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Il M5s volta le spalle ai genitori di Regeni: "Ritirare l'ambasciatore in Egitto non è la soluzione"

Il sottosegretario agli Esteri: "Non possiamo smettere di dialogare. Serve per avere la verità". Nel mirino dei pm di Roma altri cinque 007 egiziani

Paola e Claudio Regeni
Paola e Claudio Regeni

globalist

2 Luglio 2020 - 14.25


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“Non credo che il ritiro dell’ambasciatore sia una soluzione, non l’ho mai creduto per un semplice motivo: l’ambasciatore è sostanzialmente il rappresentante del suo Paese in un altro Paese. Se si toglie l’ambasciatore di fatto si finisce di dialogare, ma a noi interessa dialogare perché dobbiamo avere la verità su Regeni”. Lo ha detto oggi a Radio 24 il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano. “Le pressioni si fanno in mille modi, non si fanno certamente togliendo l’ambasciatore”, ha proseguito. E poi: “Ha un senso l’ambasciatore in un Paese, non è una pedina di ricatto”.

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Intanto ci sono almeno altri cinque uomini appartenenti agli 007 egiziani su cui la Procura di Roma sta svolgendo accertamenti in relazione al rapimento di  Regeni, il ricercatore italiano ucciso nel febbraio del 2016 al Cairo dopo essere stato torturato. Si tratta di cinque colleghi degli ufficiali già iscritti nel registro degli indagati dal pm Sergio Colaiocco il 4 dicembre del 2018. I nomi degli altri agenti della National Security spuntano dai tabulati telefonici forniti nei mesi scorsi dalle autorità egiziane. 

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Tra i dodici punti della rogatoria inviata nel maggio del 2019 dai magistrati di piazzale Clodio si fa riferimento agli altri cinque che avrebbero avuto un ruolo nella vicenda di Regeni. In particolare si chiedeva di “mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security che risultano in stretti rapporti con gli attuali cinque indagati”.

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Molto critico con l’Egitto il presidente della Commissione d’inchiesta Regeni e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, che intervistato dalla Stampa ha detto: “I magistrati egiziani non hanno nessun interesse nella ricerca della verità. Vedo un altro tentativo indiretto di depistaggio, sono tornati indietro a quando cercavano nel lavoro di Giulio le ragioni della sua morte”. 

“Personalmente ritengo che la famiglia faccia benissimo a chiedere al governo un impegno maggiore – ha spiegato -, che si tratti dell’ambasciatore o dei rapporti commerciali. Si era tanto detto che avere buone relazioni avrebbe portato dei risultati e invece oggi abbiamo la prova, se ancora ne servisse una, che non è così”. Per il presidente della Commissione la reazione dura della Farnesina è “un atto dovuto. È difficile che il governo regga a questa nuova provocazione egiziana senza prendere una posizione dura”.

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A chiedere un impegno per la verità è anche l’opposizione, attraverso il vicepresidente del Copasir Adolfo Urso di Fratelli d’Italia. Sul caso Regeni, ha detto a Radio 24, “l’Italia deve agire con estrema chiarezza: l’Egitto è un nostro partner fondamentale per gli equilibri geopolitici, per il controllo della Libia, per la lotta al terrorismo, per l’energia. Ma possiamo dire con altrettanto chiarezza all’Egitto che noi vogliamo la verità sul barbaro assassino, con la consegna di coloro che possono essere indagati e perseguiti per il crimine commesso: un giovane è stato sequestrato e torturato da organismi dello Stato”.

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