Libia, la guerra al tempo del coronavirus: Haftar attacca Tripoli, Parigi fa affari. E Roma sta a guardare

È un salto in avanti quello del leader di Bengasi che, finora, non aveva toccato il cuore dell Capitale.

Miliziani di Haftar

Miliziani di Haftar

Umberto De Giovannangeli 21 marzo 2020

Libia, la guerra ai tempi del coronavirus, Mentre l’Italia si blinda per contrastare la pandemia di Covid-19, l’uomo forte della Cirenaica, Il generale Khalifa Haftar alza il tiro, viola la tregua per l'ennesima volta e colpisce la città vecchia di Tripoli. È un salto in avanti quello del leader di Bengasi che, finora, non aveva toccato il cuore dell Capitale. Tre missili sono stati lanciati qualche ora fa dalle postazioni dell'esercito del feldmaresciallo e hanno raggiunto diverse abitazioni distruggendole. Le televisioni libiche fanno vedere palazzi abbattuti in quella parte di Tripoli che rappresenta ancora un patrimonio storico importante, nonostante il degrado degli anni post Gheddafi. Il nucleo originario della città risale al VI secolo a.c.e si trova a circa tre chilometri dalla sede diplomatica italiana, dove le bombe sono state sentite distintamente e dove è rimasta buona parte del personale insieme con l'ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi.


Il bombardamento della "città vecchia" di Tripoli, assieme a quello di altri popolosi quartieri come il più periferico Ain Zara, viene confermato dall'account Facebook di “Vulcano di collera”', l'operazione di difesa della capitale libica. L'esercito di Tripoli sottolinea che gli attacchi di Haftar sono una “nuova violazione” del cessate il fuoco e di una prosecuzione “della presa di mira di civili, scuole e istituzioni" da parte delle milizie di Haftar.


Bombe e virus


In questi giorni anche la Libia ha dovuto fare i conti con il contagio da coronavirus. Le strade sono state sanificate e la città si è blindata. La speranza era che Haftar non violasse la tregua come invece ha fatto. L'attacco è avvenuto intorno alle nove di sera, ora italiana. Al momento si parla di una donna e di un bambino rimasti feriti. il bombardamento della Città vecchia di Tripoli, assieme a quello di due altri popolosi quartieri come il più periferico Ain Zara, viene confermato anche dall'account facebook di "Vulcano di collera", l'operazione di difesa della capitale libica. Il testo sottolinea come si tratti di una "nuova violazione" del cessate il fuoco e di una prosecuzione "della presa di mira di civili, scuole e istituzioni" da parte delle milizie di Haftar.


Le forze fedeli al Generale hanno intensificato gli attacchi a partire dal 18 marzo scorso, causando danni ai quartieri di Abu Salim, Hadaba, Ain Zara, Ras Hassan e Bab Bin Ghashir, scrive il quotidiano The Libya Observer. Il 15 marzo l’Esercito Nazionale Libico, guidato da Haftar, ha attaccato l’aeroporto di Mitiga a Tripoli, causando diverse vittime.


Giovedì scorso gli attacchi contro la periferia di Tripoli avevano già fatto quattro morti, tra cui tre bambini. Appartenevano alla stessa famiglia ed erano rimasti uccisi in un lancio di razzi contro il sobborgo meridionale di Ain Zara. Mentre una donna era stata colpita e uccisa nel quartiere di Ben Ghashir da un razzo che ha centrato la sua auto. In quest'ultimo attacco erano rimaste ferite anche la figlia e la nipote della donna.


Durante gli attacchi giovedì il governo di Fayez al-Srraj ha riferito di aver ucciso 25 miliziani fedeli ad Haftar durante scontri alla periferia della capitale. Secondo i media vicini al governo, a essere stati uccisi sono mercenari arrivati dal Sudan e dal Ciad. “Sottolineiamo ancora una volta che non abbiamo iniziato noi questa guerra. Tuttavia, saremo noi a decidere quando e dove questa guerra finirà”, aveva dichiarato il portavoce dell'esercito di Tripoli, Mohammed Qununu.


Annota Paolo Quercia, docente di Studi strategici all’Università di Perugia: “Sarà importante vedere se il conflitto libico subirà cambiamenti del suo corso in relazione al coronavirus. Si contrappongono qui due aspetti che vanno analizzati: l’elevato isolamento in termini di mobilità della popolazione – in particolare con le aree maggiormente colpite dal virus – e l’alto livello di internazionalizzazione del conflitto stesso, con i belligeranti che hanno ‘supply chains’ in termini di armamenti, finanziari e combattenti molto lunghe, che potrebbero mutare con il mutare delle condizioni sanitarie dei vari Paesi. Esse, di fatto, cambiano il livello delle priorità nell’impiego delle risorse. Non è dunque da trascurare una possibile tendenza alla riduzione delle risorse esterne che vengono impiegate nel conflitto libico e un sovrapporsi di molteplici iniziative per congelare il conflitto a risorse decrescenti.  Tra questi anche i tentativi di rinegoziare i termini di un dialogo russo-turco sul duplice scenario siriano e libico e una rinnovata iniziativa francese per cercare di far avanzare la propria agenda in un momento di possibile stallo del conflitto, appaiono essere i principali”.


