di Antonio Picarazzi
L’analisi delle dinamiche macroeconomiche e strutturali dell’Italia restituisce il quadro di un sistema economico impigliato in una persistente stagnazione secolare, mascherata da indicatori congiunturali apparentemente favorevoli. La narrazione trionfalistica incentrata sui record storici del mercato del lavoro — con un’occupazione che ha superato la soglia dei 24 milioni di addetti e un tasso di disoccupazione che oscilla attorno al 6% — si rivela, a un esame rigoroso un’illusione contabile. La divaricazione radicale tra l’incremento quantitativo dei volumi di lavoro impiegati e la sostanziale stasi del Prodotto Interno Lordo (attestato su una crescita anemica compresa tra lo 0,7% e l’0,9%) svela la patologia profonda del modello produttivo nazionale: il progressivo deterioramento della Produttività Totale dei Fattori (PTF) e l’inefficienza allocativa delle risorse umane.
Questa lettura richiede, tuttavia, una distinzione preliminare fra la consistenza statistica dell’occupazione e il significato economico che le viene attribuito nel dibattito pubblico. Il numero delle persone occupate è una grandezza reale, rilevata secondo criteri statistici internazionali e non costituisce, di per sé, un artificio contabile. L’illusione nasce quando il suo incremento viene assunto come prova sufficiente di un rafforzamento dell’apparato produttivo, di una maggiore capacità di generare reddito e di un miglioramento generalizzato delle condizioni materiali della popolazione. Un aumento delle persone occupate può infatti convivere con una riduzione delle ore medie lavorate, con una maggiore frammentazione dei rapporti di lavoro, con retribuzioni insufficienti e con una crescita assai modesta del valore aggiunto.
Il dato deve essere pertanto letto attraverso almeno quattro dimensioni distinte: numero degli occupati, volume delle ore effettivamente lavorate, valore aggiunto prodotto e distribuzione del reddito generato. Solo la loro lettura congiunta consente di comprendere se l’espansione occupazionale corrisponda a un effettivo rafforzamento della capacità produttiva o se, invece, rappresenti prevalentemente una maggiore distribuzione di un volume di lavoro che produce incrementi limitati di ricchezza.
Un riferimento particolarmente significativo è costituito dalle misure di produttività elaborate dall’ISTAT per il periodo 1995-2024. Nel 2024, nei settori di mercato considerati dall’Istituto, il valore aggiunto in volume è aumentato dello 0,4%, mentre le ore lavorate sono cresciute del 2,3%. La conseguenza è stata una contrazione dell’1,9% della produttività del lavoro. Nello stesso anno la produttività totale dei fattori è diminuita dell’1,2%, dopo la flessione dell’1,6% registrata nel 2023. Ancora più significativo è il dato di lungo periodo: tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro italiana è cresciuta mediamente appena dello 0,3% annuo e la PTF dello 0,4%.
Questi numeri documentano una debolezza strutturale che precede ampiamente l’attuale fase politica e non può essere ricondotta esclusivamente alle scelte di un singolo governo. La responsabilità delle politiche economiche attuali va valutata proprio sulla loro capacità, o incapacità, di correggere una tendenza che si trascina da decenni. Occorre inoltre ricordare che la PTF non coincide semplicemente con il progresso tecnologico: è una misura residuale che incorpora anche miglioramenti organizzativi, conoscenze, qualità del capitale umano ed efficienza nell’impiego congiunto dei fattori produttivi. La sua stagnazione segnala quindi un problema sistemico di funzionamento dell’economia, non soltanto un ritardo nell’adozione delle nuove tecnologie.
La polarizzazione settoriale e la trappola della bassa produttività
La crescita del numero degli occupati, decontestualizzata dai dati sulla composizione del valore aggiunto, cela una mutazione regressiva della struttura produttiva. L’espansione dei posti di lavoro non è stata trainata dai settori ad alta intensità di capitale, ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica, bensì dai comparti del terziario a ridotta intensità di conoscenza e a bassissima produttività marginale, come il turismo, la ristorazione, il commercio al dettaglio e i servizi di base alla persona.
Nel contempo, l’industria manifatturiera — che costituisce il vero motore dell’export ad alto valore aggiunto e il perno della competitività internazionale del Paese — ha registrato un marcato arretramento dei volumi e dei margini. Questo ridimensionamento è il risultato combinato di fattori strutturali e congiunturali:
- L’impatto prolungato della crisi energetica e della volatilità dei costi delle materie prime.
- La stretta monetaria della Banca Centrale Europea, che ha innalzato in modo asimmetrico il costo del credito per le piccole e medie imprese rispetto ai competitor dell’Eurozona.
- La contrazione della domanda globale e, in particolare, la stagnazione economica della Germania, principale partner commerciale delle filiere subfornitrici della penisola.
Quando un sistema economico assorbe grandi volumi di lavoro senza generare un incremento proporzionale di valore aggiunto, si verifica una distorsione allocativa: l’aumento dell’occupazione avviene attraverso la proliferazione di impieghi a basso contenuto tecnologico, caratterizzati da bassi investimenti in beni strumentali e da una limitata capacità di innovazione organizzativa.
Per comprendere la portata del fenomeno occorre tuttavia evitare una contrapposizione troppo schematica fra industria e servizi. Non tutto il terziario è caratterizzato da bassa produttività e non tutta l’industria presenta livelli elevati di efficienza. I servizi informatici, finanziari, professionali, logistici e di ricerca possono generare un valore aggiunto per addetto particolarmente elevato, mentre alcuni comparti industriali tradizionali possono essere caratterizzati da una produttività relativamente modesta. La distinzione economicamente rilevante è quindi quella fra attività ad alta e bassa intensità di conoscenza, capitale, innovazione e valore aggiunto, indipendentemente dalla loro classificazione settoriale.
Questa precisazione non indebolisce la tesi della polarizzazione produttiva, ma la rende più rigorosa: il problema non è l’espansione del terziario in quanto tale, bensì la specializzazione in attività nelle quali l’aumento dell’occupazione non è accompagnato da un corrispondente incremento degli investimenti, dell’efficienza organizzativa e del valore aggiunto per ora lavorata.
