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Gas non olet: così l'Italia ha bussato alla porta insanguinata dell'Algeria

Pur di ottenerne la fornitura chiudiamo gli occhi, tutti e due, di fronte allo scempio di diritti umani consumato dai regimi 

Gas non olet: così l'Italia ha bussato alla porta insanguinata dell'Algeria
Mario Draghi ad Algeri

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

19 Luglio 2022 - 19.38


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Parafrasando un famoso e sempre attuale motto latino, possiamo dire che gas non olet. E pur di ottenerne la fornitura chiudiamo gli occhi, tutti e due, di fronte allo scempio di diritti umani consumato dai regimi 

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Di grande interesse a tal proposito è quanto scritto da Ferdinando Cutugno su Valori.it in un articolo del 10 giugno scorso.

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“A febbraio, mentre la Russia si preparava a invadere l’Ucraina e l’Europa orientale scivolava verso una guerra che avrebbe cambiato il mondo, un uomo di nome Hakim Debbazi, 55 anni e tre figli, veniva arrestato a casa sua in Algeria.  Il motivo era un post scritto su Facebook per i suoi 91 contatti nel quale appoggiava il movimento di protesta Hirak, che dal 2019 chiede la democratizzazione del paese nordafricano. 

Il caso di Hakim Debbazi, arrestato per un post social e morto in carcere

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Due mesi dopo, Debbazi è morto nel carcere di Kolea.  Per le autorità algerine è stata una morte naturale. Per la famiglia e la società civile algerina è stato una morte politica, come quelle di Kamel Eddine Fekhar,  avvocato per i diritti umani, e Mohamed Tamalt, giornalista. Entrambi in carcere come Debbazi per aver espresso le proprie opinioni in un Paese nel quale 300 persone sono state arrestate solo nel corso di quest’anno per reati di coscienza. Attivisti, cronisti, sindacalisti. Per accuse vaghe come aver minato il morale dell’esercito o danneggiato l’unità nazionale.

È una storia che ci riguarda, perché l’Italia con l’Algeria ha sempre fatto ottimi affari, soprattutto su una linea chiamata Transmed. Un gasdottoche parte dal deserto, attraversa la Tunisia, passa sotto il Mediterraneo e arriva a Mazara del Vallo, in Sicilia. Insieme alla guerra è scoppiata la consapevolezza politica che gli affari che avevamo sempre fatto con la Russia erano diventati all’improvviso impresentabili. Una violazione dei diritti umani, un traffico immorale. 

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Dall’Algeria 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno

L’Italia ha scelto di diversificare i fornitori senza mettere in discussione il ruolo del gas nel mix energetico nazionale. La strategia è stata sostituire il Grande Dittatore a Mosca con tanti piccoli autocrati locali. Insieme al rischio energetico, abbiamo diversificato anche quello morale. Il risultato è che l’Algeria sta per diventare il primo fornitore italianodi gas, con un picco previsto di circa 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno. 

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Il paese guidato da Abdelmadijd Tebboune  si è presentato come affidabile, sicuro e rispettabile. Le storie di Hakim Debbazi, Kamel Eddine Fekhar e Mohamed Tamalt dimostrano che forse non conosciamo abbastanza bene il nostro nuovo partner energetico principale.

Amnesty ha lanciato una campagna contro la repressione dei diritti umani in Algeria

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L’ondata di repressione in corso in Algeria – prosegue Cotugno –  non sembra preoccupare il governo o Eni, né l’opinione pubblica italiana. Eppure ha attirato l’attenzione di diversi organismi internazionali. Amnesty International ha chiesto un’indagine indipendente sulla morte di Debbazi e ha stilato un lungo elenco dei punti di rottura della libertà e della democrazia in Algeria.

Il movimento Hirak è stato di fatto soffocato. Sono aumentate le persecuzioni per accuse infondate di terrorismo contro esponenti della società civile. Il codice penale è stato modificato in modo da allargare le maglie degli arresti arbitrari. Il lavoro di media, difensori dei diritti umani e sindacati è continuamente ostacolato e represso. 

