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Boris Johnson indossa l'elmetto e respinge i migranti: la vergogna alberga al 10 di Downing Street

Indossato l’elmetto, provando, pateticamente invero, a fare il Winston Churchill del XXI°, lo scapigliato premier si fa solidale con la resistente Ucraina, salvo poi erigere muri respingenti nei confronti di migranti

Boris Johnson indossa l'elmetto e respinge i migranti: la vergogna alberga al 10 di Downing Street
Boris Johnson

Umberto De Giovannangeli

29 Aprile 2022 - 17.32


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L’Orban dell’Occidente risiede al numero 10 di Downing Street. E di mestiere, al momento, fa il Primo ministro del Regno Unito. Indossato l’elmetto, provando, pateticamente invero, a fare il Winston Churchill del XXI°, lo scapigliato premier si fa solidale con la resistente Ucraina, salvo poi erigere muri respingenti nei confronti di migranti, richiedenti asilo, profughi…

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La denuncia di Grandi

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Su spinta del solidale a corrente alternato inquilino di Downing Street, il Parlamento britannico ha approvato una nuova legge su nazionalità, asilo e immigrazione – il Nationality and Borders Bill. Il disegno di legge entrerà in vigore una volta ricevuto l’assenso reale.
Di seguito la dichiarazione di Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati: “L’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, si rammarica per il fatto che siano state approvate le proposte del governo britannico per un nuovo approccio all’asilo che mina leggi e prassi internazionali consolidate sulla protezione dei rifugiati. Il Regno Unito è una nazione che giustamente si vanta della sua lunga storia di accoglienza e protezione dei rifugiati. Delude la scelta di una linea d’azione volta a scoraggiare la ricerca di asilo, e che di fatto relega la maggior parte dei rifugiati in uno status inferiore con pochi diritti e sotto la costante minaccia di rimozione dal territorio. Inoltre, a causa di clausole di inammissibilità molto ampie le persone che abbiano bisogno di protezione potrebbero vedersi negare il diritto di chiedere asilo nel Regno Unito. Tali disposizioni sono potenzialmente in contrasto con la Convenzione sui rifugiati. Mi preoccupa inoltre l’intenzione del Regno Unito di esternalizzare i suoi obblighi di protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo ad altri paesi. Le iniziative volte a trasferire ad altri tali responsabilità contrastano la lettera e lo spirito della Convenzione sui rifugiati, di cui il Regno Unito è parte. Queste decisioni contrastano inoltre con il Global Compact sui Rifugiati, che è stato sancito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2018 con la richiesta di una condivisione piu’ equa della responsabilità della protezione dei rifugiati.

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Attualmente, la maggior parte dei rifugiati nel mondo sono accolti da paesi vicini alle crisi; la stragrande maggioranza di essi sono a basso e medio reddito. Nonostante le loro risorse limitate, questi paesi hanno fatto di tutto per ricevere e proteggere i rifugiati. Abbiamo anche visto una simile attitudine verso la protezione internazionale e una straordinaria solidarietà nel resto d’Europa, che ora sta ospitando milioni di rifugiati ucraini in fuga dalla guerra nelle ultime settimane. Quest’ultima decisione del governo britannico rischia di indebolire drasticamente un sistema che per decenni ha fornito a tante persone disperate protezione e l’opportunità di ricostruirsi una vita.


L’Unhcr ha espresso le sue preoccupazioni e le sue obiezioni al Nationality and Borders Bill in diverse occasioni e ha offerto raccomandazioni su come implementare una procedura di asilo più efficace e equa, seguita da una rapida integrazione dei rifugiati e dal rimpatrio di coloro che non hanno bisogno di protezione internazionale. L’Unhcr continua a impegnarsi con il Regno Unito, un partner apprezzato e di lunga data, nell’identificazione di strumenti pratici per continuare a sostenere i propri impegni internazionali”.