I dati dell’ISTAT sui conti economici delle imprese e dei gruppi d’impresa relativi al 2024 offrono un ulteriore elemento di lettura. Il valore aggiunto nominale delle imprese industriali e dei servizi è cresciuto complessivamente del 2,5%, ma con dinamiche assai differenziate: +4,2% nei servizi, +0,6% nell’industria in senso stretto e -0,5% nelle costruzioni. Nei servizi, il contributo alla crescita è derivato anche dalle attività professionali, scientifiche e tecniche, dall’alloggio e dalla ristorazione, dall’informazione e comunicazione e dai trasporti. Si tratta di un dato che invita a distinguere la crescita nominale del valore aggiunto dalla sua dinamica reale e, soprattutto, dalla produttività del lavoro.
Non è sufficiente, infatti, che un settore aumenti il proprio fatturato o il valore aggiunto nominale: occorre verificare quanto di tale incremento sia riconducibile all’aumento dei prezzi e quanto alla crescita effettiva dei volumi prodotti, nonché quante ore di lavoro siano state necessarie per generarlo.
La questione centrale è il rapporto fra valore aggiunto reale e input produttivi. La produttività del lavoro si misura attraverso il rapporto fra valore aggiunto in volume e ore lavorate, non attraverso il semplice rapporto fra PIL e numero degli occupati. La PTF, a sua volta, considera il contributo congiunto di lavoro e capitale. Confondere questi indicatori significa perdere proprio il contenuto strutturale dell’analisi.
L’ISTAT, nel rapporto sulle misure di produttività 1995-2024 pubblicato il 12 dicembre 2025, documenta che la dinamica negativa della produttività del lavoro nel 2024 è stata determinata prevalentemente dalla flessione della PTF e che, nel periodo 2014-2024, la produttività del lavoro è cresciuta mediamente soltanto dello 0,3% annuo. È un risultato particolarmente significativo perché dimostra che il problema non è circoscritto alla fase più recente, ma riguarda la capacità del sistema produttivo di trasformare gli input di lavoro e capitale in incrementi durevoli di ricchezza.
Un ulteriore elemento riguarda la struttura dimensionale delle imprese. La prevalenza di micro e piccole imprese, pur rappresentando una caratteristica storica del capitalismo italiano e non essendo di per sé sinonimo di inefficienza, può ostacolare la realizzazione di economie di scala, la sostenibilità degli investimenti in ricerca e sviluppo, l’adozione di tecnologie avanzate e la formazione di competenze specialistiche. La frammentazione dimensionale può inoltre ridurre la capacità delle imprese di accedere al credito, affrontare i mercati internazionali e sostenere investimenti organizzativi di lungo periodo.
Non si tratta di sostenere che la grande dimensione sia sempre preferibile alla piccola impresa, ma di riconoscere che la crescita dimensionale, le reti produttive, le aggregazioni, i consorzi e la cooperazione fra imprese possono consentire di superare alcuni vincoli strutturali che comprimono la produttività.
Quando la competizione si fonda prevalentemente sulla compressione dei costi, anziché sull’innovazione dei processi, sulla qualità dei prodotti e sulla crescita del valore aggiunto, il sistema tende a perpetuare un equilibrio di bassa produttività e bassi salari. In tale contesto, l’aumento dell’occupazione può persino diventare il risultato di una maggiore frammentazione del lavoro, piuttosto che di una reale espansione della capacità produttiva.
Il Labour Market Slack, la distorsione degli inattivi e la ricalibrazione della disoccupazione reale
La fragilità del mercato del lavoro italiano emerge con drammatica evidenza dall’analisi del Labour Market Slack (LMS). Sebbene l’indicatore sintetico del sottoutilizzo del lavoro mostri una flessione (intorno al 14,3%), esso si mantiene strutturalmente superiore alla media dell’Unione Europea (11,8%), lasciando inespresso un bacino potenziale di circa quattro milioni di individui.
La vera chiave di lettura di questa distorsione risiede nella definizione convenzionale e burocratica di “inattività”. Nelle rilevazioni statistiche standard, vengono catalogati come “inattivi” milioni di cittadini che non compiono un’azione formale di ricerca di lavoro nelle ultime quattro settimane o che non sono immediatamente disponibili a iniziare entro due settimane, pur dichiarandosi pronti e desiderosi di lavorare. Questa segmentazione artificiosa nasconde una realtà oggettiva: la stragrande maggioranza degli inattivi disponibili è costituita da disoccupati di fatto o “scoraggiati”, ossia persone che hanno smesso di cercare attivamente un impiego a causa della cronica mancanza di opportunità nei propri territori o per l’inadeguatezza dei canali di intermediazione.
L’integrazione di questo concetto costringe a un serio ricalcolo dei dati statistici ufficiali per restituire la dimensione della disoccupazione e dell’occupazione reale.
Se si somma alla cifra dei disoccupati ufficiali (circa 1,5-1,6 milioni di persone) il bacino dei circa 2 milioni di inattivi “disponibili a lavorare”, la riserva di lavoro non utilizzata raddoppia, salendo a oltre 3,5 milioni di individui. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione reale ed esteso non è il 6% dichiarato dalle statistiche congiunturali, ma si attesta su valori compresi tra il 13% e il 14% delle forze di lavoro allargate.
Sebbene il dato grezzo indichi 24,4 milioni di addetti, la correzione dell’indicatore al netto del part-time involontario (oltre il 57% del tempo parziale complessivo) e della sotto-occupazione mostra che il numero di lavoratori impiegati a tempo pieno effettivo (Full-Time Equivalent – FTE) è drasticamente inferiore. Il sistema produce un’illusione quantitativa spezzettando il monte ore complessivo su una platea più vasta di teste, con un tasso di occupazione reale rettificato in termini di ore lavorate che colloca l’Italia agli ultimi posti in Europa.
A differenza di quanto accade in economie comparabili come la Francia o la Spagna, dove il margine di sottoutilizzo è guidato prevalentemente dalla disoccupazione aperta, il sistema italiano è zavorrato da un’inattività strutturale che maschera disoccupazione latente. All’interno di questo bacino di disoccupati di fatto, si osserva una polarizzazione netta.
Infatti, oltre il 55% di questa componente è costituito da donne, sintomo dell’inefficacia delle politiche di conciliazione, della cronica carenza di infrastrutture sociali (asili nido, servizi di cura territoriale) e di un welfare familiare sbilanciato sul lavoro di cura non remunerato, che trasforma la difficoltà oggettiva di inserirsi nel mercato in una falsa “inattività volontaria”.
