intorno ai 250.000 dollari, una cifra assolutamente fuori dalla portata dei genitori.
«Spendo 4.000 shekel al mese, circa 950 sterline, soltanto per i suoi farmaci. Chiedo soldi in prestito a destra e a sinistra, ma è troppo», racconta Alaa.
In passato lavorava come operaio in Israele, ma ha perso il lavoro dopo che, in seguito all’attacco del 7 ottobre, le autorità israeliane hanno smesso di rilasciare permessi di lavoro alla maggior parte dei palestinesi della Cisgiordania. Da allora la famiglia non ha più alcuna fonte di reddito.
Per risparmiare, la madre di Kinaan, Woroud Dadou, ha imparato a eseguire personalmente alcune procedure mediche di routine. Ora cambia da sola il tubo della tracheostomia, risparmiando alla famiglia 225 sterline al mese.
«Cerco di mantenere il tubo il più pulito possibile, in modo da poterlo utilizzare più a lungo. Ma a volte, se uso lo stesso tubo troppo a lungo, lui comincia a tossire», racconta Woroud. Ha imparato a eseguire queste operazioni osservando il personale medico durante i ricoveri del figlio.
Alaa ha saputo di un suo ex collega in Israele il cui bambino era rimasto ferito il 7 ottobre. Quel piccolo paziente era stato trasferito in Germania per ricevere cure specialistiche e le sue condizioni erano successivamente migliorate. Alaa è felice per il collega, ma non riesce a evitare di pensare a quanto sarebbe diverso il destino di Kinaan se avesse potuto ricevere le stesse cure.
«Se fosse stato un bambino israeliano, persino figlio di un colono, pensate che lo avrebbero lasciato in queste condizioni? Lo avrebbero portato nei migliori ospedali. Avrebbero fatto tutto il possibile per salvarlo», afferma.
«Israele si prende cura dei propri feriti. Ma quando si tratta di noi, anche davanti a un caso umanitario, è come se ci dicessero: “Date al bambino le sue medicine finché non muore”».
I ricordi di Kinaan sono sparsi per tutta la casa. C’è un piccolo quaderno blu pieno dei suoi tentativi di scrivere le prime parole: «pepe, cavolo, cavaliere». I genitori conservano con orgoglio quelle pagine e ricordano che il bambino sognava di diventare pilota.
Kinaan era il secondo di tre fratelli, ma anche il più rumoroso e vivace. «Li metteva sempre in riga, sembrava un piccolo sergente», racconta il padre con un sorriso. Ricorda che, ogni volta che tornava a casa dal lavoro, Kinaan lo aspettava sulla porta e chiamava anche gli altri due fratelli per andargli incontro.
Adesso è soltanto la moglie ad accoglierlo. In casa, le voci e i rumori dei giochi dei bambini sono quasi scomparsi.
Per un momento Kinaan sembra svegliarsi. Mentre il padre gli parla, il suo volto sembra abbozzare un sorriso. Continua ad aprire la bocca, fermandosi ogni volta, come se stesse per pronunciare qualcosa. Ma non escono parole. Nella stanza regna il silenzio, interrotto soltanto dal rumore del respiro del bambino.
«Siamo realisti, sappiamo che probabilmente non tornerà mai quello di prima. Ma vogliamo almeno alleviare le sue sofferenze e liberarci dal senso di colpa», dice il padre. «Per una madre e un padre è un dolore diverso, non sapere che cosa faccia esattamente soffrire il proprio figlio. È un peso enorme da sopportare».