L'ambasciata italiana per la tregua umanitaria


L’ambasciata d’Italia scrive sul suo account Twitter di aver accolto “con favore la disponibilità del Governo di Accordo nazionale ad aderire a una tregua umanitaria per contrastare la minaccia posta dalla diffusione del coronavirus”. L’Italia passa poi a “condannare con fermezza i continuati, inaccettabili bombardamenti che negli ultimi giorni hanno colpito i quartieri residenziali di Tripoli, causando numerose vittime civili”. L’Italia rinnova “al generale Haftar e alle sue forze la richiesta di accogliere in maniera costruttiva l’appello per una cessazione delle ostilità”. Nella nota si auspica che una tregua umanitaria "possa anche favorire il raggiungimento di un accordo tra le parti su una bozza di accordo per un cessate il fuoco definitivo nel quadro dei lavori della Commissione Militare Congiunta 5+5".


Anche la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha esortato tutte le parti a compiere il coraggioso passo nell’unificare i loro sforzi per affrontare questa pandemia. “Covid-19 non ha affiliazioni e supera tutti i fronti. Chiediamo a tutti i libici di unire le forze immediatamente prima che sia troppo tardi per affrontare questa travolgente minaccia a rapida diffusione, che richiede il consolidamento di tutte le risorse e gli sforzi per la prevenzione, la consapevolezza e il trattamento delle possibili vittime”. L’Unsmil ha incoraggiato l’implementazione di un meccanismo consolidato per affrontare il Covid-19 in Libia in stretta collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e altre agenzie delle Nazioni Unite sul campo, e gli amici della Libia.


C’è una grande preoccupazione in particolare per la dimensione internazionale del conflitto da quando il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha trasferito migliaia di combattenti siriani da Idlib a Tripoli e centinaia di funzionari turchi sono impegnati in operazioni di addestramento e coordinamento. Dall’altra parte della barricata, si trovano migliaia di mercenari russi e sudanesi, affiancati da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, in ruoli diversi che vanno dal supporto tecnico-militare a quello economico e dal rifornimento di armamenti, in ripetuta violazione della Risoluzione 2473 del giugno 2019 (protraendo la Risoluzione 1970 del febbraio 2011a opera delle Nazioni Unite.  


Allo stesso modo, vi è preoccupazione per la diffusione del virus attraverso l’introduzione nel Paese di materiale e attrezzature di guerra dall’esterno, a sostegno di entrambe le parti, dal momento che tutti i Paesi sponsor hanno registrato numerosi casi di Covid-19.


Fratelli-coltelli francesi


Mentre l’Italia sembra aver sospeso ogni iniziativa politico-diplomatica, facendo della lotta al coronavirus il prius assoluto, lo stesso non si può dire per la Francia. Il 9 marzo scorso, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto all’Eliseo il generale Haftar. Macron, secondo indiscrezioni riportate da Le Monde, avrebbe proposto un meccanismo per riattivare l’esportazione di petrolio, dopo il blocco dei pozzi da parte dell’esercito di Haftar (Lna). Come garanzia Parigi avrebbe offerto al generale di bypassare la Banca centrale libica, col rischio che parte dei proventi potrebbero arrivare direttamente alle strutture finanziarie dalla Cirenaica e magari essere utilizzate per portare avanti il conflitto. D’altra parte la Francia vedrebbe rafforzato il suo alleato e godrebbe dei privilegi derivanti dalle esplorazioni nella Cirenaica, da sempre negli obiettivi energetici d’Oltralpe. In altre parole Macron è pronto a sacrificare una parte della road map di Berlino (che per inciso chiedeva di “rispettare e salvaguardare l’integrità […] di tutte le istituzioni sovrane libiche, in particolare la Banca centrale”) sull’altare dell’interesse nazionale francese.


Parigi continua a manovrare autonomamente contrastando l’Italia e seguendo i propri interessi, criticando apertamente la Turchia e sostenendo con armi e forse altro il generale Haftar pur non scaricando del tutto Tripoli e al-Sarraj, seguendo formalmente la linea UE, appoggiando l’Onu come mediatore riconosciuto. In pratica continua senza tentennamenti la sua tradizionale politica estera ancorata alla “grandeur” del passato certa che la sua autonomia sarà comunque premiata nel lungo termine allorché si spartiranno le torte della stabilizzazione libica.


Intanto, mentre la Libia cerca di proteggersi dalla pandemia del coronavirus con la chiusura totale dei propri confini, l'Unione europea ha fissato per lunedì 23 marzo a Bruxelles, rigorosamente in videoconferenza, la riunione dei ministri degli Esteri sul monitoraggio dell'embargo delle armi in Libia. 


Dal niente al nulla


Annota Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata e di Geopolitica del Mediterraneo all'Università Niccolò Cusano di Roma: “Anche in un momento di grande difficoltà l’Italia dovrà trovare la forza di portare avanti la propria politica estera, senza contare sull’appoggio dell’Europa ma, anzi, con il suo ostracismo (economico oltre che politico). Una situazione che ben conosciamo ma che se non riusciremo a sanare nel minor tempo possibile rischierà di avere conseguenze devastanti per il nostro futuro, non solo nel Mediterraneo”. 


Qualcuno provi a spiegarlo al ministro degli Esteri (si fa per dire) Luigi Di Maio. E a proposito del titolare della Farnesina: ci si domanda ad esempio come mai non sia mai stato nominato l’inviato speciale per la Libia tanto sbandierato dal ministro Di Maio mesi fa, non ieri. Ed ancora: cosa è rimasto delle tardive missioni del ministro degli Esteri Libia, Turchia, Grecia etc.? Qui la risposta è semplice: non è rimasto nulla. Ed allora, ecco tornare di attualità una battuta, amaramente profetica, circolata al ministero degli Esteri al cambio di ministro con il nuovo governo: “siamo passati dal niente al nulla”.