Inoltre, la concentrazione della disoccupazione sommersa nelle fasce d’età più giovani e nel Mezzogiorno alimenta i flussi di emigrazione intellettuale (fuga di cervelli), depauperando il capitale umano qualificato formatosi attraverso il sistema scolastico e universitario nazionale.
Questo squilibrio riflette il fallimento storico delle politiche attive del lavoro. La spesa pubblica continua a concentrarsi su misure di sostegno assistenziale o sussidi congiunturali a valle, anziché sulla formazione continua, sulla ricollocazione mirata e sul potenziamento dei servizi pubblici per l’impiego.
Precisazioni metodologiche e aggiornamento dei dati.
La definizione di Labour Market Slack adottata da Eurostat è più ampia di quella del solo tasso di disoccupazione e comprende quattro componenti: i disoccupati secondo la definizione internazionale; gli occupati part-time sottoccupati; le persone in cerca di lavoro ma non immediatamente disponibili; le persone disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente. Le ultime tre categorie costituiscono indicatori supplementari di sottoutilizzo e non possono essere automaticamente riclassificate come disoccupazione ufficiale.
È quindi opportuno distinguere il tasso di disoccupazione in senso stretto dal tasso di sottoutilizzo complessivo del lavoro. La somma dei disoccupati e delle persone disponibili ma non attivamente in cerca può fornire una misura alternativa della riserva potenziale di lavoro, ma non costituisce un nuovo tasso di disoccupazione riconosciuto dalle convenzioni statistiche internazionali. Per costruire un indicatore esteso occorre definire esplicitamente il numeratore, il denominatore e le categorie incluse, evitando di sommare grandezze che appartengono a universi statistici differenti.
L’aggiornamento Eurostat relativo al 2025 colloca il Labour Market Slack italiano al 14,8%, contro una media dell’Unione europea dell’11,8%. Il dato italiano è inferiore a quello spagnolo, pari al 18,2%, ma sostanzialmente in linea con quello francese, pari al 15,0%; la Germania si colloca invece al 7,9%. Ne deriva che il problema italiano è certamente rilevante, ma non può essere spiegato mediante una contrapposizione semplicistica con Francia e Spagna. Per dimostrare che la composizione del sottoutilizzo italiano sia maggiormente condizionata dall’inattività occorre confrontare separatamente le quattro componenti dell’indicatore nei diversi Paesi.
Anche il dato relativo agli occupati richiede un aggiornamento temporale. Secondo la rilevazione ISTAT di settembre 2026, gli occupati sono 24 milioni e 328 mila, con un tasso di occupazione del 63,0% e un tasso di disoccupazione del 6,3%. La crescita su base annua è pari a 198 mila occupati. Questi numeri confermano la consistenza dell’espansione occupazionale, ma non risolvono il problema della qualità e dell’intensità del lavoro impiegato.
Per quanto riguarda il part-time, occorre distinguere la quota di lavoratori part-time involontari sul totale degli occupati a tempo parziale dalla quota sul totale degli occupati. Il dato del 55-60% deve essere accompagnato dalla precisa annualità e dalla relativa definizione statistica, perché il denominatore è determinante per interpretarne correttamente il significato.
Il ricorso al concetto di Full-Time Equivalent consente di affrontare una questione fondamentale, ma non autorizza a trasformare direttamente il tasso di occupazione ISTAT in un nuovo tasso ufficiale. L’FTE misura il volume di lavoro espresso in equivalenti a tempo pieno, sulla base delle ore lavorate e di una convenzione di orario. È quindi una misura di intensità dell’impiego del lavoro, non un semplice correttivo del numero delle persone occupate. Un confronto internazionale deve utilizzare la stessa metodologia, lo stesso periodo di riferimento e un denominatore omogeneo.
La distinzione non è puramente tecnica. Un Paese può avere un tasso di occupazione relativamente elevato e, contemporaneamente, un volume medio di ore lavorate per occupato più basso, una maggiore incidenza del part-time involontario e una quota rilevante di persone che desidererebbero lavorare più ore. In questo caso, il dato relativo alle teste occupate non descrive interamente la capacità del mercato del lavoro di utilizzare il potenziale produttivo della popolazione.
Un elemento particolarmente significativo emerge dalla componente longitudinale della rilevazione ISTAT sulle forze di lavoro. Nel passaggio dal 2024 al 2025, il 67% delle persone che hanno trovato un’occupazione è entrato in una condizione di vulnerabilità lavorativa, definita dall’Istituto attraverso la presenza di un contratto a termine e/o di un part-time involontario. Inoltre, la quota di lavoratori vulnerabili che permane nella stessa condizione è salita al 73,4%, contro il 65,2% del periodo precedente. La permanenza nel part-time è passata dall’80% all’87,9%.
Questi dati introducono un elemento ulteriore rispetto alla semplice fotografia mensile dell’occupazione: non conta soltanto quante persone entrano nel mercato del lavoro, ma anche quale traiettoria occupazionale seguono e quanto sia difficile uscire dalle condizioni di vulnerabilità. Un mercato del lavoro nel quale si entra facilmente in un rapporto discontinuo o sottoccupato, ma dal quale è difficile transitare verso un’occupazione standard, può presentare un’espansione quantitativa senza una corrispondente riduzione della precarietà sostanziale.
L’ISTAT, nel Rapporto annuale 2026, rileva che nel 2025 i lavoratori vulnerabili erano ancora oltre quattro milioni, pari al 17% degli occupati. La loro incidenza era maggiore fra le donne, con il 23%, e fra i giovani, per i quali superava il 30% nella fascia 15-34 anni. La retribuzione lorda mediana annua nel settore privato extra-agricolo, riferita al 2023, superava i 28 mila euro per i lavoratori standard, mentre non raggiungeva i 7 mila euro per quelli vulnerabili. La differenza dipende anche dalla frammentarietà dei percorsi lavorativi e dal minor numero di ore lavorate.
La vulnerabilità non si manifesta soltanto nella forma giuridica del rapporto di lavoro, ma anche nella quantità di reddito effettivamente percepita durante l’anno. La continuità del rapporto contrattuale, da sola, non garantisce continuità reddituale né un livello di reddito sufficiente.
