di Rock Reynolds
Si può partire da un remoto fatto di cronaca – cronaca nera, per giunta – per fare maggior luce sul periodo più fosco della storia italica del Novecento: il fascismo.
Il professor Andrea Cominini fa esattamente quello con il suo nuovo libro, Oltraggio al regime (Mimesis, pagg 284, euro 22), la lucida ricostruzione di un terribile fatto di sangue avvenuto a Esine, Val Camonica, nella notte di Pasqua del 1931, quando una pattuglia dei carabinieri fermò e uccise tre fratelli di umili origini, forse resi avventati da pesanti libagioni o, forse, semplicemente, considerati irrispettosi da forze dell’ordine assuefatte alle spietate regole del partito unico. Per anni, di quel tragico episodio si sussurrò soltanto nel chiuso delle case. Solo al termine dell’esperienza fascista, se ne parlò apertamente, sulla base di qualche vago ricordo.
Andrea Cominini fa un’operazione storica che da un ambito locale assurge a esempio nazionale, restituendo al contempo dignità a tre giovani a cui una condizione di inferiorità socioeconomia e lo stigma del regime strapparono la vita e il buon nome.
Per cominciare, banalmente, come mai le è venuto in mente di scrivere un libro come questo?
«Sono molto legato alla mia terra e alla sua storia. Questo libro, come il mio primo libro scritto nel 2020, Il nazista e il ribelle. Una storia all’ultimo respiro (MIMESIS EDIZIONI), nasce dal bisogno di ricostruire storie ascoltate dai racconti degli anziani, storie che però, a distanza di molti anni, si sono mischiate con la leggenda, arrivando ai giorni nostri confuse, poco chiare e a volte manipolate. Con questi due libri quindi, ho voluto consegnare al lettore le mie ricerche, che possono essere non complete, ma certamente cercano di chiarire il più possibile quanto accadde, almeno fino al momento della loro pubblicazione.»
Si tenta spesso di trovare oggi un punto di convergenza tra antifascismo e tacita accettazione del fascismo come pensiero tutto sommato passabile. Cosa si sente di dire?
«L’antifascismo e la tacita accettazione del fascismo sono concetti ben distinti. Essere antifascista non significa solo essere contro un regime fascista o autoritario che sia, bensì essere contro una qualsiasi forma di oppressione, contro la libera espressione di pensieri e di parola, contro la libertà di autodeterminazione e contro ogni oppressione. Chiunque accetti il fascismo come qualcosa di tutto sommato passabile non sarà mai un uomo libero e in fondo, egli stesso, accettandolo e non rinnegandolo, sarà fascista, compromesso e complice.»
Molti ancor oggi considerano l’esperienza fascista una sorta di autoritarismo all’acqua di rose o di democrazia forte. Lei ricostruisce un fatto di cronaca “minore”, locale, attraverso le testimonianze frammentarie e dirette del momento e la ridda di articoli di stampa di regime e di comunicati di funzionari governativi. Che quadro ne viene fuori?
«Purtroppo oggi, con la perdita degli ultimi testimoni che vissero in prima persona l’esperienza della dittatura in Italia, sorgono nuove idee e nuove teorie su come fosse vivere a quel tempo. Questo processo, per volontà di chi lo attua, è evidentemente manipolatorio. Dobbiamo essere portavoce dei testimoni, per questa e per le prossime generazioni. Lo posso constatare tutti i giorni a scuola. Molti miei studenti sono affascinati dal periodo fascista, lo esaltano, lo commemorano ma, in effetti non conoscono nulla al riguardo. Hanno coscienza di cosa sia solo grazie a brevi reel, anch’essi volutamente manipolatori, e quando interrogati su cosa sappiano in merito al ventennio, non riescono ad esprimere alcun concetto che sia profondo o realmente dettagliato. Il fatto da me ricostruito è certamente minore, ma rappresenta, nella sua emblematicità, centinaia di storie accadute durante la dittatura fascista e presto consegnate all’oblio. Tre antifascisti primordiali, semianalfabeti, non apertamente militanti di altri partiti, quasi inconsapevoli del loro antifascismo, mai veramente temibili per la dittatura, vengono ritenuti pericolosi sovversivi dall’autorità e, sebbene da carabinieri (che avevano giurato fedeltà al Re), sono eliminati fisicamente perché ritenuti appunto in qualche modo letali. Questo credo sia il nocciolo della questione e ci dimostra il fatto che il fascismo non fu certamente né democrazia forte né autoritarismo all’acqua di rose, bensì repressione dura, anche nei casi di “sovversivismo” trascurabile.»
