Il Coronavirus ha il suo 'tallone di Achille': identificato un bersaglio molecolare
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Il Coronavirus ha il suo 'tallone di Achille': identificato un bersaglio molecolare

Il tallone d’Achille dei coronavirus è stato identificato nei canali ionici lisosomiali Tpc.

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28 Ottobre 2020 - 13.04


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Nuova scoperta che apre la strada a strategie innovative per la terapia medica di questo tipo di infezioni virali. A scoprirlo è uno studio coordinato dall’Università Sapienza di Roma, in collaborazione con altri atenei italiani, e pubblicato su ‘Pharmacological Research’, che ha scoperto il ‘tallone d’Achille’ dei coronavirus, individuandolo nei canali ionici lisosomiali Tpc (Two-PoreChannels).

L’intuizione che la proliferazione di Sars-CoV-2 si possa prevenire inibendo uno specifico bersaglio molecolare responsabile della progressione del virus appena entrato nella cellula è nata nel laboratorio dell’Unità di Istologia ed Embriologia medica diretto da Antonio Filippini del Dipartimento di Scienze anatomiche, istologiche, medico-legali e dell’apparato locomotore della Sapienza Università di Roma.

Il tallone d’Achille dei coronavirus è stato identificato nei canali ionici lisosomiali Tpc, da anni oggetto di studio del gruppo di ricerca della Sapienza che, in collaborazione con Armando Carpaneto dell’Università di Genova, ha di recente scoperto nella Naringenina, una sostanza naturale di agrumi e altri vegetali di uso alimentare, un’arma efficace per inibire questi canali. Per verificare l’ipotesi è stato necessario creare ponti tra competenze di biologia cellulare e di virologia, coinvolgendo in un lavoro di squadra virologi delle università di Roma e Milano.

In particolare, il gruppo di ricercatori del Laboratorio di Virologia della Sapienza guidato da Guido Antonelli, ha scoperto che il trattamento di cellule con Naringenina previene l’infezione di più di un tipo di coronavirus, bloccando quindi il progredire dell’infezione. In aggiunta a questi risultati, il team del Laboratorio di Microbiologia dell’università Vita-Salute San Raffaele, guidato da Massimo Clementi, ha dimostrato che, alle stesse dosi, anche l’infezione di Sars-CoV-2 viene arrestata. Un ulteriore vantaggio ai fini di una possibile applicazione terapeutica di Naringenina è rappresentato dal fatto che questa molecola è in grado di contrastare efficacemente la dannosa produzione di citochine dell’infiammazione, la cosiddetta tempesta infiammatoria, che si scatena nel corso dell’infezione virale.

“L’identificazione di un bersaglio cellulare e la dimostrazione che è possibile colpirlo in modo efficace, rappresenta un sostanziale passo avanti verso l’ambizioso obiettivo di arrestare l’epidemia da Covid-19”, commenta Antonio Filippini. “La sfida successiva, a cui stiamo lavorando, con l’importante ausilio di nuove competenze nanotecnologiche interne a Sapienza – aggiunge – è individuare la formulazione ottimale per veicolare il farmaco alle più basse concentrazioni possibili in modo efficace e selettivo alle vie aeree, il primo fronte critico su cui combattere l’infezione”.

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