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Libia, il putsch di Haftar risveglia "Giggino". A tempo scaduto

Il generale della Cirenaica si è auto-proclamato capo dell'intero paese e dopo le sollecitazioni di diplomatici e 007 Di Maio ha ribaditoil riconoscimento a Serraj

Di Maio e Haftar
Di Maio e Haftar

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

29 Aprile 2020 - 15.24


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Alla fine, qualcuno ha bussato alla porta di “Giggino” il nostro, si fa per dire, ministro degli Esteri, si fa per dire. Le dichiarazioni di Haftar e le preoccupate informative della nostra diplomazia e dei nostri 007 impegnati in Libia, hanno risvegliato Luigi Di Maio e partorito una presa di posizione. “Nel prendere atto delle recenti dichiarazioni del generale Haftar, l’Italia riafferma il suo pieno sostegno e riconoscimento alle Istituzioni libiche legittime riconosciute dalla Comunità internazionale: Consiglio presidenziale, governo di accordo nazionale, Camera dei rappresentanti e Alto Consiglio di Stato libico (Hsc, sorta di Senato insediato a Tripoli).

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L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo politico libico di Skhirat (l’intesa firmata in Marocco nel dicembre 2015 che avrebbe dovuto mettere fine alla guerra nel Paese) e del percorso di stabilizzazione condotto dall’Onu nell’ambito del Processo di Berlino. In tale contesto, l’Italia rinnova l’invito alle parti ad aderire ad una tregua durante il mese del Ramadan e a lavorare costruttivamente per il raggiungimento di un cessate-il-fuoco duraturo”.

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Parole al vento

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Una dichiarazione che ha la straordinaria capacità di essere indigesta ai due fronti che si combattano in Libia. Al generale Haftar, chimato direttamente in causa, ma anche al primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna), quel Fayez al-Sarrj che da Roma non si attende parole ma armi, quelle che gli sono abbondantemente fornite dalla Turchia di Erdogan. Il fatto è, come più volte documentato da Globalist, che la partita libica la giocano altri Paesi: non solo Russia e Germania, ma anche Francia, Egitto e, soprattutto, Turchia. Noi siamo relegati in tribuna, neanche d’onore. Paghiamo il “doppiogiochismo” di Conte, la nullità diplomatica di Di Maio, l’aver pietito allo “Zar” del Cremlino un riconoscimento del nostro ruolo in prima fila nella “cabina di regia” internazionale sulla Libia, salvo poi andare a bussare alla porta dell’inquilino della Casa Bianca, quel Donald Trump che al massimo ha concesso una pacca sulla spalla all’amico “Giuseppi”.

Siamo fuori: la conferma viene da una telefonata di qualche giorno fa tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin.  I due hanno parlato della situazione in Libia, senza il benché minimo riferimento all’Italia

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I “preoccupati”

L’Unione europea ha espresso preoccupazione con le parole di Peter Stano, portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell: “Chiediamo da tempo agli attori di fermare i combattimenti e avviare un processo politico. In particolare, le ultime dichiarazioni del generale Khalifa Haftar e ogni tentativo a spingere verso soluzioni unilaterali, anche con la forza, non porteranno mai a una soluzione sostenibile per il Paese e non possono essere accettati”.

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Bocciatura anche da Mosca. “Non abbiamo approvato – ha detto il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov – la recente dichiarazione di Sarraj, che si è rifiutato di parlare con il maresciallo Haftar, e non approviamo la dichiarazione secondo cui ora il maresciallo Haftar deciderà da solo come debba vivere il popolo libico”. Lavrov ha poi detto di non ritenere che la Russia abbia influenza su Haftar: “Non direi che la Russia abbia qualche leva. Abbiamo contatti con tutte le parti del conflitto libico senza eccezioni”. Lavrov ha quindi sollecitato le Nazioni Unite a nominare al più presto un nuovo rappresentante speciale per la Libia, dopo le dimissioni di Ghassan Salamè.

Haftar, si legge in una nota del ministero degli Esteri di Ankara, dove si ribadisce la richiesta di arrivare a una soluzione politica del conflitto in Libia e il sostegno al popolo libico, “ha dimostrato ancora una volta che non vuole che la crisi in Libia sia risolta attraverso il dialogo politico, che non sostiene gli sforzi internazionali in questa direzione, compreso l’esito della Conferenza di Berlino, e vuole imporre una dittatura militare nel Paese”. Ankara poi sottolinea che Haftar “ha peggiorato ulteriormente la situazione umanitaria” con i suoi attacchi sulla Libia per oltre un anno. Il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico è anche sotto accusa per aver bloccato la produzione petrolifera, la fornitura di acqua e anche per aver “impedito l’arrivo di forniture mediche di cui il popolo libico ha bisogno”, anche durante la pandemia causata dal Covid-19.

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La missione di sostegno in Libia dell’Onu (Unsmil) ha fatto sapere che il capo ad interim Stephanie Williams ha avuto un colloquio telefonico con il presidente Fayez al-Sarraj, ribadendo che l’Accordo politico e le Istituzioni da questo scaturite rappresentano l’unico quadro di governance internazionalmente riconosciuto e che il cambiamento politico in Libia dovrà avvenire con mezzi democratici.

L’azzardo finale

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 Lunedì sera Haftar ha presentato alcune manifestazioni di piazza svoltesi negli ultimi giorni in seguito ad un suo appello fatto giovedì come un “mandato a svolgere un compito storico” a “occuparsi del Paese”, insomma attribuirsi pieni poteri per governare la Libia. Ha anche dichiarato la “fine dell’accordo di Skhirat“, quello di fine 2015 su cui si basa il governo del premier Fayez al-Sarraj che  Haftar sta cercando invano di cacciare con le armi dal 4 aprile dell’anno scorso.