L’inattività femminile, inoltre, non può essere letta esclusivamente come una scelta individuale. La distribuzione del lavoro di cura, la disponibilità dei servizi educativi, l’assistenza agli anziani, i costi dei servizi e la distribuzione territoriale delle opportunità occupazionali concorrono a determinare la possibilità concreta di partecipare al mercato del lavoro. La difficoltà di conciliazione fra lavoro retribuito e responsabilità familiari produce quindi un vincolo economico e sociale che non può essere ridotto a una preferenza individuale per l’inattività.
Analogamente, il problema giovanile non riguarda soltanto il tasso di disoccupazione. Occorre considerare la qualità dell’occupazione disponibile, il livello delle retribuzioni iniziali, la possibilità di sviluppare competenze professionali, le prospettive di carriera e la corrispondenza fra formazione acquisita e domanda delle imprese. La fuga di capitale umano qualificato non è soltanto una perdita demografica: rappresenta un trasferimento di risorse formative e produttive verso economie che offrono migliori condizioni di valorizzazione del lavoro.
Il paradosso della stabilità: contratti indeterminati e povertà salariale (Working Poverty)
Un aspetto centrale che smentisce la retorica del “miracolo occupazionale” riguarda la qualità giuridica e reddituale dei rapporti di lavoro. Se le statistiche ufficiali registrano un incremento dei contratti a tempo indeterminato, tale evidenza quantitativa non coincide affatto con un aumento del benessere o con l’uscita dalla vulnerabilità economica. L’analisi integrata dei dati di Banca d’Italia, ISTAT, INPS e CNEL delinea tre fenomeni interconnessi:
La distruzione dei salari reali nei servizi
I dati storici sui minimi tabellari elaborati dalla Banca d’Italia evidenziano che, a fronte di una dinamica nominale dei salari, l’inflazione cumulata nel corso degli ultimi decenni ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie. Nei servizi privati — il settore che ha assorbito la quota preponderante delle nuove assunzioni stabili — i salari contrattuali reali nel periodo 2000-2025 hanno segnato una contrazione netta del 5,9%. L’estensione del contratto a tempo indeterminato in settori a bassissima produttività non protegge il lavoratore dall’inflazione né garantisce incrementi retributivi adeguati al costo della vita.
L’analisi deve tuttavia distinguere la perdita dei minimi tabellari reali dalla dinamica delle retribuzioni effettivamente percepite. I minimi contrattuali rappresentano una componente fondamentale della remunerazione, ma non esauriscono il salario complessivo, che può includere superminimi, premi aziendali, straordinari, indennità e altri elementi retributivi. Analogamente, la retribuzione oraria non coincide con quella annuale: quest’ultima risente anche del numero di ore lavorate, della continuità occupazionale e dei periodi di mancata prestazione.
La distinzione è essenziale per comprendere la condizione dei lavoratori dei servizi. Un dipendente può registrare un aumento nominale della paga oraria e, contemporaneamente, subire una riduzione del reddito annuale reale a causa di un orario insufficiente, di una contrazione delle ore supplementari o di una discontinuità delle prestazioni.
Un’importante conferma della dinamica salariale è contenuta nel Quaderno di Economia e Finanza della Banca d’Italia n. 1070, pubblicato il 13 ottobre 2026, intitolato La contrattazione collettiva in Italia negli ultimi venticinque anni: evidenze dall’archivio della Banca d’Italia sui CCNL maggiormente rappresentativi, di Giulia Bovini, Raffaella Nizzi e Gaetano Basso. Lo studio analizza le retribuzioni tabellari dei cinquanta contratti collettivi più rappresentativi del settore privato non agricolo nel periodo 2000-2025.
La ricerca evidenzia l’aumento dei ritardi nei rinnovi contrattuali, la riduzione della frequenza degli adeguamenti retributivi e la perdita di potere d’acquisto determinata dall’inflazione del triennio 2021-2023. La contrazione è risultata particolarmente marcata nei servizi privati, dove i ritardi nei rinnovi sono stati maggiori. La contrattazione aziendale e territoriale ha compensato soltanto in parte la mancata crescita dei minimi tabellari.
Questo risultato consente di precisare un punto centrale: la debolezza salariale italiana non dipende esclusivamente dalla diffusione di contratti a basso contenuto retributivo, ma anche dal funzionamento della contrattazione collettiva e dalla sua capacità di adeguare tempestivamente le retribuzioni all’evoluzione dei prezzi e della produttività.
La perdita del potere d’acquisto non è quindi un fenomeno episodico riconducibile soltanto all’inflazione straordinaria del 2021-2023. Essa si inserisce in una dinamica più lunga nella quale la crescita della produttività e quella delle retribuzioni reali hanno mostrato una persistente debolezza. Quando il salario reale non segue la produttività, o quando la produttività stessa rimane stagnante, il sistema perde una componente essenziale della propria capacità di generare domanda interna e benessere diffuso.
Il contagio del part-time involontario
Molti dei rapporti di lavoro classificati come “stabili” (a tempo indeterminato) nascondono una drammatica sottoccupazione oraria. L’Italia detiene uno dei tassi più alti d’Europa di part-time involontario (superiore al 55-60% del totale dei contratti a tempo parziale). Lavoratori inquadrati contrattualmente a tempo indeterminato ma costretti a regimi di 18 o 20 ore settimanali (specie nella pulizia, nella vigilanza privata, nella ristorazione e nel terziario povero) percepiscono retribuzioni nette mensili inferiori alla soglia di sussistenza, pur figurando formalmente tra gli occupati stabili nelle rilevazioni ISTAT.
Il part-time involontario costituisce una delle manifestazioni più evidenti della differenza fra occupazione statistica e adeguato utilizzo del lavoro disponibile. Il lavoratore che desidera un impiego a tempo pieno ma è costretto ad accettare un orario ridotto non è disoccupato secondo la definizione internazionale, ma rappresenta una quota di lavoro potenziale che il sistema produttivo non utilizza.
La questione assume una particolare rilevanza nei comparti nei quali gli orari sono frammentati, le prestazioni sono organizzate su turni discontinui e la possibilità di aumentare le ore dipende dalle esigenze variabili del datore di lavoro. In tali condizioni, la stabilità giuridica del contratto può convivere con una sostanziale insicurezza economica.
