Maria Pia Ammirati: una storia Rai non nasce mai dentro una griglia
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Maria Pia Ammirati: una storia Rai non nasce mai dentro una griglia

Al Marateale la direttrice di Rai Fiction parla di servizio pubblico, giovani autori, piattaforme e intelligenza artificiale

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Maria Pia Ammirati - Marateale
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

3 Agosto 2026 - 15.58


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Ospite al Marateale dell’incontro “Cinema e Fiction”, insieme all’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco, Maria Pia Ammirati si è confrontata con i giovani partecipanti al festival. Con lei abbiamo conversato di servizio pubblico e libertà creativa, accesso dei nuovi autori, rapporto con le piattaforme e responsabilità nella rappresentazione della violenza. Sull’intelligenza artificiale assicura: «Da noi la scrittura è soltanto umana».

Il servizio pubblico dovrebbe avere maggiore libertà di un operatore commerciale ma, per logiche gestionali, può finire per essere più prudente?

Credo che negli ultimi anni la Rai abbia mostrato grande coraggio. La prudenza c’è rispetto a produzioni non pensabili per un pubblico ampio come il nostro, al quale dobbiamo rispetto.

Il pubblico negli anni è cambiato. Abbiamo cercato di raggiungere anche le  generazioni più giovani, usando il loro linguaggio. Qualcuno può non avere accettato tutto, ma negli anni abbiamo fatto un grande lavoro di innovazione e di coraggio.

Non possiamo essere soltanto produttori di titoli mainstream. Dobbiamo calibrare il peso delle storie e ogni tanto lasciarci andare, anche grazie a giovani autori e produttori indipendenti, che sono i nostri collaboratori più importanti. Avere coraggio significa anche individuare storie nuove, altrimenti ci si ferma. 

Esistono storie vere che Rai Fiction decide di non affrontare? 

Siamo attentissimi a quello che succede nel mondo intorno a noi. Basta pensare a Un posto al sole, che da trent’anni racconta ogni giorno ciò che sta accadendo, affrontando anche temi come la violenza sessuale e la violenza contro le donne.

Non siamo commissioner: le storie ci arrivano, non le creiamo. Dobbiamo accettare, controllare, visionare e capire se la storia è importante: perché parla al presente, è inclusiva, ha la capacità di trasmettere conoscenza, permette di tornare su fatti storici o perché affronta un tema emergente.

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In questo siamo molto pratici: quello che funziona lo facciamo sviluppare, quello che non funziona no.

Rai Fiction lavora con produttori indipendenti, ma alcuni sono più forti di altri. Questo restringe il numero di produttori che lavorano con Rai?

No. Anzi, siamo tra quelli che lavorano con il maggior numero di produttori indipendenti. Credo che l’apertura verso il mondo produttivo italiano possa essere un punto d’orgoglio per la Rai e ci viene riconosciuta anche dalle associazioni di categoria. Siamo aperti a tutti coloro i quali abbiano una buona storia e la capacità di produrla.

Devono però avere la capacità di portare a termine il progetto. Se qualcuno ci lasciasse a metà strada sarebbe un problema, perché perderemmo denaro pubblico e non possiamo permetterlo. Ma i produttori con cui lavoriamo conoscono le loro capacità. Noi, inoltre, li aiutiamo sia nello sviluppo che nella parte finanziaria.

A Marateale Rai presenta la piattaforma La Perla e dice di voler investire sui nuovi autori. Qual è oggi l’ostacolo più grande che incontra un giovane autore per entrare nel sistema?

Tutti abbiamo cominciato da qualche parte. Ricordo che, appena laureata, pensavo che non avrei mai lavorato. Portavo i curricula e trovavo porte chiuse. Lo ricordo come un momento triste, ma ho continuato. Ho cominciato a lavorare nei giornali a zero lire, poi ho iniziato a guadagnare. Quando iniziarono a pagarmi gli articoli mi sembrò un miracolo. L’ingresso nel mondo del lavoro è sempre complicato e forse oggi lo è ancora di più. Il nostro è un settore difficile, ma le persone che hanno talento alla fine arrivano.

