Rileggere “Mein Kampf” per guardare il diavolo negli occhi
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Rileggere “Mein Kampf” per guardare il diavolo negli occhi

Il testo scritto da Hitler è stato recentemente tradotto da Garzanti con una curatela di Marcello Flores e Roberto Venuti. Un’introduzione storica serve a capire il contesto in cui il libro fu scritto.

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16 Giugno 2026 - 18.56 Culture


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Un amico da una vita mi ha detto che certi libri andrebbero semplicemente dimenticati. Si riferiva all’edizione critica di Mein Kampf, la “bibbia” del nazismo scritta da Hitler, recentemente tradotta da Garzanti. Gli ho risposto che se il diavolo non lo guardi negli occhi, poi col tempo te ne scordi le fattezze e non lo riconosci quando si ripresenta. Ma la mia è una risposta interessata perché a quella traduzione ho collaborato di persona.

In realtà si tratta di una vecchia storia che inizia poco dopo il 2000. E’ allora che l’Institut fur Zeitgeschichte di Monaco – il massimo centro di ricerca sul nazismo – vede un pericolo: l’avvicinarsi della data (2015) in cui scadono i diritti d’autore su Mein Kampf e la possibile proliferazione di riedizioni neonaziste. Decide allora di giocare d’anticipo e preparare un’edizione critica “ufficiale”. Esce nel 2016: due volumi, più di mille pagine, un apparato di note che quasi supera il testo. Garzanti ne ha pubblicata un’edizione ridotta, ritenuta più idonea per il pubblico italiano. Ma lo scopo è lo stesso: fare conoscenza del diavolo. Io e Marcello Flores abbiamo aggiunto una lunga introduzione che cerca di spiegare vari perché.

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Perché Hitler lo scrive? Perché in un movimento di semianalfabeti aver scritto un libro significa già stare un livello sopra gli altri potenziali leader. Perché quasi ogni tedesco ce l’aveva in casa? All’inizio il libro non vende quasi niente. E’ una serie quasi illeggibile di astruse teorie della razza riconducibili all’antisemitismo che in Germania non ha mai attecchito, a differenza della Francia dell’affare Dreyfus e della Russia dei Protocolli dei Savi di Sion (è un falso fabbricato dalla Ochrana, la polizia segreta zarista). Quando poi il regime si afferma, allora se arrivava la Gestapo (il che era abbastanza facile) e ce l’avevi in casa era meglio. Non c’era bisogno di leggerlo.

Quindi non è stata la chiave del successo di Hitler. Le chiavi sono altre e soprattutto due. Primo la riscossa nazionale dopo la sconfitta in guerra. Secondo un capro espiatorio su cui scaricare tutte le colpe: prima i comunisti e poi gli ebrei. Mein Kampf serve così a capire chi era Hitler: uno perso senz’arte né parte che con la guerra trova un’identità di soldato. E tale rimane fino alla fine. Il libro illustra in malafede (i fallimenti sequenziali del giovane Hitler sono naturalmente taciuti o falsificati) questo destino. Che ha bisogno come il pane di una sola cosa: la paura.

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Nell’oratoria e nella mimica Hitler non è simile all’istrione Mussolini: è un mistico disumano, quasi robotico e ieratico, che indica una missione superiore capace di sacrificare senza riguardi vite umane. Senza la Grande Guerra non sarebbe stato nessuno. Chi ci crede oggi? Tutte le personalità fragili, con bassa (o finta) autostima, che hanno bisogno di indossare una corazza uguale a quelle di tutti gli altri, per sentirsi al sicuro. Ahimé, ne nascono tante ogni giorno. Per questo bisogna conoscerle.

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