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Fin qui Grandi

Un articolo da incorniciare

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E’ quello di Maurizio Ambrosini su Avvenire: “Proprio nel momento in cui in tutta Europa si accolgono generosamente addirittura quattro milioni di profughi ucraini, il governo britannico è salito alla ribalta con una proposta che muove nella direzione opposta, restringendo il diritto di asilo sul suo territorio. Come hanno annunciato Boris Johnson e la ministra dell’Interno, Priti Patel, Londra ha stretto un accordo con il governo del Ruanda per trasferire nel Paese africano i richiedenti asilo che attraversano la Manica su piccole imbarcazioni o nascosti nei camion, a rischio della vita.
Sono state 28.526 le persone che hanno varcato la Manica in questo modo nel 2021, più degli 8.000 del 2020, anno di blocco causa pandemia, ma molti meno dei richiedenti asilo accolti in altri Paesi europei: 56.000 in Italia nel 2021, che non è tra le principali destinazioni. Per Londra, 600 persone sbarcate nell’ultima settimana sono un allarme nazionale, tanto da annunciare niente meno che l’intervento della Royal Navy, la Marina militare britannica, a pattugliare le coste. I politici britannici hanno precisato due elementi aggiuntivi dell’accordo: primo, il piano è retroattivo e dovrebbe coinvolgere tutti coloro che sono arrivati nel corso del 2022, soprattutto se uomini soli; secondo, anche se gli sbarcati verranno riconosciuti come rifugiati, il governo di Sua Maestà sosterrà la loro integrazione in Ruanda, prevedendo un sostegno per cinque anni, ma non consentirà l’ingresso sul suo suolo.
Boris Johnson ha parlato niente meno che di un «partenariato per lo sviluppo economico» del Ruanda, a cui andranno 120 milioni di sterline di finanziamento, aggiungendo di essere sicuro che il Paese, tra i più poveri dell’Africa, avrebbe la capacità di ospitare decine di migliaia di persone negli anni a venire. L’intento, nemmeno nascosto, è peraltro la deterrenza: scoraggiare i richiedenti asilo dall’attraversare la Manica, agitando lo spettro della deportazione in Ruanda. La retorica è sempre quella della lotta ai trafficanti e della volontà di salvare vite umane, ma in realtà a essere colpiti sono i profughi, che non dispongono quasi mai di mezzi legali per entrare in un Paese sviluppato e sono costretti ad affidarsi a chi offre il ‘servizio’ di trasporto. Probabilmente molti di loro vorrebbero esercitare lo stesso diritto concesso ai profughi ucraini: quello di scegliere dove cercare scampo, trovare protezione e progettare un futuro. In spregio al diritto internazionale dell’asilo, il governo Johnson vorrebbe invece criminalizzare anche loro, accusandoli d’immigrazione illegale. 

Il vulcanico premier britannico non ha risparmiato neppure i difensori del diritto umanitario, accusandoli di fare affari ostacolando le deportazioni e limitando l’azione del governo. Sempre sul piano retorico, il governo di Londra ha contrapposto gli arrivi spontanei ai reinsediamenti autorizzati di rifugiati. Si tratta però di numeri assai modesti. Nel 2020 sono stati 34.400 in tutto il mondo, complice la pandemia, e il Regno Unito non è nelle prime posizioni, occupate da Canada, Usa, Australia.

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Si promette accoglienza a certe condizioni, ma in realtà le condizioni sono tali da vanificare l’accoglienza. Londra tradisce un approccio neo-colonialista: approfittare dell’asimmetria di risorse e di potere con i Paesi in via di sviluppo non più (soltanto) per impadronirsi delle loro materie prime, ma anche per coinvolgerli nell’adempimento di obblighi umanitari al posto dei potenti finanziatori.[…]. L’«esternalizzazione» dell’obbligo di protezione umanitaria si sta dotando di un nuovo capitolo: malgrado la crisi ucraina e l’esempio di solidarietà che i popoli europei stanno dando, i cacciatori di consensi a discapito dei diritti umani rilanciano la solita politica, muovendo da insospettabili capitali dalla lunga tradizione democratica.  C’è chi fa fatica ad ammetterlo e anche solo a pensarlo, ma questa è un’altra faccia della guerra a pezzi che sta squassando anche l’Europa e minaccia il mondo intero”.

D’accordo su ogni parola.

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Boris il “profeta”. Di sventure.

 La “possibilità” che la guerra in Ucraina continui fino alla fine del prossimo anno “è realistica”. E’ quanto ha paventato Johnson in visita in India, rispondendo alla domanda dei giornalisti se ritenga che Vladimir Putin sia “ancora in posizione di vincere” e se la guerra potrà durare per tutto il 2023. “La cosa triste è che è una possibilità realistica”, ha replicato Johnson, sottolineando che “Putin ha un esercito enorme”, ma “una posizione politica molto difficile perché ha fatto un errore catastrofico. L’unica opzione che ora ha davvero è quella di continuare a usare il suo approccio terribile, pesante per cercare di sfiancare gli ucraini. Ed è molto vicino ad assicurarsi un ponte di terra a Mariupol”. Per Johnson esiste la “realistica possibilità” che la Russia possa vincere la guerra. Commentando i rapporti delle intelligence occidentali secondo cui Mosca potrebbe vincere, il premier britannico ha affermato: “La cosa triste è che questa è una realistica possibilità”.  Johnson ha poi lodato ”la straordinaria forza d’animo e il successo” del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e del suo popolo che resistono alle forze russe “con incredibile eroismo”.  L’Occidente, ha proseguito, deve ”valutare cos’altro può fare militarmente. Dobbiamo continuare a intensificare le sanzioni economiche. Ed è quello che stiamo facendo”.

