Muore Igor Protti, l'icona gentile della Livorno operaia
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Muore Igor Protti, l'icona gentile della Livorno operaia

Insieme a Dario Hübner è l'unico calciatore ad aver conquistato il titolo di capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C. Nella cità delle bandiere rosse e della memoria antifascista, Protti trovò un ambiente con cui entrò in sintonia anche simbolica.

Muore Igor Protti, l'icona gentile della Livorno operaia
Igor Protti nel Livorno (immagine Lapresse)
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Marcello Cecconi Modifica articolo

19 Giugno 2026 - 16.37 Culture


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Con la scomparsa di Igor Protti se ne va una figura che ha incarnato un’idea di calcio oggi sempre più rara. Quella del professionista capace di restare vicino alle persone, ai territori e alle comunità che lo hanno adottato. Quella dell’uomo prima ancora del campione. Nato a Rimini nel 1967, Protti ha attraversato quasi per intero la geografia del pallone italiano, lasciando tracce profonde ovunque abbia giocato. Dalla categorie minori all’esplosione con il Bari, fino alle esperienze con Lazio, Napoli e soprattutto Livorno, città che finì per considerarlo uno dei suoi figli più autentici.

Protti resta, insieme a Dario Hübner, l’unico calciatore ad aver conquistato il titolo di capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C. Un’impresa che certifica il valore dell’attaccante, ma che racconta anche la sua capacità di adattarsi a contesti diversi, di non considerare mai una categoria come un punto di arrivo o una diminuzione della propria dignità professionale.

In un calcio sempre più concentrato sulle élite, Protti fu invece un “viaggiatore”, Uno che ha percorso l’Italia delle province, degli stadi di periferia, delle tifoserie che vivono il calcio come elemento identitario e non come semplice spettacolo. In questo senso Livorno rappresenta il capitolo più significativo della sua esistenza sportiva e umana. Non soltanto per i gol o per le promozioni conquistate, ma perché lì si è realizzata una rara coincidenza tra atleta e comunità. Protti divenne simbolo di una città che si riconosceva nei suoi tratti essenziali: la schiettezza, il lavoro, la fedeltà, la mancanza di pose. Non l’eroe inarrivabile ma una persona percepita come parte del tessuto cittadino.

Nella Livorno delle bandiere rosse e della memoria antifascista, Protti trovò un ambiente con cui entrò in sintonia anche simbolica. La naturale vicinanza alla cultura popolare della tifoseria amaranto contribuirono a trasformarlo in un’icona cittadina. Non un calciatore militante, ma una figura nella quale una gran parte della città riconobbe valori di autenticità, lealtà e appartenenza comunitaria.

Forse, anche per questo, la sua figura supera i confini della cronaca sportiva. Protti appartiene a una generazione di calciatori che costituivano ancora punti di riferimento locali, capaci di creare legami duraturi con il territorio. Erano gli anni in cui il calcio professionistico non aveva ancora reciso del tutto il rapporto con le proprie radici popolari e in cui un attaccante poteva diventare patrimonio culturale di una città.

Anche negli ultimi mesi Protti ha offerto una lezione pubblica. Quando ha scelto di raccontare apertamente la malattia che lo aveva colpito senza contribuire all’abusata spettacolarizzazione del dolore. Al contrario, ha trasformato una vicenda privata in un’occasione di condivisione e consapevolezza, attraverso parole semplici, senza retorica, mostrando come si possa abitare la fragilità con dignità. Quel rapporto quasi sereno, sicuramente lucido, con il male che in poco più di un anno lo ha portato via ha colpito molti più dei suoi tifosi. In un tempo che tende a rimuovere la sofferenza e la morte, Protti ha scelto la trasparenza.

Per questo il ricordo di Igor Protti non appartiene soltanto agli archivi del calcio. Appartiene a una storia sociale italiana fatta di province, di appartenenze, di comunità e di persone che hanno saputo restare se stesse anche quando il successo avrebbe suggerito altro. Se i suoli goals resteranno nelle statistiche, la sua umanità resterà nella memoria collettiva.

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