La vera linea rossa di Israele non è la violenza: è filmarla (e vantarsene)
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La vera linea rossa di Israele non è la violenza: è filmarla (e vantarsene)

Con grande efficacia, Khoury interviene nel dibattito scatenato dai video scioccanti del ministro della Sicurezza nazionale israeliano, il fascista Itamar Ben-Gvir. 

La vera linea rossa di Israele non è la violenza: è filmarla (e vantarsene)
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

24 Maggio 2026 - 20.13


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Tra i giornalisti israeliani, Jack Khoury è, assieme ad Amira Hass, il più addentro alla realtà palestinese. Una realtà che Khoury racconta da anni, con reportage e analisi, su Haaretz. Una realtà segnata dalla violenza dell’occupante. Una violenza consumata anche dentro le carceri-inferno dell’”unica democrazia in Medio Oriente” (sic).

Con grande efficacia, Khoury interviene nel dibattito scatenato dai video scioccanti del ministro della Sicurezza nazionale israeliano, il fascista Itamar Ben-Gvir. 

Khoury lo fa smascherando l’ipocrisia di chi vede in Ben-Gvir l’unica mela marcia in un cesto di mele sane. Ipocrisia che trasuda dalle articolesse falsamente indignate apparse su fogli, foglietti, fogliacci della stampa italiana mainstream.

“La vera linea rossa di Israele non è la violenza. È filmarla”

È il titolo di Haaretz al pezzo-denuncia di Khoury. Un possente j’accuse così argomentato: “La tempesta internazionale scatenata dai video pubblicati dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, nei quali umilia con evidente compiacimento gli attivisti della flottiglia per Gaza, ha riportato alla luce una triste verità sul discorso israeliano, sia ufficiale che mediatico: non vede alcun problema negli atti in sé, ma solo nella telecamera che li ha ripresi.

Il primo ministro, il ministro degli Esteri e altri politici si sono affrettati a prendere le distanze da quei filmati, non perché fossero scioccati dall’umiliazione o dal messaggio che ne scaturiva, o dalla sua orgogliosa ostentazione, ma piuttosto perché i video danneggiavano l’immagine di Israele. Ancora una volta si è parlato di un “errore di pubbliche relazioni”, come se il problema fosse nelle spiegazioni piuttosto che nella realtà.

Dopotutto, molti nell’establishment israeliano considerano gli attivisti della flottiglia come terroristi. Pertanto, per molti israeliani, trattarli in modo umiliante non è un problema. Il problema è che il mondo ha potuto vederlo. Proprio come nel caso di Sde Teiman, con i resoconti che descrivevano gli abusi eclatanti subiti da un detenuto palestinese, lo shock dell’opinione pubblica non è stato il risultato di un disgusto morale per la violazione dei diritti umani o della legge, ma piuttosto per il fatto che i video fossero giunti ai media stranieri e per il conseguente danno d’immagine dello Stato.

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Qui sta la grande ipocrisia. Negli ultimi anni, Israele ufficiale e i media mainstream si sono comportati come se la moralità non fosse un valore in sé, ma qualcosa di contingente alla documentazione. Se non ci sono telecamere, non c’è problema. Se non ci sono video, è possibile negare, confondere o ignorare.

Da più di due anni la Striscidi Gaza è bombardata, affamata ì e distrutta sotto la bandiera della “risposta al massacro del 7 ottobre”. Sono state uccise oltre 70.000 persone, tra cui decine di migliaia di donne e bambini, oltre 170.000 sono rimaste ferite e 1,7 milioni vivono in campi profughi. Un intero territorio è stato cancellato, gli ospedali sono crollati e la fame è diventata uno strumento di guerra palese e spudorato. Tutto questo non ha provocato shock o proteste nella società israeliana – non perché l’opinione pubblica non ne sia a conoscenza, ma perché la sofferenza palestinese è rimasta per lo più lontana, oscurata e invisibile.  Allo stesso modo, lo shock per le immagini dei coloni che compiono pogrom in Cisgiordania   non deriva dalla violenza omicida, ma piuttosto dal fatto che siano state rese pubbliche. Questo vale anche per il Libano: si scatena una tempesta quando viene distrutta una statua di Gesù o viene danneggiata una chiesa, perché c’è un video. Nessuno vede le decine di villaggi sciiti che sono stati cancellati.

Il messaggio trasmesso dall’establishment, dai media e dall’opinione pubblica non è «Non fate del male agli innocenti né violate i valori morali», ma piuttosto: «Non fotografate». Continuate a distruggere, umiliare, affamare, opprimere, uccidere e radere al suolo, basta cohe non pubblichaite online.   Non fornite al mondo la documentazione che renderà difficile giustificare tali atti.

