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Gozzini: "La desertificazione del bacino del Mediterraneo è la prova più evidente dei cambiamenti climatici"

Bernardo Gozzini, esperto di meteorologia e climatologia e Amministratore Unico del Consorzio LaMMA.

Gozzini: "La desertificazione del bacino del Mediterraneo è la prova più evidente dei cambiamenti climatici"
Cambiamenti climatici

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30 Agosto 2022 - 17.35


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di Azzurra Arlotto 

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La più grande sfida che l’umanità deve affrontare oggigiorno è il cambiamento climatico. La temperatura media globale attualmente è tra 0,94 e 1,03 °C più alta rispetto alla fine del diciannovesimo secolo. Gli scienziati ritengono che un aumento di due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali possa avere conseguenze pericolose e catastrofiche sia sul clima che sull’ambiente. Alcune di queste conseguenze sono direttamente osservabili, ne sono un esempio la tragedia della Marmolada avvenuta un mese fa e i forti temporali e nubifragi che di recente hanno provocato gravi danni in tutta Italia. Da cosa è provocato il cambiamento climatico? Quali sono le prospettive per il futuro del pianeta? Possiamo fare qualcosa per impedirlo? Abbiamo rivolto queste domande, che poi sono quelle che assillano milioni di cittadini, a Bernardo Gozzini, esperto di meteorologia e climatologia e Amministratore Unico del Consorzio LaMMA.

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Quali sono le conseguenze del cambiamento climatico che, in particolare, colpiscono l’Italia?

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Il bacino del mediterraneo è considerato a livello scientifico un hot-spot per quanto riguarda i cambiamenti climatici, quindi una delle zone che risente di più il cambiamento climatico. Questo cambiamento si traduce nell’aumento delle siccità che sta colpendo la nostra penisola ormai dal 2000 ogni 5 anni e si presenta sempre più forte e persistente. Alla siccità si va ad abbinare l’aumento della temperatura che è stato acclarato a livello mondiale, si consideri che le estati nella nostra penisola si stanno scaldando di circa un grado e mezzo ogni 50 anni. Inoltre all’innalzamento delle temperature e alla crisi idrica, che porta a determinate siccità, si aggiunge l’avere una vegetazione sotto stress che diviene dunque facile combustibile per un ulteriore effetto del cambiamento climatico ossia fonte di incendi. Per quanto riguarda gli eventi estremi essi si manifestano attraverso le ondate di calore come è avvenuto ad esempio quest’anno dal 15 di maggio in poi. Si sono infatti registrate temperature sopra alla media in molte zone d’Italia, soprattutto nei mesi di giugno e luglio, che sono andate molto vicino a quelle registrate durante la famosa estate del 2003 che secondo gli esperti si sarebbe dovuta replicare in forma secolare, invece dopo soli 19 anni abbiamo avuto un’estate molto simile. 

Quando si ha una temperatura elevata per molto tempo si forma una massa d’aria molto calda e più è calda più contiene umidità. Più acqua c’è all’interno della nuvola più energia c’è nel sistema e come tutti i sistemi, tendendo all’equilibrio, cerca di scaricare l’energia in eccesso. Quando si verifica un cambiamento come ad esempio la presenza di un forte freddo o il passaggio di una piccola bolla di aria fredda, vengono provocati dei fenomeni come quelli accaduti nella scorsa settimana. Tra l’altro l’aumento dell’attività elettrica, che si traduce poi nei fulmini, fa sì che aumentino sempre di più le raffiche di vento molto forti fino a raggiungere valori piuttosto elevati. C’è uno studio americano che sostiene che per ogni grado in più di temperatura abbiamo un aumento di più del 12% della quantità di fulmini. Abbiamo visto purtroppo questa estate che il fulmine causa principalmente due cose: colpisce l’uomo e potrebbe essere la causa di incendi naturali sebbene il 99% di essi sia frutto dell’uomo.

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Questi cambiamenti possono attenuarsi con il tempo o è più probabile che peggiorino?

Che si attenuino è molto difficile. Se si facesse una classifica delle estati più calde dal 1950 ad oggi i primi venti posti sarebbero quasi tutti occupati dagli anni dal 2000 in poi. L’aumento della temperatura, come anticipato prima, ha una tendenza di poco più di un grado e mezzo ogni 50 anni e questo non sembra dare segnali di una controtendenza, anzi. La siccità è sempre più consistente e duratura nel tempo si rafforza quindi sempre di più in termini di forza e resistenza. Gli eventi estremi, causa di parecchi danni, aumentano anche loro sempre di più e cominciano a costituire una “normalità”, prima di fatti rappresentavano una rarità, non erano così frequenti come lo sono ora.

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È corretto dare la piena colpa all’essere umano?

