Patto Ue sui migranti, stretta e redistribuzione: contrari gli alleati di Giorgia Meloni
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Patto Ue sui migranti, stretta e redistribuzione: contrari gli alleati di Giorgia Meloni

Nella gestione della politica sui migranti con il Patto Ue su immigrazione e asilo ci sono alcuni cambi e in alcuni casi perfino una sorta di deportazione modello britannico

Patto Ue sui migranti, stretta e redistribuzione: contrari gli alleati di Giorgia Meloni
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9 Giugno 2023 - 10.14


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Nella gestione della politica sui migranti con il Patto Ue su immigrazione e asilo ci sono alcuni cambi e in alcuni casi perfino una sorta di deportazione modello britannico. Si parla di redistribuzione, ma chi ha votato contro sono stati gli alleati di Giorgia Meloni che adesso – forse – dovrebbe cominciare a capire che andare dietro a Visegrad è pericoloso.

I ministri dell’Interno dei Ventisette hanno approvato un testo di compromesso, grazie alla lunga serie di modifiche che sono passate rispetto alla versione iniziale. Dalla quota annuale di migranti da dividere Paese per Paese, al contributo finanziario per chi non partecipa ai ricollocamenti, all’individuazione di Stati terzi in cui portare i migranti espulsi, sono molte le misure che mettono in campo un meccanismo di “solidarietà obbligatoria” sul tema.

Solidarietà obbligatoria

 Il meccanismo istituito di “solidarietà obbligatoria” stabilisce per gli Stati membri dovranno scegliere se accettare di ricollocare sul loro territorio una quota di richiedenti asilo, diversa per ogni Paese a seconda del suo Pil e della sua popolazione, arrivati nei Paesi di primo ingresso, o se invece fornire un contributo finanziario pari a 20mila euro per ogni migrante previsto nella propria quota e non ricollocato. Su questo punto, l’Italia ha chiesto e ottenuto che il contributo di solidarietà non vada ai Paesi di primo ingresso, ma confluisca in un Fondo comune Ue, che deve ancora essere istituito e che sarà gestito dalla Commissione europea. Tale Fondo, ha detto Piantedosi, dovrà essere impiegato nella “dimensione esterna” della gestione del fenomeno migratorio, ossia per accordi con i Paesi di origine e di transito dei migranti e finanziamenti delle loro infrastrutture.

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Stretta dei controlli alle frontiere esterne

 Il secondo punto è quello, caro ai Paesi del Nord Europa, della stretta alle misure di controllo alle frontiere esterne. I Paesi di primo ingresso dovranno registrare entro 24 ore tutti i migranti irregolari in arrivo e avranno 12 settimane per dare corso alle procedure di concessione dell’asilo, e altre 12 per attuare i rimpatri dei migranti la cui domanda d’asilo non avrà avuto esito positivo. Queste procedure molto più rapide ed efficaci alle frontiere esterne, che richiederanno più mezzi, infrastrutture, personale e finanziamenti a carico dei Paesi di primo ingresso, ma con un cospicuo contributo dell’Ue, è stato assicurato, dovrebbero garantire la fine dei cosiddetti “movimenti secondari”, cioè i viaggi all’interno dell’Ue dei migranti non registrati in modo appropriato al loro arrivo, che poi si ritrovano a chiedere l’asilo in altri Stati membri. Ci sarà comunque una soglia oltre la quale questo nuovo meccanismo più stringente alle frontiere esterne potrà essere sospeso: quando i richiedenti asilo in tutta l’Ue saranno più di 30mila, con un moltiplicatore che si applica gradualmente: due il primo anno (60mila), tre il secondo (90mila), quattro il terzo (120mila). 

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Paesi di primo ingresso

 Ancora come chiedeva l’Italia, i Paesi di primo ingresso resteranno responsabili dei richiedenti asilo secondo il regolamento di Dublino per due anni, ma per un solo anno per i migranti sbarcati dopo essere stati soccorsi in mare. 

Il nodo dei “Paesi terzi

 “Infine, la questione che ha richiesto il negoziato più lungo e difficile: la possibilità, per gli Stati membri di primo ingresso, di riportare rapidamente non solo nei Paesi di origine, ma anche in quelli di transito i “migranti economici” arrivati irregolarmente alle frontiere dell’Ue e che non hanno diritto all’asilo, se questi Paesi sono ritenuti “sicuri” riguardo al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, come ad esempio la Tunisia. Il testo proposto dalla presidenza di turno svedese, accogliendo una richiesta di Berlino, poneva una condizione precisa: che i migranti siano riportati nel Paese (di origine o di transito) da cui sono partiti solo se hanno una “connessione”, come ad esempio legali sociali, o di parentela, o una precedente residenza, con quello Stato. L’Italia era fortemente contraria a una formulazione troppo stringente e rigida di questa condizione e alla fine ha ottenuto che siano gli Stati membri a decidere se esista una “connessione” del migrante da rimpatriare con il Paese di partenza o di transito, in base a criteri che possono essere più flessibili, e sempre che si tratti di un “Paese sicuro”. 

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