Insomma un “putsch”, come ha dichiarato l’Alto consiglio di Stato (Hsc) di al-Sarraj. Un golpe anche contro i resti del parlamento di Tobruk presieduto da Aqila Saleh, come ha rimarcato il Consiglio presidenziale di Sarraj: “Il ribelle Haftar si è rivoltato anche contro i corpi politici” che “un giorno l’hanno legittimato”. Saleh peraltro aveva appena ricevuto il plauso (segno “positivo”) della missione dell’Unsmil per una sua proposta in otto punti di ritorno al “dialogo politico”.

Dopo la perdita di città strategiche sulla costa occidentale verso il confine con la Tunisia, e nel pieno di una controffensiva a propulsione turca delle milizie filo-Sarraj a est, in direzione del suo quartier generale avanzato di Tarhuna, l’Alto consiglio di Stato e quello presidenziale di Sarraj hanno sostenuto che l’uomo forte della Cirenaica col proprio annuncio ha voluto camuffare le sconfitte subite.

La Tunisia, per l’appunto. Il leader del movimento tunisino di Ennahda e presidente del parlamento, Rachid Ghannouchi, ha affermato che gli eventi hanno avuto un’accelerazione in Libia. In un’intervista pubblicata sul sito web qatariota “Naked 21”, Ghannouchi ha spiegato che la situazione in Libia è divisa da agende internazionali e regionali, anche se tutte le forze stanno lavorando con uno sforzo reale per imporre una soluzione politica. L’anziano leader tunisino ha affermato che “le relazioni della Tunisia con la Libia sono profonde e basilari. Un terzo del popolo libico risiede in Tunisia e consta di turisti, visitatori e residenti”. “La Tunisia sta lavorando per raggiungere una soluzione finale che sarà solo politica”, ha concluso. 

Una cosa è certa: la guerra per procura libica è sempre più in mano agli attori esterni. Con il blocco dell’export di petrolio da gennaio il Paese perde due miliardi di dollari di entrate al mese e a fine anno le riserve valutarie saranno quasi esaurite

La rotta della morte

Un’imbarcazione con a bordo 62 persone tra cui 13 donne e 6 bambini sarebbe in difficoltà al largo della Libia. A lanciare l’allarme Alarm Phone. Durante la notte la Ong ha ricevuto una richiesta di aiuto dalla barca in pericolo. Quando sono stati avvistati si trovavano nella zona Sar di Malta. Per tutta la notte l’equipaggio Alarm Phone ha cercato di telefonare all’Armed Forces di Malta senza ricevere risposta.

In Libia si trovano attualmente 650mila stranieri, di cui oltre 48mila richiedenti asilo registrati dall’Onu. Inoltre ci sono più di 370mila libici sfollati internamente, e 450mila tornati in patria di recente. Sono i dati diffusi dall’Unhcr in un’audizione al Parlamento europeo. L’agenzia delle Nazioni Unite stima in “aumento le partenze dal Paese a causa del Covid-19 e del coprifuoco, che riducono la possibilità” per le persone di trovare il modo per sopravvivere.

“Dal 24 aprile – ha spiegato Sophie Magennis dell’Unhcr – sono oltre 3mila i migranti che si sono registrati affermando di essere stati salvati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia: oltre 800 delle persone soccorse sono profughi, provenienti da Sudan, Eritrea, Somalia, Etiopia, Sud Sudan e Pakistan”. Una situazione che si aggrava di giorno in giorno. “I centri di detenzione non possono più accogliere”, e c’è stata una “diminuzione nelle strutture” riconosciute, “da 5000 persone del gennaio 2019 a 1500 del marzo 2020, tra cui 900 richiedenti asilo”. La situazione negli altri undici centri resta invece “terrificante”, rimarca Magennis.

Intanto, alcune associazioni hanno depositato un esposto per chiedere chiarimenti in merito all’utilizzo dei fondi europei impiegati nel programma di gestione integrata delle frontiere (Ibm), accusando l’Unione di contribuire con i suoi finanziamenti al respingimento dei migranti in Libia: “L’Unione Europea dovrebbe sospendere il finanziamento al programma attraverso cui i migranti vengono bloccati in Libia, poiché tale programma viola le norme di diritto finanziario dell’Ue”, hanno sottolineato il Global Legal Action Network (Glan) l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) e l’Arci.

L’esposto è stato presentato il 27 aprile alla Corte dei Conti, l’organo che si occupa appunto di controllare come vengono utilizzate le finanze dell’Ue, e chiede un’analisi straordinaria del programma Ibm finanziato attraverso il fondo fiduciario per l’Africa che supporta le autorità libiche. In poche parole, le associazioni sostengono che la Commissione sostenga economicamente di progetti che risultano nel respingimento dei migranti in Libia. E che, così facendo, contribuisca agli abusi e alle violazioni dei diritti umani che queste persone subiscono nei campi di detenzione del Paese. Per questo si chiede di sospendere il programma finché non saranno portate a termine le revisioni necessarie imposte anche dal diritto dell’Ue. A sostegno dell’esposto anche le opinioni di alcuni esperti di diritto finanziario e politiche di cooperazione allo sviluppo dell’Ue, tra cui i professori Phillip Dann, Michael Riegner e Lena Zagst. Nel documento si legge che l’Unione ha stanziato circa 90 milioni di euro per il programma IBM. Soldi che sono stati spesi per aumentare le capacità di operazione della cosiddetta Guardia costiera libica: in altre parole, per il contrasto delle partenze dalla Libia. E per ricacciare migliaia di disperanti nell’inferno dei lager.

 

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