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I migranti e la rotta algerina "dimenticata": un silenzio che sa di gas e petrolio

Dalla Turchia di Erdogan all’Egitto di al-Sisi, all’Algeria dei militari che dettano legge: guai a porre la questione del rispetto dei diritti umani, si finirebbe per urtare la suscettibilità di autocrati e generali che di diritti umani fanno scempio

I migranti e la rotta algerina "dimenticata": un silenzio che sa di gas e petrolio
Migranti nel deserto algerino

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Novembre 2022 - 16.10


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Nel Mediterraneo c’è una rotta-migranti che non fa notizie. Ma provoca morti. E’ la “rotta algerina”. Silenziata dalla stampa mainstream forse per non scatenare l’ira del regime algerino con il quale l’Italia tesse affari, soprattutto in campo energetico. Ma questo è un andazzo che si ripete: dalla Turchia di Erdogan all’Egitto di al-Sisi, all’Algeria dei militari che dettano legge: guai a porre la questione del rispetto dei diritti umani, si finirebbe per urtare la suscettibilità di autocrati e generali che di diritti umani fanno scempio quotidiano.

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La “rotta algerina”.

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Ne scrive su Today.it A.Maggiolo: “Sette migranti algerini hanno perso la vita nel mare che separa l’Algeria dalla Sardegna. Sei di loro sono annegati mentre il settimo è morto nel tragitto. Il barchino, rintracciato da un mercantile che dalla Turchia si dirigeva in Spagna in acque internazionali, per le pessime condizioni del mare si è rovesciato. I superstiti, sette, ieri sono stati trasferiti al porto di Sant’Antioco, dove ad attenderli erano presenti gli agenti della guardia di finanza coadiuvati dal personale di Frontex.

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Non è una “nuova rotta” quella tra Algeria e Italia: negli ultimi anni il flusso migratorio su questa rotta è stato costante, con numeri molto inferiori rispetto a quelli della rotta centrale del Mediterraneo. I viaggi dall’Algeria sono cominciati nel 2005. Il picco è stato nel 2017: 2141 persone. Poi sono scesi, ma un certo numero di viaggi c’è sempre, costantemente. Le partenze avvengono solitamente nella bella stagione, ma da gennaio 2020 sono segnalati arrivi anche nella stagione invernale, quando è più probabile che le condizioni del mare siano pessime.

Il tratto di mare che separa lo stato nordafricano dall’isola “dei quattro mori” viene percorso sempre con piccole imbarcazioni munite di motori fuoribordo. Le partenze avvengono spesso dal porto di Annaba, la destinazione è il Sulcis. Le spiagge di Teulada o Sant’Antioco distano dal Nord Africa poco più di 100 miglia. Se il mare è calmo, si può arrivare sulle coste italiane in dieci-dodici ore di navigazione, e lo si può fare anche con barche “di fortuna”.

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La rotta è considerata molto meno rischiosa di quella del Mediterraneo centrale: arrivano soltanto nordafricani. Secondo i dati aggiornati allo scorso anno il 99% di chi arriva nel sud Sardegna è di nazionalità algerina. L’Algeria e la Sardegna sono vicine, il viaggio è molto più breve rispetto a quello dalla Libia, con rischi molto più ridotti. Una rotta meno esposta mediaticamente, che raramente finisce sulle prime pagine della stampa nazionale. […]. Ma si muore anche su questa rotta, come dimostra l’ultimo naufragio. L’anno scorso sono stati registrati circa 3.231 morti o dispersi in mare nel Mediterraneo e nell’Atlantico nord-occidentale, secondo i dati dell’Unhcr.

Un report dettagliato.

