Crisanti: "Epidemia di coronavirus in Italia? Numeri inesatti. Male contenimento e monitoraggio di positivi’’

Intervista al professor Andrea Crisanti direttore dipartimento di medicina molecolare Professore di epidemiologia e virologia dell’Azienda Ospedaliera dell’ Università di Padova.

Il professor Andrea Crisanti

Il professor Andrea Crisanti

Chiara D'Ambros 22 marzo 2020

Oggi anche il viceministro alla salute dice che si devono fare più tamponi. Qual è, secondo il vostro studio, l’importanza di fare uno screening a tappeto?


Non mi dica “screening a tappeto”, questo termine lo usa chi vuole in qualche modo svilire l’implementazione sia il razionale scientifico. Non facciamo nessun screening a tappeto.


E’ importante precisazione. Quindi qual è invece la vostra strategia?


La nostra strategia è quella che si usa in tutte le epidemie che è quella classica di una sorveglianza attiva. Punto. Cosa che non è stata mai fatta finora. E’ stato fatto male il contenimento e male la sorveglianza. Male il contenimento perché non ha senso tenere tutte le persone a casa e le fabbriche aperte. Solo ora è stato fatto un piccolo passo in questo senso. Una follia.


Perché questa sorveglianza è così cruciale?


Questo parte tutto dallo studio di Vo perché abbiamo dimostrato che al momento del primo contagio abbiamo trovato che il 3% della popolazione era positiva. Che è una enormità. Una fetta ampia di queste persone era asintomatica. Non solo. Nel secondo screening abbiamo dimostrato che persone che vivevano con persone positive asintomatiche si sono a loro volta infettati. Quindi gli asintomatici tramettono il virus, non ci sono dubbi. E’ chiaro che una delle sfide che abbiamo in questo momento è trovare gli asintomatici oltre che preoccuparci e curare i sintomatici. Quindi noi vogliamo rafforzare la sorveglianza sul territorio. E fare quello che finora non si è fatto. Sorveglianza attiva sul territorio il che significa che se una persona chiama e dice io sto male, invece di lasciarla sola a casa senza assistenza senza niente, noi con la unità mobile della croce rossa andremo lì, faremo il prelievo alla persona, faremo il tampone ai familiari, faremo il tampone agli amici e al vicinato, perché è là intorno che c’è il portatore sano, è là intorno che ci sono altri infetti. Punto.


Quindi da un cuore potenziale, allargare..


Esatto, a raggi concentrici, si fanno i tamponi via via alla famiglia che è l’intorno più piccolo, agli amici che è un cerchio un po’ più grande e poi al vicinato che è ancora più grande. Così si fa la sorveglianza.


Lei sta sostenendo la necessità di allargare la mappatura da molto tempo, ma le istituzioni, eccetto in Veneto, sembrano non ascoltala, perché secondo lei?


Temo che in Italia manchi la cultura epidemiologica per affrontare le epidemie. Le persone che hanno consentito a Paesi interi di uscire dalla malaria, dal tifo e dal colera purtroppo non stanno più tra noi. Altrimenti questa epidemia avrebbe avuto un’altra storia.


Alcuni dicono che gli asintomatici siano meno contagiosi dei sintomatici.


Nessuno ha fatto nessun esperimento quindi non possono dire assolutamente nulla in proposito. L’unico esperimento vero è quello di Vo dove noi abbiamo delle famiglie con solo asintomatici, c’erano persone non infette che si sono infettate dopo.


Una obiezione è che il primo tampone risulti negativo anche se la persona è positiva.


No, la probabilità è bassissima.


Un’altra posizione che rema contro il fare una mappatura è quella di chi sostiene non serva perché si potrebbe trovare una persona negativa ma che si contagia in un secondo momento.


Questo è parzialmente vero ma è usato in modo strumentale. Se io ad un certo punto mappo l’intorno di una persona positiva, individuo tutte le altre persone che sono positive e le metto tutte in quarantena, diminuisco la probabilità che questi tramettano ad altre persone. E’ ovvio che io queste persone le testerò dopo 7/8 giorni. Che è esattamente quello che abbiamo fatto a Vo. A Vo non ci sono più casi.


In realtà ora sembra esserci un nuovo caso a Vo.


No, non è un nuovo caso, è monitorato, è il parente di uno che stava male, lo sappiamo perfettamente. E’ monitorato. Cioè il caso nuovo di vo è un parente di un caso positivo ed è sotto controllo.


A proposito di controllo, si parla molto della Lombardia ma anche in altre regioni stanno emergendo delle criticità, come per esempio nelle Marche. Cosa non sta funzionando nel contenimento dell’epidemia.


Guardi è mancata una conoscenza epidemiologica, è mancato completamente il supporto sul territorio della Sanità Pubblica. E’ stato inesistente. I numeri della Lombardia sono tutti sbagliati. La verità sta nei numeri. Se si prendono le tabelle di ieri 21 marzo in Veneto. Prende il numero dei deceduti che sono 146 e lo divide per il totale dei contagiati 4617 vedrà che la mortalità è attorno al 3% come in Cina o in altri paesi, nella media. Se lei prende invece il totale dei positivi in Lombardia che ieri erano 25.515 e lo divide per il n dei deceduti, 3095 avrà una percentuale del 12%, i conti non tornano! Com’è possibile che in Veneto ci sia il 3% della mortalità mentre in Lombardia il 12%. Che cosa manca in Lombardia? Manca il numero dei casi domiciliari. Questa distanza dà l’idea del crollo del Sistema Sanitario Lombardo a livello locale, territoriale. Non è che in Lombardia si muore di più, il fatto è che il numero dei contagiati è molto maggiore ma non sono rilevati. Se si tiene come punto di riferimento il 3% di mortalità si può realisticamente, non solo ipotizzare ma dire che In Lombardia ci sono circa 100.000 non circa 25000 casi, questa è la realtà. Questi numeri non danno l’idea del disastro che stiamo vivendo.


