L'Ucraina e quelle armi mandate per difendersi dai russi che rischiano di finire nelle mani sbagliate
Top

L'Ucraina e quelle armi mandate per difendersi dai russi che rischiano di finire nelle mani sbagliate

Il segretario generale dell’Interpol, Jurgen Stock, ha lanciato l'allarme: "Finiranno nell'economia illegale e nelle mani dei criminali"

L'Ucraina e quelle armi mandate per difendersi dai russi che rischiano di finire nelle mani sbagliate
Guerra in Ucraina
Preroll

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

3 Giugno 2022 - 17.23


ATF

A lanciare l’allarme non sono i soliti pacifisti cacadubbi né generali dal glorioso passato me che per le posizioni assunte sulla guerra in Ucraina sono stati bollati come “filo Putin”.

A lanciarlo è il segretario generale dell’Interpol, Jurgen Stock.

Le armi inviate all’Ucraina per difendersi contro i russi finiranno nell’economia illegale e nelle mani dei criminali, avverte Stock.  “Quando le armi non saranno più utilizzate, emergeranno le armi illegali. Sappiamo questo sulla base dell’esperienza maturata in altri teatri di guerra”, ha affermato il numero uno dell’Interpol, secondo quanto riportato dal Guardian. 

“I criminali stanno già adesso, mentre parliamo, concentrandosi su queste armi”.  “I gruppi criminali – ha aggiunto il numero uno dell’Interpol – cercano di sfruttare queste situazioni caotiche e la disponibilità di armi, anche quelle utilizzate dai militari e anche le armi pesanti. Queste saranno disponibili sul mercato gestito dalla criminalità organizzata e rappresenteranno una sfida”. “Possiamo attenderci un arrivo di armi in Europa e anche oltre. Dobbiamo essere preoccupati e attenderci che queste armi siano oggetto di traffici non solo nei Paesi vicini ma anche in altri continenti”, ha concluso Stock.

Il segretario generale dell’Interpol ha detto di aver esortato i diversi a paesi a utilizzare il database dell’agenzia per poter “tracciare e rintracciare” le armi. “Siamo in contatto con i paesi membri per incoraggiarli a utilizzare questi strumenti. I criminali sono interessati a tutti i tipi di armi… fondamentalmente tutte le armi che possono essere trasportate potrebbero essere utilizzate per scopi criminali”.

Armi,  a chi?

Fabio Mini è generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano ed è stato Capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Ha comandato tutti i livelli di unità meccanizzate ed ha prestato servizio negli Stati Uniti, in Cina e nei Balcani. Ha diretto la Comunicazione della Difesa e l’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze. È autore di numerosi saggi e una decina di libri. Tra gli ultimi pubblicati: La guerra dopo la guerraSoldatiMediterraneo in GuerraLa guerra spiegata a…Eroi della guerraI guardiani del potere e Perché siamo così ipocriti sulla guerra? Per la Libreria Editrice Goriziana (Leg) ha curato le edizioni italiane di Guerra senza limiti dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang XiangsuiFanteria all’attacco di Rommel, i Diari di HitlerParide di B. Liddel Hart e altri. E’ da poco nelle librerie, il libro scritto assieme allo storico Franco Cardini Ucraina. La guerra e la storia (Feltrinelli).Nel suo campo, un’autorità assoluta. Sulle armi fornite dall’Italia all’Ucraina, Mini non usa mezzi termini nel manifestare la sua contrarietà: “Non si sa a chi vanno le armi ma anche i soldi, tutti gli aiuti che confluiscono” in Ucraina. Non si sa neanche dove vanno gli uomini”.

Leggi anche:  Ucraina, per l'Europa la diplomazia può attendere e la parola è solo alle armi

La parola ai pacifisti.