Che difficoltà ha incontrato nel ripercorrere quel fatto di sangue che, comunque lo si guardi, è ancor oggi inquietante? Le è parso di percepire nell’opinione pubblica locale odierna fastidio, curiosità, scetticismo?
«La principale difficoltà è stata la distanza temporale. Sebbene abbia iniziato a raccogliere le prime testimonianze già a fine anni Novanta, il lasso di tempo tra i fatti e la stesura del libro è stato la parte più difficoltosa. Dopodiché la raccolta dei documenti. Nonostante le decine di archivi consultati, i documenti ufficiali trovati sono pochi, anche per il fatto che la vicenda fu insabbiata dal regime, il quale non ebbe nessuna convenienza ad un’ampia eco della vicenda. La morte di tre fratelli – sebbene dipinti come malvagi, sovversivi e avvinazzati – ammazzati dai carabinieri a sangue freddo in un piccolo villaggio, la sera di Pasqua, colpì comunque l’animo della popolazione italiana, certamente non tutta allineata con questi metodi di repressione cruenta del regime. Per quanto riguarda l’opinione pubblica, durante il regime fu messa a tacere e dal dopoguerra in poi nessuno ebbe più voglia di riesumare questa tragica vicenda, un po’ per rispetto e un po’ per dimenticare un fatto così tragico, avvenuto nel ventennio e poi seguito da una cruenta guerra mondiale, in Italia pure fratricida.»
L’agguato ai tre fratelli come si colloca nel contesto di un periodo in cui le forze dell’ordine erano considerate il braccio vero e proprio del regime?
«C’è un passaggio, tratto dalla relazione scritta dal colonnello dei carabinieri Vittorio Emanuele Calcaterra, comandante della Legione di Milano, in merito ai fatti di Esine, che è chiarificatore ed illuminante sulla posizione della popolazione del villaggio in cui avvenne la tragedia nei confronti dell’autorità, e che può ben rispondere a questa domanda: “Il movente si deve dunque ricercarlo nello spirito di spavalderia e di prepotenza da cui i Gimitelli, specialmente il Lorenzo, erano notoriamente invasati e nelle particolari condizioni di ambiente del Comune di Esine dove, in passato, il sovversivismo fece proseliti in grande numero, mentre il Fascismo, tutt’ora, non ha fatto larga breccia. A Esine, quindi, aleggia, per tutto ciò che rappresenta l’Autorità, un senso di avversione che non si manifesta in forma tangibile ma che si intuisce senza troppa difficoltà. Lo si è constatato anche in questa dolorosa circostanza in cui sono state propalate versioni artificiose ed arbitrarie da parte della popolazione, a tutto danno, naturalmente, dei militari dell’Arma”.»
Se la sente di fornire ai lettori un quadro riassuntivo del clima locale del tempo?
«Il 1931, anno in cui avvenne la tragedia che colpì la famiglia Gimitelli, è al cardine del consenso al regime fascista. Le ribellioni dei primi anni dopo la presa del potere da parte di Mussolini erano state da tempo represse e, in quel momento, non erano ancora iniziato l’imperialismo fascista, con le guerre a esso legate, guerre che iniziarono ad aprire i primi squarci nel consenso al regime. Non è che tutti, nel 1931, fossero ferventi fascisti, ma certamente molti antifascisti, per la propria sopravvivenza, si adattarono alla situazione. Inoltre, l’informazione, che è una delle fonti alle quali ho attinto per ricostruire questa tragica vicenda, sottostava ad una rigida censura dettata dal regime che, grazie a interventi legislativi mirati, rivelatisi fondamentali per un progressivo soffocamento assoluto della libertà di stampa, ne acquisì il totale controllo. Nel piccolo paese montano di Esine però le cose andavano diversamente e, sebbene per quanto riguarda la stampa la cosa risultasse invariata, il consenso al fascismo era decisamente più debole. Molte autorità locali svolgevano il proprio ruolo quali esponenti del fascismo per pura rappresentanza e non certo per convinzione e fanatismo. Questo faceva sì che, se nella popolazione qualcosa non era accettata di buon grado, il dissenso si manifestasse in qualche misura, anche in considerazione del fatto che non venisse mai represso con la forza (non esistono altri casi oltre quello dei Gimitelli). I tre fratelli, la sera di Pasqua del 1931, quando vennero assassinati dai carabinieri, agirono d’impulso anche per questa convinzione, ma l’epilogo non fu quello da loro previsto.»
