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Arriva il manuale di sopravvivenza in psichiatria: la sofferenza mentale non si può curare da soli

Lo psichiatra Ugo Zamburru e la sua collega Angela Spalatro hanno scritto un libro per l’edizione del GruppoAbele

Lo psichiatra Ugo Zamburru
Lo psichiatra Ugo Zamburru

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2 Maggio 2021 - 17.17


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di Marco Rovelli

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A Torino, per più di dieci anni, ha preso vita un luogo dove si sperimentavano pratiche terapeutiche di inclusione sociale e di partecipazione: il Caffè Basaglia.
Il nome di Basaglia dice già tutto: si trattava di concepire la terapia della disagio psichico principalmente dal punto di vista della sua relazionalità, della storia delle persone. Persone, prima che pazienti.
Persone con cui sviluppare un percorso, camminando fianco a fianco, senza mai smettere di farsi domande. Qualcosa che oggi, nella psichiatria, si è in gran parte perso, dopo l’impulso che il movimento di una psichiatria democratica diede negli anni settanta, fino alla legge 180, la legge quadro che chiudeva definitivamente i manicomi, e gettava le basi per una nuova organizzazione dei servizi psichiatrici. Organizzazione però che non è mai stata implementata.
E così, pian piano, il discorso biomedico – che riduce il disagio psichico prevalentemente alla dimensione organica biologica dell’individuo, senza considerare l’importanza delle determinanti sociali e relazionali di quel disagio – è diventato il discorso egemone.

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Tra coloro che diedero vita al Caffé Basaglia, una locanda sociale che si ispirava al paradigma psicosociale del movimento per la riforma psichiatrica, c’era Ugo Zamburru, psichiatra torinese, che adesso, insieme alla sua collega Angela Spalatro, ha pubblicato per edizioni GruppoAbele il Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria. Sopravvivere in psichiatria, bel paradosso: si tratta di sopravvivere a qualcosa che per sua natura dovrebbe curarti, e dunque farti sopravvivere.
Invece, talvolta il farmaco diventa veleno. E accade troppo spesso, in una psichiatria che troppo spesso considera il paziente unicamente nella sua individualità, nella sua solitudine. Ma come dice la madre di un paziente del Dsm, il Dipartimento di Salute Mentale, “la sofferenza mentale non si può curare o guarire da soli”.
Se i servizi psichiatrici – sempre più privi di risorse e progettualità – non considerano la rete di relazioni di una persona (e sottolineo: persona), allora la sua sofferenza risulterà come una malattia da curare seguendo protocolli e usando farmaci.
Così come il diabeta si cura con l’insulina, così la malattia mentale si cura con gli psicofarmaci, questo il mantra del modello egemone della psichiatria, che risuona in tanti studi medici. Ma la sofferenza mentale non è come un diabete che si cura con l’insulina: il sintomo è qualcosa che ha a che fare con la totalità della persona, della sua rete di relazioni (familiari, sociali), della sua storia.
Nella psichiatria oggi minoritaria, quella psicosociale a cui Zamburru e Spalatro appartengono, i Dsm non possono limitarsi a essere, come oggi sono, “luoghi di erogazione di prestazioni e processi che, progressivamente trasformano le persone in pazienti con storie assistenziali”. E’ a questa trasformazione da persona a paziente con storia assistenziale che si tratta di sopravvivere, ri resistere.

Perciò il libro è organizzato come un vero e proprio manuale. Si parte da alcuni dati che mettono in evidenza il depauperamento dei servizi in termini di personale e di qualità delle prestazioni, a fronte di un incremento del disagio, che viene trattato frequentemente con antipsicotici, le cui prescrizioni sono negli ultimi anni raddoppiate. Poi ci sono una serie di interrogativi, come fossero delle faq su questioni che chi si trovasse a avere a che fare col mondo della psichiatria è bene che conosca: a chi rivolgersi in caso di necessità? C’è qualcuno che aiuta i familiari? Come faccio se non vuole curarsi e è maggiorenne? Può lavorare? Posso cambiare lo psichiatra? Sarebbe utile la psicoterapia?

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E’ chiaro che sono questioni che non si rivolgono solo a chi abbia effettivamente bisogno dei servizi psichiatrici, ma che sono utili a chiunque voglia capire oggi che cosa è la psichiatria in Italia (e non solo).
Così come a chi voglia capire quali sono i miti della psichiatria, enunciati diffusi nel senso comune che però sono radicalmente falsi: per esempio, che “la schizofrenia non guarisce”, e che “gli psicofarmaci vanno presi a vita”.

Poi qualcuno potrebbe dire: sì, va bene, ma cosa proponete voi? Il libro parla anche di questo, delle buone prassi, a partire dalla pratica del dialogo aperto”, che, se messa in atto seriamente e assunta nei servizi psichiatrici, sarebbe in grado di innescare una trasformazione in senso positivo.
Per quanto essa sola non basterebbe, ‘erché si tratta di attuare davvero quell’intenzione psicosociale della riforma Basaglia, nel senso dell’inclusione sociale: comunità, casa, lavoro.
E, soprattutto, l’attenzione alla specificità della persona, che, prima di essere un insieme di circuiti sinaptici e di recettori, è una persona con una storia: ed è la storia, prima di tutto, che va ascoltata.
#psichiatria #salutementale #manicomio #Basaglia

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