Lo fa Luca Liverani in un documentato articolo su Avvenire: “Inviare armi all’Ucraina per resistere all’invasione russa non è la soluzione. Perché è come usare benzina per spegnere un incendio. Perché le armi arriverebbero tardi e con un alto rischio di finire in mani sbagliate come è già successo tante altre volte. Associazioni e movimenti per la pace, laici e cattolici, criticano la decisione del governo italiano. Inefficace e dannosa, prima che immorale.

«Noi siamo col Papa – dice Francesco Vignarca di Rete italiana Pace e disarmo – che dice che le armi non sono mai la soluzione». E allora? «L’unico intervento possibile, oggi, è il peace keeping. Che effetto farebbe l’arrivo in Ucraina da ovest di 50 mila Caschi blu Onu per l’interposizione?». Ma perché non mandare armi? «E come le portiamo? Quando arriveranno? E siamo certi – chiede Vignarca – che non finiranno in mani sbagliate? Armare gli oppositori di Gheddafi ha portato la pace in Libia? E in Siria? In Afghanistan? E dovrebbe funzionare con Putin?. Non solo è sbagliato eticamente, ma non ottiene il risultato voluto». 

E poi spedire armi «ci fa tornare indietro di 40 anni rispetto alle conquiste fatte col Trattato sul commercio delle armi (Att), ratificato dall’Italia nel 2013 e all’Europa». A chi chiede più investimenti per contrastare la Russia, Rete pace e disarmo ricorda che «la Nato già oggi spende 1.100 miliardi di dollari contro i 62 della Russia, 18 volte tanto. E solo l’Europa, senza la Gran Bretagna, 233 miliardi. È la prova che la deterrenza non ha senso. In 20 anni la spesa militare è quasi raddoppiata, 2mila miliardi nel 2020. Le quotazioni del comparto bellico sono passate dal 10 al 17% in pochi giorni».

Altre armi non fermeranno la guerra. «Una volta che il conflitto si scatena – dicono alla Comunità di Sant’Egidio – è incontrollabile, per questo serve un forte movimento per la pace. Ora l’appello per “Kiev città aperta” non sono solo belle parole, è stato portato da Andrea Riccardi all’attenzione delle ambasciate russa e ucraina presso la Santa sede e ad altre rappresentanze diplomatiche». Sant’Egidio sottolinea che «se i combattimenti proseguono, fino a costringere la popolazione di Kiev a difendersi, sarà una carneficina. Lo abbiamo già visto a Sarajevo, ad Aleppo, a Varsavia nel 1944». E poi «bisogna pregare per la pace, perché i cuori si aprano ad una visione che ora non c’è. La preghiera per la pace non è un accessorio. Come il digiuno chiesto da Francesco per il 2 marzo. È la visione di Giovanni Paolo II che dopo l’11 settembre andò ad Assisi».

Leggi anche:  Missili Usa a lungo raggio in Germania: la prima volta dalla fine della guerra fredda

Ernesto Olivero, fondatore nel 1964 del Sermig di Torino, il Servizio missionario giovani, ha appena guidato il corteo di bambini che hanno consegnato la bandiera della pace del Sermig al sindaco di Torino: «Le armi – dice Olivero – non possono decidere del destino delle persone, deve essere la nostra ragione. Dobbiamo credere che la pace dipende da noi, se ci crediamo finalmente la pace bussa alle nostre coscienze e diventa realtà».

Silvia Stilli, portavoce di Aoi, Associazione Ong Italiane, fa notare che «il nostro Paese, che “ripudia la guerra”, va oltre l’invio di contingenti militari ai confini, fornendo armi all’Ucraina e inasprendo il clima di guerra. L’Italia si ritiene ingaggiata nel conflitto, pur non essendo obbligata da alleanze. Comprendo le ragioni di un popolo che resiste, ma non è la strada da intraprendere, mentre le piazze dicono no alla guerra e sì al dialogo. L’Europa ha deciso troppo tardi con le sanzioni, anche sul blocco Swift, per poter trattare sul gas». E ricorda: «Il movimento pacifista ucraino ha scritto: non inviate le armi».

