Hezbollah: tutto quello che c'è da sapere sulla potente 'holding' sciita
Top

Hezbollah: tutto quello che c'è da sapere sulla potente 'holding' sciita

Per capire cosa significherebbe l’intervento di Hezbollah nel conflitto in corso tra Israele e Hamas bisogna prima capire cosa sia Hezbollah

Hezbollah: tutto quello che c'è da sapere sulla potente 'holding' sciita
Miliziani di Hezbollah
Preroll

Riccardo Cristiano Modifica articolo

17 Ottobre 2023 - 17.14


ATF

Per capire cosa significherebbe l’intervento di Hezbollah nel conflitto in corso tra Israele e Hamas bisogna prima capire cosa sia Hezbollah. L’operazione è complessa perché Hezbollah non è soltanto il partito che ha organizzato e oggi controlla la grande maggioranza degli sciiti del Libano. Dobbiamo partire da questo. Di chi stiamo parlando? 

Gli sciiti, dalle origini a Khomeini

Gli sciiti sono la famiglia minoritaria dell’islam, nata da una frattura su chi dovesse guidare i seguaci di Maometto, che si consumò nel sangue. La fedeltà degli sciiti ai leader sconfitti ne ha fatta una minoranza discriminata nei secoli dalla maggioranza. Una tappa decisiva in questo cammino è stata quella dell’islamizzazione dell’Iran. Che l’esercito arabo sconfiggesse i persiani, beduini del deserto contro l’esercito dei sasanidi che governavano la Persia, nella famosa battaglia di Nihavand nel 642, fu una grande sorpresa.

Nell’islamizzazione della Persia però si consumò una sottile vendetta. I persiani avevano già perso nel 331 avanti Cristo a Gaugamela contro Alessandro Magno, che li respinse per sempre al di là della Mesopotamia. Da allora in quel territorio tra il Mediterraneo  e la Mesopotamia governarono, in contrasto con i persiani, i bizantini, poi sostituiti dagli arabi, che quindi vennero assorbiti nell’impero ottomano. La costante tra questi tre imperi diversi è stata sempre quella di una rivalità, di un contrasto con i persiani, attratti dal desiderio di rivincita: rifare lil loro impero, tornare fino al Mediterraneo. Con l’islamizzazione della Persia si creò un terreno di contatto religioso tra i vincitori, gli arabi prima, poi gli ottomani, e gli sconfitti, i persiani (ora iraniani). Questa scelsero la famiglia islamica minoritaria, lo sciismo divenne la loro religione. La scelta della confessione “protestante”, della minoranza, si spiega anche così. Ma in quello sciismo i persiani inserirono un islam tutto nuovo: la sua guida storica è stata riconosciuta  in dodici imam, (dodici, un numero molto importante per le religioni) l’ultimo dei quali è nascosto. Cioè non morì tanti secoli fa, la dottrina dice che vive in un tempo mediano, dal quale tornerà alla fine dei tempi per guidare i fedeli alla vittoria e all’instaurazione del regno di Dio. Tutto questo nel Corano non c’è, dunque è chiaro che con questa riforma, che può avere dei punti di contatto con le nostre visioni dell’Apocalisse e il ritorno di Gesù, si sia rafforzato nello sciismo una visione messianica, apocalittica. Accelerare la fine del mondo per accelerare la vittoria divina, il regno sulla terra della giustizia finale, quella di Dio. E’ quello che successe con Khomeini, che fondò una visione teocratica, estranea allo sciismo storico, e apocalittica, anch’essa sconosciuta allo sciismo storico. Per lui gli stessi martiri khomeinisti non muoiono, ma entrano in quel tempo mediano dove si trova l’imam nascosto e con lui spingono per accelerare la fine dei tempi, la vittoria, l’emergere dell’ora, della giustizia divina sulla terra. Questa visione apocalittica, presente in Khomeini, è presente anche in Khamanei, l’attuale guida dell’Ira e in Hasan Nasrallah, il potente capo di Hezbollah.

L’Islam apocalittico

Gli apocalittici non sono dei pazzi. Ci sono anche nel sunnismo, Bin Laden ha evidenti tratti di pensiero apocalittico. Loro sanno benissimo che se perdessero sarebbe un ulteriore allontanamento dell’ora della verità, della vittoria finale. Dunque devono combattere, ma con astuzia, senza commettere passi falsi. Consapevole di questo e della rivalità con lo sciismo tradizionale da una parte  e con la maggioranza dell’islam, cioè  l’altra famiglia islamica, quella sunnita, Khomeini teorizza la teocrazia che deve conquistare l’islam per portarlo sulla retta via. E’ “l’esportazione della rivoluzione iraniana”, che vuole conquistare alla teocrazia khomeinista tutto l’islam. Ma questa conquista deve essere innanzitutto storica e si chiama ri-conquista dell’impero persiano, ripresa cioè dei territori che la Persia di Ciro ha perso nel 331 a.C. Tornare al Mediterraneo diventa l’obiettivo khomeinista.