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Rai ha scoperto moltissimi talenti. Abbiamo una scuola di alta formazione a Perugia che ogni anno diploma circa 15 ragazzi. Alcuni vanno a lavorare con i produttori indipendenti, portando progetti validi che siamo felici di accogliere.

Quando una serie Rai nasce anche per il mercato estero, si rafforza l’italianità o si tende ad appiattire ciò che potrebbe apparire difficile da esportare?

Non ci appiattiamo mai: non ci appartiene. Abbiamo realizzato progetti non soddisfacenti sul piano degli ascolti, ma che hanno funzionato sulle piattaforme, anche su piattaforme terze che acquistano i nostri titoli.

L’attrazione che gli stranieri provano verso di noi è alta. Amano gli scenari, il nostro modo di vivere e anche il nostro modo di produrre.

Lavorare con l’estero può essere complicato. Quando collaboriamo con i colleghi francesi e tedeschi dobbiamo mettere insieme realtà diverse. Facciamo cast misti e costruiamo un grande scambio culturale tra i tre Paesi.

Spesso l’Italia vince perché possiede una cultura più ricca, fatta di arti, danza e opera. L’Italia, in questo, non è seconda a nessuno. 

Le piattaforme vengono spesso associate a strutture narrative molto rigide. Qual è la differenza tra lavorare con loro e sviluppare una storia per Rai Fiction?

Con Netflix e le altre piattaforme abbiamo un ottimo rapporto. Collaboriamo per le seconde finestre e, a volte, su coproduzioni. Capisco però che i produttori, quando lavorano con loro, possano seguire codici differenti. 

Una storia Rai non nasce mai dentro una griglia. È sempre una storia originale che accompagniamo dal soggetto alla sceneggiatura e alla produzione. Questo lavoro serve anche a chiarire come andremo in onda, qual è il nostro pubblico e quali sono le nostre esigenze. Questo, secondo me, è un grande valore della Rai.

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Se devo proporre un linguaggio, soprattutto ai giovani, preferisco il nostro. Viviamo un immaginario apparentemente dominato da una violenza estrema e ora tutto questo ci sta tornando indietro.

Esiste quindi un controllo sui contenuti violenti delle serie Rai?

Sapendo quanto siamo importanti nella narrazione, dobbiamo stare attenti. Una scena violenta messa lì tanto per farla, io non la faccio. Una scena di violenza sessuale gratuita non la faccio. Poi naturalmente esistono alcuni generi e li affrontiamo, ma qualche volta abbiamo rallentato perché qualcosa ci sembrava eccessivo.

Il tema, però, non è mai censurare la creatività. Il lavoro che facciamo per costruire un messaggio positivo è ricco di conoscenza, di cultura e di una narrazione italiana profonda. 

Soggetti, sceneggiature e archivi Rai sono un serbatoio di materiale creativo. Quali garanzie esistono perché il lavoro degli autori non venga utilizzato per addestrare sistemi di intelligenza artificiale senza consenso, riconoscimento e remunerazione?

In Rai abbiamo un controllo enorme sull’intelligenza artificiale. Esiste una direzione che ha stabilito policy precise. Oggi mi sento molto tranquilla: se c’è un posto nel quale questa materia è controllata, è la Rai. La scrittura da noi è soltanto umana, come ho detto anche ai ragazzi delle masterclass qui al Marateale.

Non esiste una macchina che compia il passaggio dal soggetto alla produzione. Le macchine possono aiutarci nell’audio, nel colore o negli effetti speciali, ma sono tutti utilizzi dichiarati. La matrice è tutta umana e credo si senta. Su come andrà il mondo, non metto la mano sul fuoco.

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