Occorre inoltre considerare che il part-time non è necessariamente una condizione negativa. Può rappresentare una scelta consapevole del lavoratore e uno strumento di conciliazione fra esigenze personali e professionali. Il problema economico e sociale nasce quando la riduzione dell’orario non è volontaria, quando il lavoratore non riesce a ottenere un impiego a tempo pieno e quando il reddito derivante dalle ore disponibili non consente di raggiungere condizioni economiche adeguate.
La distinzione fra part-time volontario e involontario è pertanto fondamentale. Una politica del lavoro che si limiti a incentivare l’aumento del numero degli occupati, senza considerare il volume delle ore desiderate e non ottenute, rischia di confondere l’incremento delle persone formalmente occupate con una reale espansione dell’impiego del fattore lavoro.
L’ISTAT ha evidenziato, nel Rapporto annuale 2026, che i lavoratori vulnerabili — definiti come lavoratori a termine e/o in part-time involontario — erano oltre quattro milioni nel 2025. La loro retribuzione lorda mediana annuale nel settore privato extra-agricolo era inferiore a 7 mila euro nel 2023, a fronte di oltre 28 mila euro per i lavoratori standard. La differenza non può essere interpretata come un semplice divario di paga oraria: riflette soprattutto la minore quantità di lavoro retribuito e la frammentarietà delle carriere.
Il problema del part-time involontario si intreccia inoltre con quello della povertà lavorativa. La condizione di working poor non dipende necessariamente da una retribuzione oraria particolarmente bassa: può derivare anche da un numero insufficiente di ore, dalla presenza di più componenti familiari a carico, da periodi di disoccupazione alternati a periodi di lavoro e dall’assenza di continuità reddituale.
Per questo motivo, il contrasto alla povertà lavorativa non può essere affidato esclusivamente all’introduzione di una soglia salariale minima. Deve comprendere anche la qualità dell’orario, la continuità occupazionale, la possibilità di trasformare i rapporti part-time involontari in rapporti a tempo pieno e l’effettiva disponibilità di opportunità professionali.
La frammentazione contrattuale e i contratti “pirata”
La proliferazione incontrollata dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), con oltre un migliaio di sigle depositate presso l’Archivio Nazionale del CNEL, ha favorito la diffusione di contratti sotto-standard o “pirata”. Sottoscritti da organizzazioni di rappresentanza non comparativamente più rappresentative, tali accordi comprimono le retribuzioni di base e azzerano gli istituti di welfare integrativo, determinando differenziali retributivi che penalizzano i lavoratori di migliaia di euro annui a parità di mansione rispetto ai CCNL leader di categoria. A ciò si aggiunge il cronico ritardo nei rinnovi contrattuali, con periodi di vacanza contrattuale che superano regolarmente i trentasei mesi, congelando le retribuzioni nominali in fasi di forte espansione inflazionistica.
La questione della proliferazione contrattuale richiede una distinzione fra contratti depositati e contratti effettivamente applicati. Il numero delle sigle presenti nell’Archivio nazionale del CNEL non coincide con il numero dei contratti che hanno una diffusione significativa nel mercato del lavoro. L’Archivio conserva i testi autentici dei contratti collettivi depositati dalle organizzazioni firmatarie e, attraverso il codice alfanumerico unico, è integrato con il flusso UNIEMENS dell’INPS.
Questa integrazione consente di conoscere il numero delle imprese che dichiarano di applicare ciascun contratto e il numero dei lavoratori interessati, con articolazioni territoriali e di genere. È quindi possibile distinguere i contratti effettivamente applicati da quelli che risultano depositati ma hanno una diffusione marginale.
Il problema dei contratti pirata deve essere misurato sulla base della loro effettiva applicazione e delle condizioni economiche e normative che determinano. La semplice esistenza di un elevato numero di CCNL non dimostra, da sola, la presenza di dumping salariale. La dimostrazione deve riguardare la rappresentatività delle organizzazioni firmatarie, la diffusione dei contratti, i differenziali retributivi e normativi e la comparabilità delle mansioni.
Il dumping contrattuale produce una duplice distorsione. Da una parte penalizza i lavoratori, che possono percepire trattamenti economici e normativi inferiori a quelli previsti dai contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Dall’altra altera la concorrenza fra le imprese, consentendo a operatori che comprimono il costo del lavoro attraverso condizioni contrattuali peggiorative di competere con imprese che rispettano standard più elevati.
La questione non riguarda quindi soltanto la tutela individuale del lavoratore, ma anche il funzionamento del mercato e la qualità della concorrenza. Se la competizione si fonda sulla riduzione delle retribuzioni e sull’indebolimento delle tutele, anziché sull’innovazione, sull’organizzazione e sulla produttività, il sistema economico viene spinto verso un equilibrio di bassi salari e bassa qualità del lavoro.
Il recente studio della Banca d’Italia sulla contrattazione collettiva conferma inoltre che il problema dei ritardi nei rinnovi non è marginale. L’analisi dei cinquanta CCNL più rappresentativi evidenzia che la frequenza degli adeguamenti retributivi si è ridotta e che i ritardi nei rinnovi sono aumentati nel periodo considerato. La perdita di potere d’acquisto risulta particolarmente accentuata nei servizi privati, dove la contrattazione aziendale e territoriale ha una capacità di compensazione limitata e disomogenea.
La questione della rappresentanza e quella del salario minimo devono pertanto essere affrontate in maniera coordinata. Un salario minimo legale può costituire una soglia di tutela contro le retribuzioni più basse, ma non risolve da solo il problema della frammentazione contrattuale, della rappresentatività delle organizzazioni e della qualità della contrattazione collettiva. Allo stesso tempo, il rafforzamento della contrattazione di primo livello richiede criteri verificabili di rappresentanza e strumenti che impediscano l’applicazione di accordi peggiorativi sottoscritti da soggetti privi di effettiva rappresentatività.
La vulnerabilità strutturale della finanza pubblica
La stagnazione della produttività e la compressione dei salari reali si ripercuotono inevitabilmente sul perimetro della finanza pubblica e sui margini di manovra dello Stato.
Nonostante lo sforzo di ricondurre l’indebitamento netto (deficit) al di sotto della soglia del 3% del PIL (attorno al 2,9%), lo stock complessivo del debito pubblico si attesta su una traiettoria elevata, pari a circa il 138,5% del PIL. Tale ammontare sconta l’eredità pesante dei crediti d’imposta edilizi pregressi e il costo strutturale degli interessi passivi.