L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite: «Si cambi direzione»

Ma non c’è solo Amnesty ad aver manifestato preoccupazione per quello che succede in Algeria. Anche il report 2021 sui diritti umani del Dipartimento di Stato americano ha parlato esplicitamente di arresti arbitrari e violazioni delle libertà politiche, di associazione e di espressione. L’Ufficio per i diritti umani dell’Onu ha chiesto all’Algeria di «cambiare direzione» e di garantire i diritti politici e umani di base ai suoi cittadini.

Il punto è che l’Algeria non sembra avere nessuna intenzione di cambiare strada. Con la deposizione dello storico presidente Abdelaziz Bouteflika e l’insediamento di Tebboune sta anzi scivolando verso una pagina buia della sua storia. Tutto questo non turba i rapporti commerciali e politicicon il nostro Paese. 

A fine maggio Tebboune è stato in visita a Roma, in quell’occasione l’organizzazione non governativa Risposte Internationale  aveva chiesto al governo di sollecitare l’amico algerino al rispetto dei diritti umani e di chiedere conto della morte in carcere di un uomo colpevole solo di un post dai contenuti politici. 

Amnesty International ha rilanciato una campagna di39 organizzazioni algerine, regionali e internazionaliper i diritti umani, coordinata intorno all’hashtag #NotACrime. Per ricordare al governo algerino che la partecipazione politica, la libera espressione e associazione non sono un crimine. La campagna si è chiusa nel terzo anniversario della morte in cella di Kamel Eddine Fekhar, uno dei tre martiridella democrazia algerina che anche noi sembra abbiamo dimenticato”.

Così Cotugno.

Per tornare all’Onu. Accogliendo i report della Ong Promotion of Economic and Social Development, gli organi delle Nazioni Unite– compresi il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, il Relatore speciale sulla promozione e la protezione del diritto sulla libertà di opinione e di espressione e il Relatore speciale sul diritto di riunione pacifica e libertà di associazione – hanno chiesto alle autorità algerine di rispondere agli interrogativi e ai dubbi sulla situazione nel Paese. I funzionari dell’Onu evidenziano una situazione di abuso dei diritti fondamentali che avviene attraverso un’applicazione indiscriminata delle leggi antiterrorismo e con una capillare persecuzione di attivisti democratici e giornalisti. In termini giuridici, gli incaricati delle Nazioni Unite hanno richiamato l’attenzione delle autorità algerine sulle gravi lacune che caratterizzano due ordinanze: quella sulle disposizioni aggiuntive nel Codice penale in tema di repressione degli atti terroristici e quella in materia di diffusione delle informazioni dei documenti processuali e amministrativi. Inoltre, le autorità algerine già sono state oggetto di denuncia formale da parte del Relatore speciale sui diritti umani dei migranti dell’Onu in merito alle gravissime violazioni subite dai migranti sul territorio algerino, con la raccolta di numerose interviste e dichiarazioni che evidenziano la continua repressione delle autorità.

Una campagna da sostenere

Ne dà conto Domenico Guarino su Luce.lanazione.it: “#PasUnCrime: è questo il nome della campagna digitale indirizzata ad attirare l’attenzione sul modo in cui le autorità in Algeria cercano sempre più di soffocare le voci dissenzienti e la società civile indipendente. La campagna è stata lanciata da 38 organizzazioni algerine, regionali e internazionali, e si è conclusa il 28 maggio, giorno dell’anniversario della morte del difensore dei diritti umani Kamel Eddine Fekhar, deceduto in carcere nel 2019, dopo uno sciopero della fame di 50 giorni, intrapreso per protestare contro la sua detenzione dovuta al fatto di aver espresso opinioni critiche nei confronti del governo. Fekhar era stato accusato di aver minato la sicurezza dello Stato e di aver incitato all’odio razziale.

La situazione in Algeria è particolarmente delicata. Secondo Zaki Hannache, attivista impegnato nella difesa dei diritti umani, dall’inizio del 2022, al 17 aprile, almeno 300 persone sono state arrestate per aver esercitato la libertà di espressione, di riunione pacifica o di associazione, anche se alcune sono state poi rilasciate. Secondo la Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Laddh), queste cifre rappresentano solo una parte della realtà, poiché molti casi non vengono denunciati per paura di rappresaglie. Emblematico il caso Hakim Debbazi, morto in carcere il 24 aprile, dopo una custodia cautelare iniziata il 22 febbraio 2022, per aver pubblicato dei post su Facebook a sostegno di Hirak, un movimento pro-democrazia.