Leggi anche:  La "guerra dei droni" e l'incognita Hezbollah: Libano a rischio implosione

Questo obiettivo ha un nome: Beirut. Come tutte le minoranze variamente discriminate, anche gli sciiti hanno trovato sovente rifugio sui monti del Libano, che per altro in territorio desertico hanno il vantaggio di offrire acqua e terre coltivabili. E’ qui che, quando scoppia la guerra civile libanese, Tehran va a impiantare il suo avamposto miliziano, teocratico e apocalittico, Hezbollah, che ha da statuto il fine di istituire un emirato islamico in quelle terre. Hezbollah deve prima conquistare però le comunità sciite, che a quel tempo avevano tutt’altro orientamento. E lo fa combattendo contro i comunisti, tra i quali erano numerosi proprio gli sciiti,  che rivendicavano il pieno ritiro di Israele che aveva occupato il sud del Libano durante la sua guerra civile degli anni Ottanta. Gli investimenti iraniani sono massicci, l’azione spietata.

Presto arriva la presa di ostaggi e i grandi attentati contro gli americani, l’altro terminale dell’ideologia khomeinista: combattere Israele e il Grande Satana, gli Stati Uniti. L’operazione è complessa e non può qui essere riassunta, ma si può dire che con i buoni uffici siriani l’Iran riesce a rifornire di armi sofisticate Hezbollah. Le famiglia dei martiri vengono ricompensate con assistenza finanziaria, scolastica, sanitaria.  Ma i bunker di Hezbollah sono solo per proteggere i miliziani, non la popolazione. Questo piuttosto è uno scudo, gli eventuali martiri saranno ricompensati altrimenti. Il welfare e l’ideologia del riscatto per popolazione sempre umiliate e sconfitte diventa attraente. 

Il nuovo impero persiano già c’è

Mentre i regimi arabi perdono guerre, Hezbollah guadagna consensi, diviene il simbolo di un riscatto possibile, nelle armi, per un popolo sconfitto. Ma il fine della tenaglia costituita da Tehran, con i pasdaran iraniani che addestrano e Hezbollah che combatte l’Israele invasore, è conquistare il mondo arabo, non favorirne il riscatto. Quando nel 2000 Israele si ritira dal Libano con il regime amico del siriano Assad si trova un escamotage per proseguire il conflitto. La Siria cede al Libano un piccolo angolo di Golan occupato, le fattorie di Shebaa, e questo consente a Hezbollah di proseguire la lotta contro l’occupante israeliano, che da quel fazzoletto non si ritira. Nasce così il movimento della resistenza contro l’occupante, l’unico legittimato a conservare le armi in un Libano dove tutte le milizie devono disarmare.

E’ lo Stato nello Stato. Hezbollah nel frattempo ha costruito un sistema di comunicazione segreto con Teheran, che non passa dal sistema telefonico nazionale. Tutto questo è protetto dal vincitore della guerra civile, il regime, che non si ritira dal Libano fino al 2005. E’ stato allora, nel 2005, che Damasco e Hezbollah hanno assassinato l’ex premier libanese, Rafiq Hariri. Si scatena un conflitto interno al Paese che come Israele chiede si ritiri anche la Siria, che lo fa. Ma Hezbollah rimane e ha le armi per imporsi. Occupa militarmente Beirut, poi decide che nel 2006 serve la guerra con Israele per cancellare il conflitto interno. E’ un conflitto devastante, ma nessuno può più parlare di Hariri. Lo Stato nello Stato ha subito un colpo devastante, ma Israele non ha vinto e Nasrallah presenta la sua, tra le macerie dei suoi quartieri, come “la vittoria divina”: una passo decisivo verso la vittoria finale. Gli altri errori che accompagnano la scalata regionale di Hezbollah sono gli errori marchiani degli americani in Iraq e Siria, dove solo Hezbollah (e poi Putin) hanno saputo salvare il regime oggi dipendente in tutto per tutto da Tehran. Perderlo avrebbe significato la fine di Hezbollah, che non avrebbe più avuto la sola via possibile per ricevere le armi da Tehran. Per questo quando la popolazione è insorta contro Assad, alleato di Tehran anche via di appartenenza religiosa, Hezbollah è intervenuta a pieno organico, compiendo autentiche carneficine. La stessa cosa era accaduta in l’Iraq, dove il gran risultato dell’invasione americana è stato quello di consegnare il Paese distrutto alle milizie filo-iraniane, costruite dai pasdaran e affidate a Hezbollah per la gestione. Su mandato dei pasdaran, tutte le formazioni irachene e siriane sono collegate a Hezbollah, come anche quelle yemenite, vittoriose se non in tutto in  gran parte del paese, devastato da  una guerra tra le più oscene, con quella siriana.