«Sono stato tante volte in Iraq, in Palestina, con don Tonino Bello a Sarajevo», racconta don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi. «Sì, la gente chiedeva armi. Ma noi, solidali con le vittime della guerra, se vogliamo spegnere la follia non possiamo esserne coinvolti. Il 1° marzo è l’anniversario del muro di 700 km costruito in Israele. C’è una risoluzione di condanna dell’Onu, non della Nato. Dovremmo forse armare i palestinesi. O i curdi contro la Turchia? Da cristiani dobbiamo dare massima solidarietà alle vittime, non spargere benzina». «Qualsiasi cosa è utile, meno che soffiare sul fuoco inviando altre armi», dice anche Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pacedella Perugia Assisi: «L’unica strada è il negoziato e il dialogo. E dobbiamo avere ben chiaro che armare l’Ucraina ci fa entrare in guerra contro la Russia. Quando gli Stati Uniti hanno armato gli oppositori dei Talebani, le armi sono finite nelle mani di chi volevano combattere. È come liberalizzare il porto d’armi per combattere la criminalità. È la “diplomazia delle armi”, che ora ci sembra più nobile, ma segue le stesse dinamiche della guerra. Ammazzare un altro po’ di russi non convincerà Putin a fermarsi».

Leggi anche:  Ucraina, per l'Europa la diplomazia può attendere e la parola è solo alle armi

«La resistenza all’invasione è parte dei percorsi legittimi da parte delle popolazioni che la subiscono», ragiona Franco Uda, responsabile pace di Arci: «Altra cosa è l’invio degli armamenti. Il tema non è finanziare l’apporto di ulteriori armi che provocano una escalation del conflitto ma sostenere quella parte di popolazione che sta resistendo senza recare danni ulteriori. Serve un impegno forte per una de-escalation, la risposta umanitaria deve essere parte decisiva della risposta dell’Europa e del nostro governo. Dobbiamo sostenere la società civile ucraina e russa che, con rischi enormi per la propria incolumità personale, sta manifestando. Emergono le prime crepe nel sistema militare, con le diserzioni che vanno sostenute e protette, forti del diritto internazionale. Se l’Europa ha stanziato dei fondi per la guerra in Ucraina, li usi per la cooperazione internazionale, le organizzazioni umanitarie e la popolazione inerme, la sua difesa civile non armata e non violenta».

L’articolo è del 1 marzo, neanche una settimana dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. I pacifisti non hanno cambiato idea. Come dar loro torto?

Quel sondaggio rivelatore

Dopo oltre tre mesi di conflitto e scontri tra Russia e Ucraina, crescono sempre di più gli italiani (sono il 61,3%) che, in questa guerra, sostengono le ragioni del popolo ucraino e sono contrari, dunque, all’attacco da parte della Russia. E’ importante sottolineare, però, come 1 italiano su 5, il 20,9%, in questo contesto, ancora non riesce a esprimere un’opinione chiara e netta sull’argomento. Nonostante sia forte il sostegno alle ragioni ucraine, la maggioranza degli italiani (51,5%) continua ad essere contraria all’invio di nuove armi, proprio per evitare l’eccessivo prolungare della guerra e il rischio di un coinvolgimento diretto da parte dell’Italia. Una contrarietà sostenuta fortemente e che, in oltre il 70% di coloro che si dichiarano contro le armi, viene confermata e ribadita anche se questo dovesse significare la sconfitta del popolo ucraino e l’avanzata dell’invasione russa.
Fonte: Dati Euromedia Research per Porta a Porta – Realizzato il 25/05/2022 con metodologia mista CATI/CAWI su un campione di 800 casi rappresentativi della popolazione italiana maggiorenne.

Certo, i sondaggi vanno presi con le molle. Ma non possono essere silenziati solo perché non piacciono alla stampa mainstream.

Native

Articoli correlati