Hakim Debbazi è morto in carcere lo scorso 24 aprile, dopo una custodia cautelare iniziata per aver pubblicato dei post su Facebook

La richiesta della campagna è quella di “porre fine alla repressione dei diritti umani, di rilasciare immediatamente e senza condizioni le persone detenute solo per l’esercizio pacifico dei loro diritti umani e di permettere a tutti di godere liberamente dei propri diritti. I sospettati di essere responsabili di gravi violazioni dei diritti umani devono essere portati davanti alla giustizia in processi equi e le autorità devono garantire alle vittime l’accesso alla giustizia e a rimedi efficaci”.

“Gli arresti e le condanne di attivisti pacifici, sindacalisti indipendenti, giornalisti e difensori dei diritti umani sono continuati senza sosta, anche dopo la fine del movimento di protesta. Scioperi della fame sono ripetutamente organizzati da prigionieri per reati di opinione – ad esempio El Hadi Lassouli dal 3 maggio – principalmente per protestare contro la loro detenzione arbitraria” denunciano gli organizzatori della campagna.

Che sottolineano come, dalla fine alle proteste pro-democrazia “Hirak” siano aumentati i procedimenti giudiziari basati su accuse infondate di terrorismo, siano stati adottati controversi emendamenti al Codice penale, siano state intraprese azioni legali contro le organizzazioni della società civile e i partiti politici di opposizione, e si sia intensificata la repressione contro i difensori dei diritti umani e i media, mentre le autorità continuano a ostacolare la registrazione e l’attività dei sindacati indipendenti.

Anche la comunità internazionale, sia pure in maniera ancora flebile, sta facendo sentire la propria voce. L’8 marzo 2022, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, nel suo aggiornamento al Consiglio per i diritti umani, ha espresso preoccupazione per “le crescenti restrizioni alle libertà fondamentali” in Algeria e ha invitato il governo a “cambiare rotta”.

La denuncia di Amnesty

Amnesty International ha denunciato con un report datato febbraio 2022, la deriva autoritaria del regime algerino e la repressione contro le forze d’opposizione.  Solo a gennaio, le autorità algerine hanno sospeso un partito politico e minacciato altri due della stessa sorte, ha affermato Amnesty International l’8 febbraio 2022.  Secondo quanto riporta Amnesty Algeri ha condannato il leader di un partito politico a due anni di reclusione per aver espresso le proprie opinioni contro la repressione nel Paese, portando ad almeno 251 il numero totale delle persone attualmente detenute per aver esercitato i loro diritti di manifestare pacificamente e di esprimersi liberamente. Il governo algerino – riporta il rapporto – ha sostenuto che i tre partiti avevano infranto la legge organizzando “manifestazioni non autorizzate” e i loro congressi in ritardo. I tre partiti hanno mosso aspre critiche criticano al governo, hanno boicottato le elezioni presidenziali, legislative e locali e svolgono un ruolo attivo nell’Hirak, un movimento di protesta che chiede un cambiamento politico nel Paese dal 2019.  “Le autorità algerine vogliono rimanere al potere a tutti i costi e stanno cercando di schiacciare i loro oppositori calpestando i diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione. Non vi è alcuna giustificazione nel perseguire gli attivisti politici e sospendere i partiti di opposizione, ha affermato Amna Guellali, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International. “L’Algeria deve porre fine alla sua implacabile repressione contro tutte le forme di dissenso. Il diritto internazionale dei diritti umani e la Costituzione algerina garantiscono i diritti alla libertà di espressione e di riunione pacifica per i partiti politici. Le autorità devono cessare immediatamente i loro attacchi alle libertà fondamentali in Algeria”.

Fin qui AI. Ecco a chi martedì scorso Mario Draghi ha bussato alla porta. Una porta insanguinata.

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