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E’ quello a firma Ambra Notari per il redattoresociale.it: “Nello scenario di un Mediterraneo solcato da centinaia di migliaia di persone in fuga – scrive Notari –  l’Algeria non rappresenta per l’Italia e per l’Ue una priorità o una ragione di preoccupazione. Le scelte della politica ancora una volta dimostrano i loro limiti, rimanendo sorde alle sofferenze dei tantissimi migranti forzati bloccati in Algeria, che vivono in condizioni disumane”. La denuncia arriva dal dossier di Caritas Italiana “Algeria/Purgatorio dimenticato. Fra i drammi e i sogni dei migranti che fuggono”. Nell’anno in cui vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, Caritas sceglie di concentrare la sua attenzione sull’Algeria: Paese di transito, di immigrazione e di emigrazione.

Algeria, Paese di transito. 

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Lo Stato africano, considerata la sua posizione, è soprattutto territorio di transito, crocevia di migranti sub-sahariani, che arrivano lì dopo un cammino di migliaia di chilometri fatti a piedi. Ma attraversare l’Algeria è tutt’altro che semplice: immense zone desertiche, temperature estreme e forti escursioni termiche. Poi, c’è la rete dei passeurs, “i contrabbandieri di vite, che si sono moltiplicati come l’aumento dei controlli alle frontiere. Infine, ci sono le misure repressive di controllo, fermo e respingimento messe in atto dalle istituzioni locali per “regolare” i flussi migratori. “Secondo le testimonianze raccolte da ong e associazioni, i migranti in Algeria vivono in condizioni che offendono la dignità umana, vittime di continue umiliazioni e soprusi. Gli arresti e le repressioni sono all’ordine del giorno. In particolare, dal primo dicembre 2016 è in corso una retata contro gli immigrati africani nei quartieri di Algeri, che vengono deportati via camion a 2 mila chilometri di distanza, al confine con il Niger, per poi essere espulsi. Al momento si tratta di 1.400 persone provenienti da Nigeria, Niger, Liberia, Camerun, Mali e Guinea”.

Algeria, Paese di immigrazione. 

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Crocevia di migrazioni, ma, come spiega il rapporto, il forte bisogno di manodopera fa sì l’Algeria rappresenti anche un importante Paese di destinazione, complici i conflitti in Sierra Leone, Liberia e Costa d’Avorio (quest’ultima meta tradizionale delle migrazioni sud-sud in cerca di lavoro) e l’inasprimento delle misure di controllo d’entrata nei Paesi europei: “Nell’immaginario migratorio l’Algeria figura come uno Stato ricco della regione nordafricana”. Si tratta per lo più di forza lavoro a basso costo, spesso stigmatizzata e in situazione irregolare, costretta a impieghi faticosi e mal pagati nell’edilizia, nell’agricoltura, nella ristorazione, nei servizi alberghieri, nella sfera domestica. Secondo l’Iom, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, in Algeria ci sono 242 mila migranti regolari (dati al 2015), lo 0,61 per cento della popolazione nazionale: la maggioranza proviene da Sahara occidentale, Somalia, Iraq e Siria: “Sono cifre quasi irrisorie rispetto al numero reale di migranti irregolari presenti sul territorio algerino, dei quali risulta molto difficile fare una stima complessiva”.

Algeria, Paese di emigrazione.

 Con i suoi quasi 2 milioni di cittadini all’estero, l’Algeria è un importante Paese di emigrazione verso l’Europa, soprattutto verso la Francia: basti pensare che il trasferimento di fondi in patria degli emigrati algerini rappresenta circa un punto del Pil nazionale (2 miliardi di dollari nel 2015). Tra gli algerini emigranti, detti “harraga”, alcuni scelgono di approdare in Spagna, altri in Italia, in Sardegna. Si viaggia via mare, per oltre cento miglia nautiche, dalle 13 alle 20 ore di navigazione: la partenza generalmente è tra le 11 di sera e le 4 del mattino: un po’ di soldi in euro, se possibile, datteri per diversi giorni, taniche di carburante e, per i più organizzati, giubbotti di salvataggio e remi. “Nonostante le migrazioni dall’Algeria alla Francia risalgano ormai a vecchia data, gli algerini costituiscono la prima nazionalità delle persone intercettate e detenute nei Centri di permanenza, in attesa di espulsione”.