La risposta di Mosca

 Le sanzioni adottate dalla Gran Bretagna nei confronti della Russia hanno spinto il Cremlino a vietare l’ingresso nel Paese al premier Johnson e a vari membri chiave del suo gabinetto, tra cui il segretario alla Giustizia Dominic Raab, i segretari degli Esteri e della Difesa Liz Truss e Ben Wallace e l’ex premier Theresa May. Una mossa, fa sapere il ministero degli Esteri russo, adottata a causa “azioni ostili senza precedenti del governo britannico, espresse, in particolare, nell’imposizione di sanzioni contro alti funzionari della Federazione russa”. “Questo passo è stato compiuto in risposta alla sfrenata campagna informativa e politica di Londra volta a isolare la Russia a livello internazionale, creare le condizioni per contenere il nostro Paese e strangolare l’economia interna”, riferisce ancora il dicastero di Sergei Lavrov, anticipando che nel prossimo futuro l’elenco verrà ampliato per comprendere politici e parlamentari britannici che “contribuiscono a fomentare l’isteria anti-russa”.

Distrazione di massa

La raccontano mirabilmente su Il Foglio Paola Peduzzi e Micol Flammini: “L’aggressione della Russia all’Ucraina, la minaccia comune alla sicurezza di tutto l’occidente  – scrivono tra l’altro – hanno curato un pochino la ferita della Brexit. Boris Johnson, il premier britannico che ha conquistato il potere spingendo oltre i limiti della fattibilità proprio il divorzio dall’Unione europea, infervorato e ostile contro il continente al punto di rischiare conflitti tra pescherecci che si contendono merluzzi e capesante – ecco Boris Johnson si è lasciato curare dall’Europa in nome di una lotta che deve essere fatta insieme – non per necessità, per volontà. Lo dimostra il fatto che la strategia della Difesa britannica presentata lo scorso anno parlava talmente poco delle sinergie con il continente che sembrava disegnata apposta per risultare insultante agli occhi degli europei. Che però hanno cambiato velocemente idea, perché la minaccia si è fatta concreta, certo, ma anche perché gli inglesi hanno intensificato la loro cooperazione con l’Europa non soltanto a livello Nato, come era ovvio, ma anche a livello di Unione europea, tanto che un diplomatico europeo ha detto al Financial Times: “Il Regno Unito è parte dell’Europa, non è un paese terzo come tutti gli altri e non lo sarà mai”. 

Non si sentiva parlare un europeo così da moltissimo tempo, ma nemmeno si sentivano parlare gli inglesi di collaborazione strategica con l’Ue, e invece questa è ora la linea ufficiale del governo. Nessuno immagina che la guerra possa essere un momento di ripensamento per i brexitari, ma lo slancio inglese nel difendere i valori comuni, europei e occidentali, con le fitte chiacchiere soprattutto con i paesi del nord Europa, con la montagna di soldi investiti per inviare armi difensive e offensive all’Ucraina mostra quanto sia indispensabile per tutti, di qui e di là della Manica, quel che chiamiamo “lo spirito inglese”. Poi certo c’è Boris Johnson, un capo arruffato e menzognero che passa da uno scandalo all’altro, che ora è stato multato – primo premier inglese, che misero primato – per aver violato con feste a palazzo le regole anti Covid decise da lui stesso, che si è giustificato dicendo: non sapevo che stavo violando le regole, risultando così sia falso sia scemotto – ecco poi c’è Boris Johnson, che per quanto sia un leader di guerra battagliero e credibile non riesce mai a fugare il dubbio: lo fa solo per salvarsi il posto?”.

Alla domanda delle due autrici, la nostra risposta è “Sì”. O per essere british “Yes”.

D’altro canto, come annota saggiamente Marzia Maccaferri su Il Domani, “… Non c’è politica estera che non sia anche dettata da problemi e questioni politiche di ordine interno. Da questa prospettiva, le cattive acque in cui naviga da mesi Boris Johnson sembra essere una chiave di lettura tutt’altro che miope a cui la crisi ucraina offre una grande distrazione”.

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