Si dice che il Sistema Sanitario stia crollando ma in realtà è già crollato ?


E’ crollata la capacità del Sistema Sanitario di intervenire. Come fa un Sistema Sanitario a far fronte a questa marea se non sono stati identificati i casi sul territorio? Non hanno fatto la tracciabilità, non hanno fatto prevenzione? Nessuna Epidemia si controlla con gli ospedali, nessuna, si controlla sui territori.


Ora è tardi ma cosa si potrebbe iniziare a fare per arginare il disastro?


Adesso quello che si può fare è che tutta la Lombardia sta ferma per tre settimane. Ma ferma vuol dire ferma, che non si muove nessuno. E allo stesso tempo si comincia a fare l’identificazione dei nuovi casi, perché per quelli vecchi ormai si può fare ben poco.


Quindi il punto zero per iniziare a salvare vite deve iniziare oggi per domani?


Si ,purtroppo sul passato non si può fare nulla perché questi numeri purtroppo sono falsi. Il totale in Italia se guardiamo il numero dei deceduti si può stimare che ci siano già 130/150.000 casi. Mancano circa 100.000 casi all’appello. La verità che nessuno vuole dire è che noi abbiamo 4 volte più casi della Cina.


Perché non c’è stato un contenimento iniziale?


Non c’è stato un contenimento iniziale e abbiamo 100.000 casi che non sono stati diagnosticati. Non si è compresa una cosa fondamentale: il numero reale dei contagiati.


Il Veneto lo dimostra. Com’è possibile che in Veneto abbiamo il 3% di mortalità e sul resto dell’Italia abbiamo una mortalità molto più alta? Perché mancano i casi. Perché non è che il virus che colpisce il Veneto è meno cattivo di quello che colpisce la Lombardia. Il virus è lo stesso. Solo che in Veneto il sistema sanitario locale di base ha tenuto. Sono per lo meno riusciti a fare la tracciatura.


Questo perché c’è stato un reale intervento capillare?


Si, noi abbiamo fatto il tampone a tutte le cerchie prossime dei sintomatici avvisando le ULSS del territorio e loro si sono attivate. Ora procederemo ancora.


Questa è la linea che state portando avanti?


 


Sì, la battaglia si vince sul territorio non negli ospedali. In Veneto sono stati fatti 53000 tamponi per 4000 casi. Un tampone ogni 10 casi. In Lombardia dove i casi non è vero che sono 25.000 ma sono molti di più è stato fatto un tampone ogni 4 malati. C’è una differenza di 40 volte. Sono stati travolti.


Come vede la situazione delle altre regioni?


Credo dovrebbero essere stati fatti i blocchi dove c’erano i focolai, dovevano essere testati tutti per fermare l’epidemia. Sono 3 settimane che lo stiamo dicendo. Piccoli casi come Vo si sarebbero potuti affrontare in tutta Italia. Si sarebbero potuti spegnere tutti i focolai subito.


Un altro elemento che rimane un’incognita in questo momento è se ci si può riammalare. Voi avete dei dati in questo senso?


Questo non si sa.


Per quanto riguarda l’incubazione media avete dei dati più certi?


L’incubazione media è 5-8 giorni, 14 è dato come limite massimo.


Questo potrebbe far ben sperare le regioni del sud che dopo questo blocco pur parziale non stanno presentando un’escalation di casi?


Certo, ma solo le regioni del sud agiscono tempestivamente nel contenimento possono evitare la tragedia della Lombardia.


La questione, quindi, rimane il fatto di individuare dei focolai nei focolai.


Certo, per esempio in un quartiere a Roma ci sono 10 casi? Si blocca tutto, si fa sì che nessuno si muova e si inizia a testare dentro e tutto attorno ai focolai.


Guardi le epidemie si controllano con la quarantena e con la sorveglianza attiva. Noi finora quasi ovunque, non abbiamo fatto nessuna delle due fino in fondo.


In Veneto ci sono dei focolai che state monitorando?


Certo. Quello di Vo lo abbiamo spento, gli altri purtroppo sono ancora in fase attiva ma anche oggi alle 12 il Veneto è la regione che a meno casi del giorno prima.


Se è così utile fare i temponi non solo ai sintomatici perché secondo lei c’è così tanta resistenza a farli?


Temo sia una questione ideologica. Siccome hanno sbagliato prima, vogliono continuare a sostenere una linea. Non vogliono ammettere l’errore. Tutto qui.


Costi e fattibilità non centrano nulla?


No, macché. Un tampone costa 30 euro.


Perché la Regione Veneto ha spostato la sua linea?


Perché noi operiamo a Padova e ci hanno consultati. Ma i dati erano sotto gli occhi di tutti, i dati di Vo erano pubblicati il 28 febbraio, bastava vederli, volerli vedere.