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A teatro con Viola Graziosi per ricordare il trentennale della strage di Capaci

Viola Graziosi porta in scena la Medea di Luciano Violante. Intervista al regista Giuseppe Dipasquale

A teatro con Viola Graziosi per ricordare il trentennale della strage di Capaci

Giuseppe Costigliola

6 Marzo 2022 - 10.50


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Sono trascorsi trent’anni dall’infausto giorno che segnò l’assassinio del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della loro scorta, Vito Schifani, Rocco Dicilio e Antonio Montinaro. Tre decenni in cui il nostro Paese ha vissuto difficoltà e angosce da cui ha cercato faticosamente di rialzarsi, mentre il sacrificio di quei coraggiosi tutori della giustizia è assurto al rango del mito, di una leggenda contemporanea da tramandare al pari di quelle classiche. È con questo sguardo che Luciano Violante, magistrato ed ex Presidente della Camera dei deputati, già autore di una pièce teatrale di successo dedicata a Clitemnestra, si interroga su un’altra figura femminile immortalata dall’immaginario greco ed entrata di diritto nell’immenso bacino culturale dell’umanità, quella di Medea.

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In un evento unico, che debutterà il prossimo 10 marzo in prima nazionale nella Chiesa di San Domenico a Palermo, dove riposano le spoglie di Giovanni Falcone, e sarà trasmesso da RAI 5 il 23 maggio, anniversario della strage, la principessa della Colchide rivive nell’interpretazione di Viola Graziosi, diretta dal regista Giuseppe Dipasquale. Un monologo straziante e sublime nel quale la donna, macchiatasi dell’efferata uccisione dei figli avuti da Giasone, si rivela come una “estranea” rispetto alla società arcaica in cui vive, una “maga, che è quasi come dire fattucchiera, dea o semidea, assassina, riscattatrice degli assassinati di mafia”, secondo la definizione di Violante. Nella sua fuga sul carro alato del Sole, dopo quel nefando crimine che nega la sua stessa natura di madre, Medea approda in una terra di fuoco a tre punte, la Sicilia, per incontrare altri “estranei” che cercano una ragione al lacerante dolore della perdita dei propri figli. Ed è a questo punto che si espone e narra la sua storia, con ferocia e fierezza da leonessa ferita, chiamando il pubblico a sentirsi parte della propria tragedia, la stessa vissuta da quanti sono stati colpiti nei loro affetti più profondi dagli eccidi di mafia. Una creatura felina che sopprime i cuccioli più deboli e malati per sottrarli alla sofferenza della quasi impossibile sopravvivenza nella giungla degli uomini: e così, con un salto nella contemporaneità, “Il divino e l’umano si intrecciano perdendo i confini e laghi di sangue si scoprono negli sterminati campi di grano”. 

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Un’opera che diventa monito urgente e necessario lacerandosi in un grido, seppur drammatico, di speranza: perché il teatro si fa scena del mondo attraverso parole che si scolpiscono indelebilmente nella memoria. A tessere musicalmente la recitazione il Requiem di Giuseppe Verdi, tanto amato da Falcone, mentre a suggello dell’ultima battuta pronunciata dalla protagonista saranno le note del “silenzio d’ordinanza”, eseguito dal maestro trombettiere in uniforme della Banda musicale della Polizia di Stato, per fare memoria dei tanti figli caduti al servizio del Paese. Per non dimenticarli, mai.

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In occasione dell’evento abbiamo intervistato il regista dello spettacolo, Giuseppe Dipasquale, artista che ha curato la regia di opere che spaziano dal classico al moderno, e tra l’altro che vanta una lunga e feconda collaborazione con Andrea Camilleri.

Con Medea si confronta ancora una volta con un personaggio femminile: come ha cercato di rendere la complessità della psiche di questa donna, vittima e carnefice allo stesso tempo?
La scrittura di Luciano Violante, che già con Clitemnestra della scorsa stagione avevamo affrontato nell’alveo di una penetrante analisi della figura femminile in grado di scegliere il proprio destino, qui con Medea si eleva ad un livello più ambizioso. Medea vittima o carnefice? Ricordo un saggio, ormai vecchio di diversi decenni, dove Cesare Acutis analizzava la figura del traditore Gano di Magonza, che diventava alternativamente vendicatore o traditore a seconda che lo si recitasse presso le corti nobiliari o nelle pubbliche piazze. Ora il crimine di Medea, l’uccisione dei figli, è davvero agli occhi contemporanei un crimine orrendo, tuttavia se riportato nella spietata crudeltà che vige nelle società primigenie acquista, nostro malgrado, una luce nuova. Medea sottrae i figli alla schiavitù di Giasone così come un felino preferisce sopprimere i cuccioli deboli per scamparli ad inesorabile morte per condizioni avverse. Crimine orrendo, per il logos della Civiltà occidentale, gesto di salvezza nell’ottica lucida e non morale della natura. Medea, in virtù di ciò, è diventata per me una leonessa, scacciata dal capobranco Giasone, che difende i propri figli uccidendoli, al fine di far loro scampare le torture che la nuova condizione di schiavi sotto Giasone e la nuova moglie avrebbe loro comportato.