Leggi anche:  La "guerra dei droni" e l'incognita Hezbollah: Libano a rischio implosione

Qui il regime con Hezbollah ha espulso la metà della popolazione, modificandone per sempre la composizione demografica. L’impero persiano cos’ ha preso forma; è un cumulo di macerie, ma c’è. Deve ancora conquistare la Palestina, e per farlo deve de-nazionalizzare il conflitto, rendendolo un conflitto islamico, non palestinese, cioè per uno Stato. L’operazione “Alluvione al-Aqsa”, la moschea sacra di Gerusalemme, il nome prescelto per l’impressionante operazione miliziana del 7 ottobre, calza a pennello a questo obiettivo. Il suo nome evoca l’islam, la sua data (l’anniversario della guerra del 73) evoca invece l’incapacità dei governi arabi di agire, come ormai solo i teocratici sanno fare . E infatti Hezbollah subito benedice, come a rivendicare la paternità, ma non l’azione . Ora cosa farà Hezbollah? Consoliderà le sue conquiste o rischierà tutto nel conflitto? La risposta la diranno i prossimi giorni, ma già il fatto che non sia intervenuta sin qui dimostra che la propensione è più la prima che la seconda, poi i fatti che si determineranno sul terreno potranno modificarne le scelte. 

Che cos’è oggi Hezbollah

L’intervento di Hezbollah non riguarderebbe solo il fronte nord di Israele, con i razzi che ha e che sono certamente più numerosi, precisi e potenti di quelli di Hamas. Hezbollah non solo ha legami diretti e verticali con gruppi miliziani operativi in tutto il Medio Oriente, capaci di colpire, come fanno, obiettivi militari e ambasciate americane, da Baghdad a Sanaa, passando per il Bahrein, dove la sua presenza è certa. Hezbollah è una holding internazionale: ha notoriamente rapporti con importanti cartelli di narcotrafficanti, stabiliti dai tempi di Ahmadinejad e poi incrementati in modo esponenziale; a cominciare da quello con i narcos di Los Zetas messicani (lo si può capire anche grazie a Netflix, che ha dedicato ai narcos una serie molto ben fatta). Ora Hezbollah distribuisce la droga sintetica “captagon” prodotta dal suo socio Assad e la fa giungere in tutto il mondo: quando i sauditi hanno bloccato il canale di importazione diretta loro hanno fatto ricorso alle loro basi a Lagos, nella Nigeria, dove i rapporti bilaterali risalgono ai tempi di Khomeini e del suo accordo con lMN, Islamic Movement in Nigeria, che mandava molti giovani a firmarsi nelle università di Khomeini. I rapporti sono stati approfonditi e consolidati anche da uomini d’affari cristiani di origine libanese e legati ad Hezbollah tramite la presidenza siriana. In questi ambienti sono stati pensati e  mediati mega-accordi energetici tra Stati europei e l’Iran. L’uomo-chiave per lo sviluppo della rete globale è stato  Ahmadinejad. Così Hezbollah si è introdotta ai vertici di Stati e partiti  in America Latina e Africa Occidentale, grazie a regimi compiacenti. Ai tempi di Ahmadinejad i rapporti esistenti con i miliardari del narcotraffico non riuscivano a trovare  la via per portare quel denaro sporco in Libano.

Leggi anche:  La "guerra dei droni" e l'incognita Hezbollah: Libano a rischio implosione

Fu Ahmadinejad a pensare agli espatriati sciiti in Africa occidentale, più fiscalmente liberi; crearono una rete per compare auto di secondo mano negli Stati Uniti ed esportarle il Benin, da dove il denaro veniva rimpatriato in Libano, ad Hezbollah.  Hezbollah inoltre, assai più notoriamente, partecipa – soprattutto da Lagos e altre basi in Africa occidentale- alla scambio droga-armi, tanto che operazioni molto rilevanti sono passate anche attraverso il porto italiano di Gioia Tauro. Soltanto Togo, Congo, Guinea Bissau e Sierra Leone, nel 2021, avrebbero prodotto utili illeciti pari a un miliardo di dollari. Ma se si considera che il traffico complessivo tocca i 500 miliardi di dollari forse la stima è prudenziale. 

La diffusione di Hezbollah nel mondo ha come volano proprio il gran numero di libanesi espatriati. Sono loro ad aver creato il rapporto con Los Zetas e una vera e propria base di potere nel regime venezuelano, dove è stato vice-presidente, ed è figura di primo piano, Tarek el Aissami, insieme ai capi colonna Abdallah Safi al Din, ex diplomatico, e Salman Raouf Salman, famoso per il suo coinvolgimento nell’attentato terroristico contro l’AMIA ( Association Mutual Israelita Argentina), nel 1994. Nel 2009 Aissami, volato in Siria,  con il suo socio Ghazi Nassereddine  basato in ambasciata a Damasco definì un accordo per lo scambio di armi e droga tra Hezbollah e le Farc colombiane. La strettezza dei rapporti con Caracas comporta importantissime infiltrazioni, soprattutto nel campo del riciclaggio del denaro sporco in connessione con il cartello di Medellin attraverso la Officina de Envigado e il clan dei fratelli Saleh, basato a Maicao. Tutto questa spiega le dimensioni della “holding Hezbollah”, le sue ramificazioni planetarie e quindi i tipi di “intervento” che potrebbe compiere. 

Native

Articoli correlati