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Sarajevo ha ricordato l'assedio di 30 anni fa, con il pensiero all'Ucraina

La giovane sindaca di Sarajevo, Benjamina Karic, ha rivolto un pensiero all'Ucraina: "Quello che si credeva appartenere ormai alla storia del disonore umano torna sulla scena con rinnovata brutalità, frutto di una nuova ideologia fascista"

Sarajevo ha ricordato l'assedio di 30 anni fa, con il pensiero all'Ucraina
Benjamina Karic

globalist

5 Aprile 2022 - 19.39


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Il 30esimo anniversario dell’inizio dell’assedio di Sarajevo è stato ricordato oggi nella capitale bosniaca, con un pensiero rivolto anche alle vittime dei massacri della guerra in Ucraina. “Quello che si credeva appartenere ormai alla storia del disonore umano torna sulla scena con rinnovata brutalità e distruzioni, frutto di una ideologia fascista sotto nuove sembianze“, ha detto la giovane sindaca di Sarajevo Benjamina Karic nel corso di una cerimonia organizzata per ricordare i quasi quattro anni di assedio della città da parte delle forze serbo-bosniache, appoggiate dall’Esercito di Belgrado.

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All’inizio della riunione, organizzata alla Vjecnica, la sede del Municipio simbolo delle distruzioni della guerra, oggi ricostruita, è stato osservato un minuto di silenzio in omaggio alle vittime della guerra di Bosnia e anche dei civili innocenti rimasti uccisi finora nel conflitto armato in Ucraina. “Da questa città simbolo della resistenza noi diciamo con forza che non bisogna mai perdere la speranza e rinunciare a combattere per un futuro migliore”, ha aggiunto la sindaca, che aveva solo un anno all’inizio dell’assedio, il 5 aprile 1992.

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In quel giorno di trent’anni fa, poche settimane dopo la proclamazione d’indipendenza della Bosnia-Erzegovina dalla Federazione jugoslava, avversata dai serbi di Bosnia legati a Belgrado, cecchini serbi spararono su una folla di persone radunate davanti alle sedi di governo e parlamento in una grande manifestazione contro la guerra. Due donne di 24 e 34 anni rimasero uccise.

Fu l’inizio di duri attacchi delle forze paramilitari serbo-bosniache appoggiate dall’Esercito serbo, che bloccarono tutte le vie di accesso a Sarajevo, che rimase circondata e assediata fino alla fine di febbraio 1996. Un assedio che durò 1.452 giorni, tra i più lunghi della storia moderna, con un bilancio di oltre 11.500 morti, fra i quali 1.601 bambini, e 50 mila feriti. La città rimase sotto il fuoco costante dell’artiglieria pesante dei serbi che imperversava dalle colline circostanti, con la popolazione civile in balia dei cecchini implacabili che prendevano di mira persone inermi in attesa di tram e autobus, anziani ala ricerca di cibo, bambini in compagnia delle loro mamme.

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Ratko Mladic e Radovan Karadzic, rispettivamente capo militare e leader politico dei serbi di Bosnia – i due principali responsabili dell’assedio di Sarajevo, e di tanti altri crimini efferati che hanno segnato drammaticamente la guerra di Bosnia (1992-1995), a cominciare dal genocidio di Srebrenica – sono stati condannati entrambi all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi), che ha concluso la sua attività nel 2017; al suo posto è subentrato il Meccanismo residuale per i tribunali penali internazionali, anch’esso con sede all’Aja.

Il presidente e il procuratore capo di tale nuovo organismo – Carmel Agius e Serge Brammertz – sono intervenuti oggi a Sarajevo a una conferenza organizzata per i 30 anni dall’inizio dell’assedio serbo. E nei loro interventi hanno ribadito la condanna dei tentativi, definiti inammissibili, di negare la verità sui crimini di guerra. Il revisionismo e la negazione dei crimini compiuti sul territorio della ex Jugoslavia sono un serio ostacolo alla pace e alla riconciliazione tra i popoli della regione, hanno sottolineato Agius e Brammertz.

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L’assedio di Sarajevo, ha affermato il procuratore capo, fu “uno dei momenti più bui della storia dell’umanità”, e l’obiettivo di tutto ciò era la distruzione dell’idea ella convivenza pacifica. La guerra di Bosnia si concluse con la firma nel novembre 1995 degli accordi di Dayton (Usa), che definirono il nuovo assetto del Paese ex jugoslavo, costituito da due entità – Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina e Federazione croato-musulmana – e tre popoli costitutivi – bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici.

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