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Quali difficoltà ha incontrato nel far rivivere personaggi della drammaturgia antica, dovendo coniugare classicità e contemporaneità con una resa artistica attuale?
In realtà già nella preziosa parola di Violante avviene un sublime translato di eternità. Medea è sì la Regina della Colchide che la mitologia ci consegna, ma l’autore la fa viaggiare nel tempo portandola davanti agli occhi contemporanei. In qualche modo la figlia di Ecate e nipote di Demetra diventa l’esempio per la nostra coscienza di siciliani che come lei abbiamo compiuto i nostri infanticidi. Anche noi abbiamo ucciso, o abbiamo permesso che avvenisse, i nostri figli migliori: gli eroi morti per mano mafiosa, Giovanni Falcone in testa. Nel mettere in prova questo lavoro ho avuto nella testa il grido che Giovanni Paolo II lanciò contro i mafiosi in Sicilia accusandoli di perpetrare la “civiltà della morte”. Ecco, questa contemporaneità ci permette di leggere il mito con rinnovata possibilità di insegnamento: arriverà per tutti il giorno del giudizio, sia esso di Dio sia esso della Storia. Medea lo ha subito, ora tocca a noi sottoporci ad esso. In virtù di questo assunto dovevamo mostrare una donna, Medea, fragile e feroce nel suo dolore, ma anche alla ricerca della sua giustizia. L’ho immaginata in fuga sul carro del sole, che in scena vedremo semplicemente come una piccola barca che galleggia sul mare dell’eternità. Vestita dei raggi del sole, ma macchiata del sangue dei figli. Una musica, il requiem di Verdi, la accompagna come una drammaturgia parallela, ponendola, e di conseguenza ponendoci, sempre di fronte a nuove visioni. 

Quale sinergia si è creata fra lei, la protagonista Viola Graziosi e l’autore Luciano Violante in questo lavoro che vi vede per la seconda volta insieme?
Già con Clitemnestra, che gira con successo per i teatri italiani, l’incontro con Viola è stato esaltante. Viola è un’attrice piena, completa e maestosa. Come tutte le grandi attrici, a dispetto di una figura delicata che mostra nella vita, sa essere molteplice sulla scena. Si lavora molto bene. La nostra collaborazione è stata subito una intensa intesa fatta di sempre nuove e stupefacenti tappe. Inoltre, la presenza di una personalità come quella di Luciano Violante ha regalato al nostro lavoro una qualità rara. Violante, che è uomo di profondissima intelligenza e sensibilità, ci ha affidato due capolavori di scrittura sul mito femminile, e già un terzo ne prepara. Ma lo ha fatto con la generosità e l’umiltà di cui solo i grandi sono capaci.

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Come definirebbe la vocazione teatrale della sicilianità che passa attraverso autori quali Pirandello, Brancati, Camilleri, da lei portati in scena?
Come vocazione universale. Noi possediamo il tesoro della civiltà culturale dell’Era contemporanea e classica insieme, ma a volte non ce ne rendiamo conto. Come diceva Sciascia, altro grande autore che ho avuto la fortuna di mettere in scena, la Sicilia è la grande metafora del mondo, anche se lui proponeva questo corollario in maniera critica. Ovvero la capacità tutta siciliana nel non credere che il mondo si possa cambiare. Ecco, la vocazione mediterranea della nostra letteratura e teatrale insieme è stata proprio questa: raccontare l’inesorabilità di un lutto immanente ed eterno. E questo è molto più vero con Pirandello e Brancati, meno con Camilleri che ha proposto, secondo la mia personale analisi, la fine di un lutto per una Sicilia che ribaltasse l’assioma sciasciano.    

È difficile uscire dal bozzettismo che spesso connota il teatro regionale, e quello siciliano in particolare?           
Di solito il bozzettismo è solo frutto di pigrizia creativa. Ci si affida ai cliché quando non si vogliono avere idee che siano per assunto diverse. Anche il teatro popolare siciliano, su cui il bozzettismo convenzionale alligna in misura preponderante, potrebbe essere letto con una fiducia maggiore, invece ci si rifugia sempre nel già visto, nel già detto. Non dico le coppole e lupare che hanno infestato una rappresentazione della Sicilia in maniera aberrante, ma anche di una Sicilia antropologica fatta di luoghi comuni. Noi siamo la terra di Archimede, Empedocle e di Eschilo, che venne a morire a Gela, e siamo anche la terra che ha dato i natali sia a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come purtroppo a Totò Riina. Noi siamo l’archetipo della contraddizione. Tutto questo, quando affrontiamo un progetto performativo d’Arte, dovrebbe farci riflettere e non permetterci di accettare neanche una sola idea frutto del conformismo intellettuale e creativo. 

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In che modo un regista teatrale può incidere sulla percezione della realtà storica per lanciare un messaggio di giustizia e speranza alle giovani generazioni?
Un regista ha come unico strumento uno specchio. Il palcoscenico è uno specchio, non può dare lezioni al pubblico, né tantomeno ai giovani, se non facendo loro vedere qualcosa che li riguarda direttamente. Io credo che un regista debba essere sempre un nostro contemporaneo, anche quando mette in scena dei classici. Questo non vuol dire mettere i cappotti e gli stivali a Edipo per renderlo contemporaneo. Più delle volte queste sono scorciatoie. Significa chiedersi cosa Edipo possa dire ancora oggi ai giovani, agli uomini del terzo Millennio. La giustizia, o quantomeno il senso che il pubblico oggi può percepire e recepire dalla rappresentazione teatrale lo si ottiene solo se anche uno solo tra il pubblico possa dire: è vero, quell’Edipo, quella Medea sono anche io!

Quali progetti ha in cantiere per il prossimo futuro?

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Sto lavorando a due progetti entusiasmanti: uno spettacolo tratto da un romanzo di Umberto Eco, prodotto dallo stabile dell’Abruzzo, e La vita è sogno di Calderon de La Barca, che debutterà al Festival delle Ville Vesuviane di cui sono stato nominato Direttore Artistico da quest’anno.

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