Il rendimento del Btp decennale, pur inserito in un contesto di spread relativamente stabile attorno ai 110 punti base rispetto al Bund tedesco, sconta tassi di interesse reali nettamente superiori rispetto al decennio dei tassi a zero. Questa dinamica aumenta il costo del servizio del debito, sottraendo risorse vitali agli investimenti pubblici in capitale umano, ricerca e infrastrutture materiali e immateriali.
Un’economia priva di crescita endogena e gravata da un debito elevato rimane strutturalmente esposta alle decisioni di politica monetaria della Banca Centrale Europea e alle crisi geopolitiche internazionali (crisi energetiche, frammentazione delle catene di approvvigionamento globale), costringendo il settore pubblico a subire passivamente gli shock anziché ammortizzarli con politiche anticicliche efficaci.
La dinamica del debito pubblico non può essere interpretata esclusivamente attraverso il rapporto fra deficit e PIL. Occorre considerare congiuntamente il saldo primario, la spesa per interessi, il tasso di crescita nominale del prodotto e gli aggiustamenti stock-flussi. In termini semplificati, la sostenibilità del debito dipende dalla relazione fra costo medio del finanziamento e crescita nominale dell’economia, oltre che dalla capacità dello Stato di produrre avanzi primari adeguati.
Quando il costo medio del debito supera stabilmente il tasso di crescita nominale del PIL, il rapporto debito/PIL tende ad aumentare, a parità di altre condizioni, e richiede un avanzo primario più elevato per stabilizzarsi. Al contrario, una crescita nominale sufficientemente robusta può contribuire a ridurre il rapporto, purché non sia accompagnata da squilibri di bilancio incompatibili con la sostenibilità nel medio periodo.
Questa relazione dimostra perché la produttività non sia una questione separata dalla finanza pubblica. Un’economia caratterizzata da una crescita strutturalmente debole del valore aggiunto e dei redditi presenta una base imponibile che tende a espandersi lentamente, mentre le esigenze di spesa sociale, previdenziale e sanitaria continuano a crescere anche per effetto dell’invecchiamento demografico.
Il problema non è soltanto quanto debito venga accumulato, ma quale capacità produttiva venga generata attraverso l’utilizzo delle risorse finanziarie. Un indebitamento destinato a investimenti che aumentano la produttività potenziale, migliorano il capitale umano e rafforzano le infrastrutture può contribuire alla crescita futura. Un indebitamento destinato prevalentemente a spese senza effetti strutturali sulla capacità produttiva rischia invece di lasciare alle generazioni successive un maggiore onere finanziario senza un corrispondente incremento della ricchezza disponibile.
Anche il confronto fra deficit e debito deve essere condotto con attenzione. Il deficit misura il flusso annuale di indebitamento delle amministrazioni pubbliche, mentre il debito rappresenta uno stock di passività accumulato nel tempo. La riduzione del deficit sotto il 3% del PIL non implica automaticamente una riduzione del rapporto debito/PIL. È possibile, come nel caso italiano, che il deficit diminuisca e che il debito continui ad aumentare, a causa della dinamica degli interessi, della crescita nominale, delle operazioni finanziarie e degli aggiustamenti stock-flussi.
Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre 2026 e il successivo Bollettino economico n. 4 della Banca d’Italia del 16 ottobre 2026 indicano per il 2026 un indebitamento netto pari al 2,9% del PIL e un rapporto debito/PIL del 138,1% nelle previsioni tendenziali aggiornate. La previsione del 138,5% riguarda invece il 2027. È quindi necessario distinguere il dato riferito al 2026 da quello dell’anno successivo, evitando di presentare una previsione annuale come un valore già acquisito.
Anche la crescita del PIL deve essere collocata nel corretto periodo di riferimento. La revisione ordinaria dei conti economici nazionali pubblicata dall’ISTAT il 22 settembre 2026 ha portato la crescita reale del 2025 allo 0,6%. Per il 2026, la variazione acquisita al secondo trimestre era pari allo 0,8%, mentre la stima preliminare del terzo trimestre, pubblicata il 30 ottobre 2026, indica una variazione congiunturale nulla e una crescita tendenziale dello 0,8%. Il quadro resta quindi quello di una crescita contenuta, ma occorre distinguere i dati consuntivi, le variazioni acquisite e le previsioni.
Il costo del debito deve inoltre essere valutato sulla base del rendimento effettivo delle nuove emissioni, della vita media residua dei titoli e della progressiva trasmissione dei tassi di mercato allo stock complessivo. Un aumento dei rendimenti non si trasferisce immediatamente e integralmente su tutto il debito pubblico, perché una parte consistente è costituita da titoli a tasso fisso emessi in precedenza. Tuttavia, con il progressivo rinnovo dei titoli in scadenza, il maggiore costo di finanziamento tende a riflettersi sulla spesa per interessi.
Il differenziale fra BTP e Bund, comunemente definito spread, è un indicatore importante della percezione del rischio sovrano da parte dei mercati, ma non esaurisce il problema del costo del debito. Anche in presenza di uno spread relativamente contenuto, il livello assoluto dei rendimenti può risultare elevato rispetto al decennio precedente e determinare un incremento progressivo della spesa per interessi. Per questo motivo, il dato dei 110 punti base deve essere sempre accompagnato dalla data della rilevazione e dal rendimento assoluto dei titoli considerati.
Un altro elemento riguarda l’impatto dei crediti d’imposta edilizi. La loro eredità sulla finanza pubblica non deve essere ricondotta a un unico dato aggregato: occorre distinguere la contabilizzazione secondo i criteri di competenza, la distribuzione temporale degli effetti sul deficit, l’utilizzo in compensazione e le conseguenze sulla cassa e sul debito. Gli effetti dei crediti d’imposta possono infatti manifestarsi in momenti differenti e attraverso meccanismi contabili diversi. La corretta valutazione richiede pertanto di considerare sia l’impatto sui saldi annuali sia gli effetti cumulativi sul fabbisogno finanziario e sullo stock del debito.
La debolezza della crescita economica riduce inoltre la capacità dello Stato di finanziare politiche pubbliche espansive senza compromettere la sostenibilità dei conti. Il problema assume una particolare rilevanza quando l’aumento della spesa per interessi riduce gli spazi disponibili per investimenti in istruzione, ricerca, sanità, infrastrutture e innovazione. In queste condizioni, il debito rischia di trasformarsi da strumento di sostegno allo sviluppo in un vincolo che limita la capacità di promuovere lo sviluppo stesso.