Esine è un posto piccolo, con un’economia non particolarmente fiorente agli inizi del Novecento e una conseguente emigrazione importante verso paesi come Belgio e Svizzera. Che peso ha avuto nella vicenda quello stato di indigenza?
«Come riporto nel libro, credo che sia proprio a causa di una vita segnata da stenti, emigrazione e duro lavoro che dobbiamo provare a comprendere il ribellismo all’autorità e alle ingiustizie che spingeva l’animo dei tre fratelli. Una protesta contadina, operaia, contro l’oppressione e la povertà, un grido di vendetta contro le ingiustizie, una vaga velleità di porre loro freno, una riparazione di torti individuali. Le ambizioni dei tre fratelli Gimitelli non erano certamente volte a un mondo perfetto, bensì a una realtà in cui essi fossero ascoltati e trattati con onestà. Quei fratelli possono essere considerati i primi caduti resistenti esinesi al regime fascista per la loro primordiale e istintiva ribellione, certamente non premeditata od organizzata. Essi incarnarono, inconsapevolmente, la principale attrazione dell’anarchismo, un’attrazione emotiva, non intellettuale, un estremo rifiuto dello stato, dell’autoritarismo e delle sue imposizioni e ingiustizie. Seppero infatti esprimere la propria avversione alla dittatura in maniera viscerale, primordiale e violenta, in un certo senso anarchica e senza dubbio apolitica. Lorenzo, Giovanni Battista e Bortolo furono quindi davvero i primi ribelli esinesi, antesignani di quelli che, col movimento partigiano, sarebbero apparsi sulla scena solo dopo l’8 settembre 1943. Le loro manifestazioni di protesta, apolitiche e non organizzate furono spinte dall’impulso della fame e da un arcaico istinto di giustizia».
Mi ha colpito parecchio la protervia e insistenza con cui gli organi di stampa del tempo, praticamente senza eccezione, si affrettarono a dipingere i tre fratelli come poco di buono che se l’erano andata a cercare. Che cosa si sente di dire a quei giovani che ancor oggi insistono nel sottostimare la portata di un regime con un uomo solo in sella e un sistema di controllo e oppressione che gli ruota intorno?
«Chiunque si affidi, o affidi la propria vita e dunque la propria sorte a un uomo solo al comando evidentemente necessita di un buon corso di storia e non c’è bisogno di arrivare alla storia antica. Basterebbe anche solo un modesto studio della storia contemporanea che, purtroppo, nelle nostre scuole, viene quasi del tutto ignorato (o non raggiunto per ragioni di tempo) a ogni livello. La storia infatti ci insegna che, ovunque e sempre si sia concretizzato un governo a guida autoritaria da parte di un unico uomo, la sorte della popolazione che a lui si è affidata non è certo stata delle più rosee. Non voglio e non ho mai voluto fare dei tre fratelli degli eroi. L’ho specificato più volte nel libro: non furono antifascisti consapevoli o ideologicamente schierati, ma certamente rappresentano una ribellione primordiale a tutto ciò che la dittatura e la sua oppressione rappresentavano. Nella loro spavalderia e nel loro “oltraggio al regime”, essi erano spinti dalla povertà e dalla fame, cose che, per fortuna, la maggior parte di noi oggi non prova più. Ma è proprio questo il punto chiave di tutto. Oggigiorno, il controllo delle masse è divenuto più subdolo e certamente (se non altro negli stati democratici), almeno per il momento, non riduce in povertà e alla fame la maggioranza dei propri popoli, riuscendo ancora a concedergli il necessario e qualcosa in più, distraendoli con le nuove tecnologie, dispositivi che eliminano quasi completamente il senso critico di tutti, soprattutto delle nuove generazioni. È così che, piano piano e silenziosamente, i diritti conquistati in anni di lotte vengono erosi. Sarà solo nel momento in cui non si garantiranno più i diritti fondamentali alla maggioranza della popolazione che quest’ultima inizierà a capire di essere sotto il giogo dell’ingiustizia e della dittatura. La pericolosità di questo fenomeno sta quindi proprio nei tempi in cui quest’ultimo viene attuato. Se negli anni passati il potere veniva conquistato con atti immediati, per esempio un colpo di stato, oggi è tutto più lento, subdolo, esattamente come quanto previsto dal famoso linguista, filosofo e attivista statunitense Noam Chomsky con il suo principio della rana bollita. Dobbiamo, dunque, allenare i nostri giovani al pensiero critico e sostenerli ed assisterli in questo, per combattere il nuovo e rischiosissimo mondo del pensiero unico».