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I rianimatori: "Molti no-vax rifiutano le cure, per quanto faticoso non dobbiamo abbandonarli"

La Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), in un documento per "richiamare alcuni elementi di carattere generale riguardanti il consenso alle cure e il relativo percorso decisionale".

I rianimatori: "Molti no-vax rifiutano le cure, per quanto faticoso non dobbiamo abbandonarli"
Anestesista a lavoro

globalist

3 Gennaio 2022 - 12.51


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Il Covid non ha risparmato nessuno, né tanto meno i no-vax: al contrario ha riempito le terapie intensive e con sempre maggior frequenza sono stati segnalati casi di pazienti con quadri clinici severi correlati al virus che, nonostante tutto, rifiutavano il ricovero in terapia intensiva o di sottoporsi a trattamenti di supporto vitale giudicati utili e appropriati” dai medici curanti.

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“Per quanto le circostanze possano essere difficili e faticose, al rifiuto ripetuto e ostinato del paziente non deve far seguito il suo ‘abbandono’. Deve piuttosto essergli sempre garantito un adeguato livello di cure e, qualora necessario, la loro rimodulazione in chiave palliativa”.

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Lo ha evidenziato la Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), in un documento pubblicato sul sito, proprio per “richiamare alcuni elementi di carattere generale riguardanti il consenso alle cure e il relativo percorso decisionale”.

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“Il rifiuto di trattamenti di supporto vitale da parte di persone appartenenti al cosiddetto mondo ‘negazionista’ o ‘no-vax’ – si legge – rappresenta oggettivamente un aspetto gravoso e doloroso per i medici e per gli infermieri delle nostre terapie intensive, che sono impegnati con dedizione ogni giorno in uno strenuo lavoro per curare i pazienti e cercare di offrire loro chance di guarigione e di vita piena. Ciò nonostante non deve mai venir meno un atteggiamento rispettoso e ‘non giudicante'”, è il richiamo della Siaarti.

“Nel nostro Paese tanto la normativa vigente quanto il Codice di deontologia medica sono oggi coerenti e concordi nell’affermare che, fatte salve alcune rare e particolari circostanze, nessun trattamento sanitario può essere imposto a chicchessia, anche se il trattamento diagnostico o terapeutico proposto sia per lui/lei un trattamento ‘salva vita’. Anche sotto il profilo etico, non è possibile ipotizzare condotte differenti”, ha chiarito la Siaarti nel documento ‘Pandemia e rifiuto dei trattamenti di supporto vitale’.

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“Una volontà del paziente consapevole e pienamente informata, e – laddove le circostanze lo consentano – ribadita nel tempo, deve pertanto essere sempre rispettata”, si sottolinea aggiungendo che “pur consapevoli delle circostanze (elevato carico di lavoro, tempi decisionali ridotti, forte pressione ambientale, ecc), la relazione con il paziente non può però ridursi ad avere le caratteristiche di un atto di tipo meramente burocratico, cioè una semplice ‘presa d’atto’ della volontà del paziente, quale che essa sia e quali che siano le sue motivazioni”.

“La tensione per offrire chance di vita e di salute, sempre orientata a valutare con attenzione la proporzionalità delle cure, richiede a tutti noi lo sforzo di spiegare e motivare: per tempo, con la massima attenzione e rispetto, in modo chiaro, veritiero e documentato e, se le circostanze lo consentono, con ragionevole insistenza e in modo ripetuto, l’indicazione e l’utilità dell’impiego di trattamenti di supporto vitale (ivi compresa, se clinicamente appropriata, la ventilazione invasiva). È opportuno sottolineare come questi siano, sia sul piano etico sia su quello deontologico, comportamenti irrinunciabili per il medico, e che essi riguardano tutti i curanti coinvolti nelle cure al paziente (e, dunque, non solo l’intensivista)”, rimarca il documento Siaarti.

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