La questione fondamentale è dunque qualitativa perchè non basta consolidare i conti pubblici, ma occorre modificare la composizione della spesa e migliorare la capacità dello Stato di generare investimenti produttivi. La stabilità finanziaria e la crescita economica non sono obiettivi alternativi, ma condizioni che devono essere perseguite congiuntamente.
La necessità di un’agenda riformista non congiunturale
In questa prospettiva, l’azione economica e le scelte di fondo operate dal governo di centrodestra si rivelano profondamente inadeguate rispetto alle reali urgenze del Paese, palesando un cortocircuito teorico e programmatico che ricalca esattamente le illusioni qui confutate. Insistere nel rivendicare i record congiunturali dell’occupazione come il risultato di una presunta golden age economica significa confondere la mera quantità numerica delle teste impiegate con la qualità del lavoro e la creazione di valore aggiunto. La linea politica dell’esecutivo — incentrata su interventi parziali, decontribuzioni temporanee slegate da vincoli di produttività, tolleranza verso la proliferazione di contratti poveri e assenza di una visione strategica sulla contrattazione e sui salari — finisce per cristallizzare l’Italia in un equilibrio di sottosviluppo competitivo. Affidarsi alla propaganda dei numeri senza correggere la distorsione dei salari reali, senza aggredire l’inattività strutturale e senza varare una politica industriale orientata all’innovazione tecnologica non è solo un errore di diagnosi, ma è la scelta politica di amministrare la stagnazione, anestetizzando i sintomi della crisi sociale e scaricando cinicamente sulle generazioni future il peso di un debito insostenibile e di un modello produttivo immobile.
La diagnosi economica fino a qui svolta restituisce l’immagine di un Paese intrappolato in un circolo vizioso: la competitività fondata sul contenimento del costo del lavoro e sulla tolleranza di margini salariali compressi deprime la domanda interna, disincentiva gli investimenti privati in innovazione e tecnologia, e perpetua la specializzazione in filiere a basso valore aggiunto.
Confidare unicamente su misure congiunturali di spesa pubblica o su interventi tampone legati ai flussi temporanei dei fondi europei equivale ad anestetizzare i sintomi di una patologia sistemica senza rimuoverne le cause originarie. Un’autentica svolta riformista e progressista richiede un intervento coordinato su almeno tre assi strutturali inderogabili:
- La modernizzazione e digitalizzazione dell’apparato burocratico e della giustizia civile, al fine di ridurre i costi di transazione e attrarre investimenti esteri ad alto valore aggiunto.
- Politiche attive del lavoro efficaci e selettive, orientate alla riqualificazione professionale massiva (reskilling e upskilling), all’incentivazione dell’occupazione femminile e alla riduzione del divario retributivo di genere.
- Il rafforzamento della contrattazione collettiva di primo livello, attraverso l’introduzione di un salario minimo legale o di norme sulla rappresentanza che arginino il dumping salariale dei contratti pirata, legando gli aumenti retributivi agli incrementi effettivi della produttività aziendale e settoriale.
Solo superando l’illusione contabile dell’occupazione precaria e a basso valore aggiunto l’Italia potrà preservare la propria sovranità economica e sociale all’interno dell’Unione Europea, invertendo la rotta di una stagnazione che rischia di scaricare sulle generazioni future il peso insostenibile di un debito senza benessere e di una crescita senza futuro.
A questi tre assi deve tuttavia aggiungersi un quarto intervento, senza il quale il programma riformista rischierebbe di affrontare gli effetti della debolezza produttiva senza intervenire sufficientemente sulle sue cause: una politica industriale strutturale orientata alla crescita della produttività, all’innovazione e alla trasformazione qualitativa dell’apparato produttivo nazionale.
Non si tratta di riproporre una politica industriale dirigista, fondata sulla selezione amministrativa delle imprese da sostenere o sulla perpetuazione di incentivi generalizzati. Si tratta di costruire un quadro di intervento pubblico di tipo programmatorio capace di correggere i fallimenti del mercato, sostenere gli investimenti ad alto contenuto tecnologico, favorire la ricerca applicata, promuovere il trasferimento delle conoscenze e accompagnare la trasformazione dei processi produttivi.
Il primo obiettivo deve essere l’incremento degli investimenti privati in ricerca e sviluppo, soprattutto nelle imprese di piccola e media dimensione che incontrano maggiori difficoltà nell’organizzare autonomamente attività di ricerca, sostenere i costi delle tecnologie avanzate e attrarre competenze specialistiche. Occorre rafforzare il collegamento fra università, centri di ricerca e sistema produttivo, promuovendo strumenti di collaborazione che non si esauriscano nella concessione di contributi, ma producano effettivi trasferimenti di conoscenze e capacità tecnologiche.
Un secondo obiettivo riguarda la crescita dimensionale e organizzativa delle imprese. Il sistema produttivo italiano deve poter superare i limiti derivanti da una frammentazione che, in numerosi comparti, riduce la capacità di realizzare economie di scala, investire in innovazione e competere sui mercati internazionali. Aggregazioni, reti d’impresa, consorzi, collaborazioni industriali e strumenti di finanza per lo sviluppo possono contribuire a rafforzare la capacità produttiva senza necessariamente sacrificare la flessibilità e la specializzazione delle piccole imprese.
Un terzo obiettivo riguarda la qualità degli investimenti. Gli incentivi pubblici dovrebbero essere valutati sulla base della loro capacità di produrre incrementi misurabili di produttività, innovazione, occupazione qualificata e valore aggiunto. Non è sufficiente misurare il successo di una politica economica attraverso l’ammontare delle risorse stanziate o il numero dei progetti finanziati. Occorre verificarne gli effetti addizionali, distinguendo gli investimenti che sarebbero stati realizzati comunque da quelli effettivamente generati dall’intervento pubblico.
La politica industriale deve inoltre considerare la transizione digitale ed energetica non come un insieme di adempimenti amministrativi o di incentivi temporanei, ma come una trasformazione della struttura produttiva. L’efficienza energetica, l’automazione, la robotica, l’intelligenza artificiale, la gestione dei dati e l’innovazione dei processi possono generare incrementi di produttività, ma soltanto se accompagnati da investimenti in capitale umano, formazione e riorganizzazione del lavoro.