Le partenze verso la Sardegna

Secondo quanto riportato dal quotidiano algerino “Echourouk”, il fenomeno delle partenze illegali dei migranti algerini verso le coste della Sardegna è tornato a livello di 10 anni fa: nel 2016 i migranti intercettati dalle forze di sicurezza italiane prima del loro sbardo sull’isola sono stati 1200. “Dopo una lunga interruzione andata avanti per almeno 7 anni, il numero dei migranti fermati solo scorso anno dall’Algeria è tornato a essere elevato: si contano 26 carrette del mare bloccate nel 2016”. Dopo l’inasprimento dei controlli in Libia, infatti, la rotta si starebbe spostando a ovest: solo nell’ultimo giorno del 2016 sono arrivate sull’isola sarda tre imbarcazioni con 46 migranti algerini a bordo, e la maggioranza degli arrivi si è concentrata nell’area del Sulcis. Piccoli numeri, lontano dai riflettori, che cominciano però a preoccupare: “A differenza di chi arriva nei porti siciliani, dopo essere stato intercettato al largo della Libia e preso a bordo delle navi della finanza – spiegano al Viminale –, nel sud della Sardegna i migranti continuano a sbarcare soli”. 

Tre anni di rivolte. Un bilancio

Ventitre febbraio 2019-2022. A trarre un bilancio è l’agenzia Dire:In Algeria, a tre anni dalle rivolte di piazza che hanno messo la parola fine al ventennale governo del presidente Abdelaziz Bouteflika, “la situazione politica e socio-economica è peggiorata: con l’aumento dei prezzi del cibo la gente non riesce neanche a mangiare e la repressione del dissenso ormai è feroce, ma l’hirak è vivo e continua a chiedere democrazia e libertà tramite i social network e le piazze europee”. Ne è convinto Hakim Mohammed Addad, 58 anni, co-fondatore ed ex segretario generale del Rassemblement actions jeunesse (Raj). L’Agenzia Dire lo contatta a Parigi, dove l’attivista risiede dal dicembre scorso.


La sua vicenda personale e quella del Raj dicono molto del clima che pesa sulla società civile algerina: l’Associazione è stata sciolta lo scorso ottobre per violazione del codice sulle Associazioni, una decisione seguita alla richiesta del minsitero dell’Interno di chiudere l’organismo. Quanto al suo co-fandatore, “mi sono trasferito in Francia a dicembre dopo aver scontato 12 mesi di ‘fermo giudiziario’ per le mie attività. Significa- spiega Addad- che per un anno mi è stato vietato partecipare a iniziative pubbliche, incontrare personalità politiche e della società civile o parlare con la stampa. Ogni settimana dovevo recarmi in tribunale per firmare. Già ero stato arrestato e incarcerato per 3 mesi nel 2019, e ora che sono partito, un giudice mi ha condannato ad altri 12 mesi di fermo”. Un destino, conferma l’ex segretario del Raj, che ha già coinvolto diversi esponenti dell’associazione istituita nel 1992 – anno del colpo di Stato militare – per rivendicare lavoro e opportunità per i giovani. Poi, nel 2019, è stata tra le principali promotrici dell’hirak, il movimento popolare che vide la luce il 22 febbraio per dire no alla quinta candidatura di Bouteflika alla presidenza e che con l’avvento di Abdelmadjid Tebboune alla guida delle istituzioni non ha smesso di invocare riforme democratiche e sociali. “L’hirak è vivo- assicura Addad- ma la repressione negli ultimi mesi si è fatta ancora più terribile: contiamo almeno 350 detenuti d’opinione, 40 dei quali sono in sciopero della fame”. Come riferisce ancora Hakim Mohammed Addad, arresti e incarcerazioni si intensificano in occasione di date commemorative particolari, prima tra tutte quella odierna: “Non solo è vietato organizzare manifestazioni contro il governo- avverte l’attivista- ma giovani e studenti vivono nel timore di essere arrestati per un post su Facebook o solo perché camminano per la strada: la polizia potrebbe sospettare che si stiano dirigendo verso un corteo. Sappiamo che stamani a Bejaia (principale città della Kabilya, regione storicamente in contrasto con le istituzioni centrali, ndr) un bus di studenti è stato dirottato verso un commissariato per accertamenti”. L’attivista riferisce che i presunti dimostranti potrebbero essere accusati di attentato alla sicurezza nazionale e all’integrità del Paese o di organizzazione di manifestazione non autorizzata. Reati le cui pene sono state inasprite dalla recente riforma del codice penale: “Ora le organizzazioni sospettate di ‘mettere in discussione le autorità’ possono essere accusate di terrorismo: si va da un minimo di 10 anni di carcere all’ergastolo” dice Addad.
E conclude: “Continuiamo a mobilitarci a Parigi, Bruxelles e Ginevra con sit-in settimanali, consapevoli che non ci saranno riforme economiche senza prima quelle politiche e democratiche. Sabato prossimo ad esempio, ci sarà un meeting di solidarietà internazionale a Parigi. Se le ong come Amnesty International o Human Rights watch sono le prime a denunciare violazioni, I governi europei hanno una doppia faccia: da una parte, danno lezioni sui diritti umani su certi Paesi, mentre dall’altra tacciono quando denunciare significherebbe intaccare i propri interessi economici. E’ una condotta criminale e inaccettabile”.