L’essere umano non è il colpevole assoluto di questo fenomeno, possiamo però dire che noi come uomini ci abbiamo messo il di più. In quello che è il ciclo naturale del clima si è andata a sommare l’impronta umana. Nella storia della Terra il clima non è mai stato lo stesso, ci sono state ad esempio le glaciazioni seguite da periodi di temperature mite. L’impronta umana si manifesta attraverso due cose fondamentalmente: l’aumento della popolazione e l’aumento di emissioni di CO2. Dopo la seconda Guerra Mondiale, con la stabilizzazione e la tranquillità economica a livello globale e la mancanza di guerre, la popolazione mondiale è cresciuta. Negli anni 48/50 eravamo neanche in 2 miliardi di persone e nell’arco di 70 anni siamo arrivati ad 8 miliardi, in termini scientifici si parla di Grande Accelerazione (avvenuta dagli anni 50 in poi). Questa accelerazione si riferisce sia all’aumento della popolazione che all’aumento di emissioni di CO2 dal momento che 6 miliardi di persone in più chiedono logicamente più energia e più cibo. Dopo la rivoluzione industriale si è cominciato a produrre di più utilizzando energia derivante da combustibili fossili andando quindi ad immettere in atmosfera diversi gas. Non si parla solo dell’anidrite carbonica, ma di tanti altri gas a effetto serra e questo ha portato a un passaggio da 250 parti per milione durante i primi anni dell’Ottocento ad oggi che si viaggia sui 415 parti per milione. Questi cambiamenti negli ultimi tempi, ci dice la IPCC (un panel formato da 2500 scienziati di tutto il mondo creato dall’ONU) sono sempre più veloci e si stanno intensificando. Questi cambiamenti interessano tutto il globo a differenza di anni fa quando le variazioni climatiche interessavano principalmente altre zone della Terra. La regione artica è una delle regioni che risente di più del cambiamento climatico le cui conseguenze si manifestano più velocemente rispetto ad altri posti. Tradizionalmente nella zona artica i fulmini sono molto rari ma nel 2021 ne sono stati registrati 8000, dunque si sono quasi triplicati.

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In quale momento della storia si sono manifestati i primi sintomi del cambiamento climatico? 

A partire dagli anni ’90 del Novecento il segnale delle temperature che aumentano è diventato abbastanza forte, questo durante tutto l’anno e non solo durante le estati. Ne è segno il fatto che nevica sempre meno, che ci sono temperature elevate anche ad ottobre, marzo e aprile. Ci sono situazioni che si presentano sottoforma di temperature record che normalmente si verificavano nei mesi estivi e non in quelli appena citati. Diciamo dopo la rivoluzione industriale, dopo aver iniziato ad immettere in atmosfera determinate sostanze non sapendo quali erano le conseguenze.

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C’è qualcosa che tutti noi possiamo concretamente fare per invertire questa rotta, o quanto meno per correggerla? 

Ci vuole un approccio olistico e internazionale che riassuma tutte le problematiche legate al cambiamento climatico. Il tentativo delle varie COP era quello di riuscire a trovare un accordo internazionale al fine di arrivare ad avere una politica unica. Chiaramente l’economia a livello mondiale non è banale, ci sono Paesi in via di sviluppo e altri ormai sviluppati che devono trovare un accordo in armonia e non è semplice. A livello locale possiamo fare delle buone azioni, ma poi se non c’è una politica di lotta al cambiamento climatico che ci sostiene è complicato. Ciò che possiamo fare è legato all’uso delle macchine, all’uso del riscaldamento e dell’aria condizionate che andrebbero diminuiti sostituendoli ad esempio con macchine ibride o elettriche e per il riscaldamento con i pannelli solari, non portando la temperatura all’interno delle abitazioni oltre i 19 gradi. Poi ci sono una serie di comportamenti che possiamo attuare tenendo conto che la risorsa idrica sarà sempre più scarsa e bisogna quindi imparare a gestirla in maniera diversa sprecando l’acqua il meno possibile, preferendo la doccia (diminuendone le tempistiche) alla vasca o ancora cercare di usare le lavatrici e le lavastoviglie sempre a pieno carico. Un ulteriore elemento da considerare per aiutare il pianeta è anche il riciclo e quella che è l’economia circolare, evitando i rifiuti e gli sprechi. Ci vuole un approccio olistico che permetta di prendere in considerazione vari aspetti della questione. Uno dei principali è ad esempio quello del verde urbano: all’interno delle città bisogna utilizzare delle specie che portino ombreggiamento al fine di diminuire l’aumento dell’isola di calore all’interno delle città. È bene che questi parchi e giardini vengano creati con sistemi drenanti, in modo che assorbano la maggior quantità di acqua che cade durante i temporali e che può provocare seri danni nelle strade e nei sottopassaggi.

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