È necessario evitare che l’introduzione delle nuove tecnologie produca esclusivamente una sostituzione quantitativa del lavoro o una concentrazione dei vantaggi economici in una parte limitata del sistema produttivo. L’obiettivo deve essere quello di accrescere la capacità dei lavoratori di utilizzare le nuove tecnologie, migliorare la qualità delle prestazioni e partecipare alla distribuzione dei benefici derivanti dagli incrementi di produttività.
In questa prospettiva assume particolare rilevanza anche la partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati economici delle imprese. La partecipazione non deve essere intesa soltanto come strumento di distribuzione di premi o incentivi, ma come una possibile forma di coinvolgimento dei lavoratori nei processi organizzativi e nelle decisioni che determinano la qualità e l’efficienza della produzione. La condivisione degli obiettivi aziendali, l’accesso alle informazioni, la formazione e la contrattazione di secondo livello possono contribuire a collegare la crescita della produttività a una più equa distribuzione dei risultati economici.
La crescita salariale non può essere considerata un costo da comprimere indefinitamente per sostenere la competitività. Deve essere riconosciuta come una componente essenziale della domanda interna e, contemporaneamente, come un incentivo alla qualificazione del lavoro, all’innovazione organizzativa e alla crescita della produttività. Un sistema nel quale i salari rimangono strutturalmente deboli finisce per deprimere i consumi, ridurre gli incentivi delle imprese a investire in capitale umano e perpetuare una specializzazione produttiva fondata su bassi costi e basso valore aggiunto.
Ciò non significa sostenere che ogni aumento salariale produca automaticamente un incremento della produttività. Il rapporto è più complesso e dipende dalle caratteristiche delle imprese, dall’organizzazione del lavoro, dalla tecnologia utilizzata e dalla struttura della domanda. Significa, piuttosto, riconoscere che la competitività non può essere costruita esclusivamente sulla compressione delle retribuzioni e che la distribuzione dei guadagni di produttività rappresenta una condizione importante per la sostenibilità sociale dello sviluppo.
La stessa politica fiscale dovrebbe essere valutata anche in relazione alla sua capacità di favorire gli investimenti produttivi, ridurre le rendite improduttive, contrastare l’evasione e migliorare l’efficienza della spesa pubblica. La qualità della finanza pubblica non si misura soltanto attraverso la riduzione del deficit, ma anche attraverso la capacità di utilizzare le risorse disponibili per accrescere il capitale umano, tecnologico e infrastrutturale del Paese.
In definitiva, il problema italiano non è semplicemente quello di creare più occupazione, ma di costruire un sistema economico nel quale il lavoro produca più valore, il valore aggiunto si trasformi in redditi adeguati e i redditi contribuiscano a sostenere una domanda interna più solida. Il numero degli occupati è un indicatore importante, ma non può sostituire la valutazione della produttività, della qualità dell’occupazione e della distribuzione della ricchezza.
La questione non è scegliere fra crescita economica e tutela del lavoro, fra competitività delle imprese e diritti dei lavoratori, fra equilibrio dei conti pubblici e investimenti sociali. La questione è superare un modello nel quale questi obiettivi vengono considerati sistematicamente contrapposti, perché la debolezza di ciascuno finisce per compromettere anche gli altri.
Solo superando l’illusione contabile dell’occupazione precaria e a basso valore aggiunto l’Italia potrà preservare la propria sovranità economica e sociale all’interno dell’Unione Europea. La sfida è passare da una crescita misurata prevalentemente attraverso il numero delle persone occupate a uno sviluppo misurato attraverso la qualità del lavoro, la produttività, il valore aggiunto, la crescita dei redditi reali e la capacità di distribuire in modo più equilibrato i risultati dell’attività economica.
È questa la differenza fra una politica economica che si limita a registrare i risultati congiunturali e una politica di sviluppo che interviene sulle condizioni strutturali della produzione e della distribuzione della ricchezza. Ed è soprattutto questa la differenza fra un’economia che riesce a creare occupazione e un’economia che riesce a trasformare il lavoro in benessere diffuso, coesione sociale e prospettive concrete per le generazioni future.
Riferimenti documentali e statistici
- ISTAT, Misure di produttività – Anni 1995-2024, comunicato stampa del 12 dicembre 2025, testo integrale, tavole e nota metodologica. In particolare: produttività del lavoro, produttività del capitale e produttività totale dei fattori.
- ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, revisione ordinaria del 22 settembre 2026. Dati relativi alla crescita del PIL, al valore aggiunto settoriale, agli investimenti e ai saldi delle Amministrazioni pubbliche.
- ISTAT, Occupati e disoccupati – Settembre 2026, dati provvisori, comunicato del 29 ottobre 2026.
- ISTAT, La componente longitudinale della rilevazione sulle forze di lavoro, ottobre 2026. Transizioni occupazionali, vulnerabilità lavorativa e permanenza nel part-time.
- ISTAT, Rapporto annuale 2026. La situazione del Paese, capitoli sul mercato del lavoro, sulle retribuzioni e sulla struttura produttiva.
- Eurostat, Labour market slack, 2025, dataset lfsi_sla_a e relativa pubblicazione statistica. Indicatori di sottoutilizzo del lavoro e confronti fra Paesi europei.
- Banca d’Italia, Giulia Bovini, Raffaella Nizzi e Gaetano Basso, La contrattazione collettiva in Italia negli ultimi venticinque anni: evidenze dall’archivio della Banca d’Italia sui CCNL maggiormente rappresentativi, Questioni di Economia e Finanza, n. 1070, 13 ottobre 2026.
- CNEL, Archivio nazionale dei contratti collettivi di lavoro, documentazione sull’integrazione con il flusso UNIEMENS dell’INPS e sui dati relativi all’effettiva applicazione dei CCNL.
- Banca d’Italia, Bollettino economico n. 4 – 2026, 16 ottobre 2026. Quadro macroeconomico, credito, inflazione, deficit e debito pubblico.
- Ragioneria Generale dello Stato – MEF, Documento programmatico di finanza pubblica 2026, approvato il 2 ottobre 2026 e presentato al Parlamento.
- ISTAT, Conti economici delle imprese e dei gruppi d’impresa – Anno 2024, comunicato del 15 ottobre 2026. Valore aggiunto, occupazione e dinamiche settoriali.