“Gli algerini non chiedono al governo italiano che li consideri tra i suoi principali interessi nazionali, però vogliono ricordargli che non si possono stringere accordi con un Paese senza considerare il deterioramento delle condizioni di vita del popolo che lì ci vive. In Algeria oggi si può finire in prigione per un like su Facebook, mentre le condizioni economiche della classe media sprofondano. Gli Stati sono interconnessi quindi l’instabilità dell’Algeria raggiunge anche la sponda nord del Mediterraneo: è evidente con le partenze di migranti dalle coste algerine”. Ad affermarlo, in una interessante intervista alla Dire, è Mouloud Boumghar  professore di Diritto residente in Francia. Nel mio Paese esiste un regime autoritario retto da un presidente salito al potere senza legittimità elettorale, sostenuto dalle Forze armate e da una classe politica basata su favoritismi e corruzione che sopravvive proprio grazie ai proventi della vendita di gas e petrolio”. Boumghar rilancia le istanze di “Hirak”, che significa “movimento” in arabo: si tratta della formazione popolare di piazza che si formò nel 2019 per chiedere le dimissioni dell’allora presidente Abdelaziz Bouteflika – al potere da 20 anni e pronto a ricandidarsi – e una virata del Paese verso elezioni credibili e la democrazia.

“La gente in quei mesi aveva ritrovato la speranza- continua il docente- e questo, nel concreto, emerse dal fatto che le partenze di migranti dalle coste algerine erano diminuite nettamente. Dal cambiamento politico, le persone credevano che sarebbe seguito un cambiamento economico con nuove opportunità di lavoro e benessere per giovani e famiglie. Non appena quella speranza è naufragata, sono ricominciate anche quelle partenze che rappresentano un problema per i Paesi europei (nonché per l’Algeria stessa)”.

Nuovi “Gendarmi”

Qualche settimana fa l’Algeria ha espulso 847 persone provenienti dal Niger: tra questi c’erano 40 donne e 74 minori non accompagnati. Se molti immigrati si recano in Algeria per poi attraversare il Mediterraneo, altri provano a rimanere lì sperando in maggiori opportunità di integrazione. Ma per capire la determinazione delle autorità di Algeri nei respingimenti, basti pensare che nel 2020 sono stati espulsi23.171 immigrati, nel 2021 ben 27.208 e tra gennaio e maggio del 2022 oltre 14mila.

Nell’ossessiva ricerca dell’esternalizzazione delle frontiere, l’Italia e l’Europa hanno trovato altri “Gendarmi”: quelli di Algeri. 

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