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Questo è l’aspetto più inquietante dell’incidente della flottiglia di Ben-Gvir. Se non ci fosse stata alcuna documentazione, se il ministro non si fosse vantato delle sue azioni e non avesse condiviso i video, ci sarebbero state proteste? Qualcuno avrebbe creduto ai resoconti dell’umiliazione e della violenza? Anche nel caso di Sde Teiman si è cercato di screditare le testimonianze, finché non hanno cominciato a emergere foto e video.

In fin dei conti, da molto tempo ormai il dibattito in Israele non verte sui limiti della forza e della moralità, ma sui limiti della divulgazione. Non su ciò che è lecito fare, ma su ciò che è lecito vedere e su ciò che può o non può essere registrato”, conclude Khoury.

Più chiaro di così…

Quanto a Netanyahu, il criminale di guerra che guida il peggiore governo nella storia dello Stato d’Israele, si è limitato a dare o un “buffetto” al suo ministro della Sicurezza nazionale per i suoi eccessi-video nel sequestro e detenzione degli attivisti della Flotilla. Eccessi che ledono l’immagine d’Israele all’estero. Niente più. 

Di più Bibi non può e non vuole fare. Perché anche lui è in campagna elettorale, e la conduce come il primo ministro della guerra perpetua, colui che ha raso al suo Gaza e sterminato i gazawi, il commander in chief che ha lodato in diretta i commandos della Marina israeliana che hanno abbordato le barche della Flotilla in acque internazionali. 

Cinquanta gradazioni di violenza. Ma nella sostanza, la visione d’Israele di Itimar Ben-Gvir non si discosta da quella di Benjamin Netanyahu e viceversa. È la visione del “Grande Israele”, di chi considera i coloni pogromisti come eroi, i pionieri sionisti del Terzo Millennio. È la visione, per dirla con una definizione coniata da Thomas Friedman, tre premi Pulitzer, editorialisti del New York Times: “Israele è uno Yad Vashem nucleare”.

L’Israele di Ben-Gvir è manifesto, radicato. Il problema è di chi non l’ha voluto vedere, raccontare, riducendo la destra di cui lui e Smotrich sono i leader, come una minoranza ai margini della vita politica dell’”unica democrazia in Medio Oriente”.

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Tanto marginali da detenere ruoli-chiave nel governo Netanyahu: ministro della Sicurezza nazionale, Ben-Gvir, ministro delle Finanze, Smotrich.

Zvi Bar’el, per esperienza, equilibrio, ricchezza di fonti documentali, è ritenuto, giustamente, tra i più autorevoli analisti israeliani e mediorientali.

Rimarca Bar’el, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, del quale è tra le firme più prestigiose: “Netanyahu, l’imputato, malato, stanco, si rende conto che la sua guerra contro i veri nemici non è più sotto il suo controllo, e ora sta conducendo un’altra guerra volta a perpetuare la dittatura che ha pianificato, avviato, organizzato e costruito. 
Come in Iran e in Egitto, il ‘regime’ in Israele non sta solo smantellando brutalmente le istituzioni democratiche, schiacciando la magistratura, prendendo il controllo dei programmi scolastici, mettendo in ginocchio i media e coltivando una teocrazia ultranazionalista e fascista; sta anche perseguendo un obiettivo ben più pericoloso: cancellare la memoria collettiva dell’identità democratica di Israele, in cui sono conservati gli elementi necessari per ripristinarla.


La generazione più giovane di elettori israeliani non conosce nessun altro regime. I concetti civici di base le sono estranei e persino i confini legittimi dello Stato le sono sconosciuti. Anche la generazione più anziana fatica a ricordare come sia una vera democrazia.


È così che Netanyahu sta costruendo una nuova nazione, in cui, anche se i suoi leader cambiano, la sua memoria politica inizierà con lui. E potrebbe riuscirci. Perché in Israele la democrazia ha imparato a chinare il capo e a cercare riparo, mentre la dittatura lotta per la propria sopravvivenza, e lo fa in modo efficiente, rapido e violento”. 

Ecco perché Itamar Ben-Gvir non è un fanatico isolato ma espressione di una Israele che non ci piace, che ci indigna, ma che è reale, attiva, forse maggioritaria. Ben-Gvir ne è uno dei leader, ma il capo dei capi è l’intoccabile Benjamin “Bibi” Netanyahu.

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