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Israele: nel "circo elettorale" sono due i "domatori" che contano

La scena è piena zeppa, ma i “domatori” che ne sono al centro sono due: l’eterno Netanyahu è il “George Clooney” della politica israeliana: Yair Lapid

Israele: nel "circo elettorale" sono due i "domatori" che contano
Yair Lapid e Benjamin Netanyahu

Umberto De Giovannangeli

22 Giugno 2022 - 14.11


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Entrino, signore e signori. Che lo spettacolo sta per iniziare. In Israele, il “circo” elettorale riapre i battenti. Con tigri e leoni, pagliacci e acrobati, illusionisti, nani e ballerine. La scena è piena zeppa, ma i “domatori” che ne sono al centro sono due: l’eterno Netanyahu è il “George Clooney” della politica israeliana: Yair Lapid.

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 I due contendenti

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Nel suo viaggio dentro il terremoto politico che ha investito Israele, Globalist si accompagna, come spesso è accaduto, con le firme più brillanti del giornalismo israeliano, ormai diventate di casa per i nostri lettori. Un contributo importante che aiuta anche a capire meglio che esiste, almeno in Israele, un giornalismo indipendente che non fa sconti al potere politico. 

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Scrive Aluf Benn, firma di Haaretz: “ Il Primo Ministro Naftali Bennett ha fallito perché non aveva nulla da dire. Bennett ha scalato l’ufficio del Primo Ministro saltando agilmente politici più esperti, carismatici e popolari di lui, ma dal momento in cui è entrato in carica non ha avuto alcuna visione o idea di cosa fare. Per questo si è accontentato di attuare, in modo più ordinato e meno rumoroso, la politica del suo predecessore, Benjamin Netanyahu, guidando i ministri e gli alti funzionari “da dietro”.

Sfortunatamente per Bennett, “non sono Bibi” o anche “rispetto i miei partner politici” non sono sufficienti per la leadership. Va bene per una pagella scolastica di metà anno: Ha buoni rapporti con i suoi amici, tiene quaderni ordinati e puliti, fa bene agli esami. Ma per guidare un Paese, un partito, un’azienda o una squadra di calcio è necessaria una narrazione che la gente voglia seguire e in cui creda. Bennett lo sapeva quando ha cercato di conquistare la leadership di destra del Paese e di superare Netanyahu.

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In quei giorni, ha fatto un buon lavoro combinando frasi leggere e accattivanti (“Non ci scusiamo più”), decisioni che sembravano buone per la sua base di destra (rifiutando il libro di Dorit Rabinyan “Borderlife” come ministro dell’Istruzione), preoccupazione per il cittadino comune in contrasto con l’insensibile e scollegato Netanyahu (“senza mezzi di sostentamento, non è interessato”), e fughe di notizie calcolate e molto trasparenti dai circoli decisionali, che erano progettate per mettere Netanyahu sulla difensiva. Tutte queste astuzie e intuizioni sono scomparse quando Bennett ha realizzato il suo sogno e ha spodestato Netanyahu all’opposizione.

Netanyahu ha cambiato la sua storia da un mandato all’altro. Prima si è battuto contro gli accordi di Oslo, poi contro la bomba iraniana, poi a favore della mobilità sociale (“sostituire le élite”) e ora contro il sistema giudiziario, l’apparato statale e la leadership della comunità araba. Il contenuto cambia, ma il metodo rimane lo stesso: la ripetizione costante e ad alta voce del messaggio su ogni canale e in ogni tweet. Nell’unica occasione in cui Netanyahu ha formato un governo senza una visione e degli obiettivi, nella sua effimera alleanza con Yair Lapid e Tzipi Livni, si è disintegrato poco dopo. Ha imparato la lezione ed è tornato alle sue abitudini malvagie. Netanyahu non ha mai cercato di diventare popolare con la maggioranza del pubblico o di rivolgersi a un centro immaginario. Voleva solo che un numero sufficiente di persone lo sostenesse per poter vincere.

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Bennett è riuscito a fermare Netanyahu e a guidare una coalizione piena di contraddizioni, ma la sua passione per la vittoria si è spenta nel momento in cui ha raggiunto il suo obiettivo. Ha preferito placare tutti, invece di sposare una causa – qualsiasi causa – e guidare la carica. Nemmeno il grido di battaglia “Chiunque tranne Bibi”, che apparentemente lo ha portato al potere.

Bennett non ha osato portare al voto una proposta che impedisse a qualsiasi parlamentare incriminato per reati gravi di diventare primo ministro, o spingere per una commissione d’inchiesta sulla vicenda del sottomarino, o incoraggiare la pressione pubblica per un patteggiamento che allontanasse Netanyahu dalla politica. A quanto pare ha pensato che, finché Netanyahu sarà in circolazione, la sua stessa presenza farà sì che i componenti del “governo del cambiamento” rimangano incollati alle loro poltrone. Questo è bastato per un anno e, in assenza di altri collanti, la struttura è crollata sui suoi membri.

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Ora Israele sta entrando in una campagna elettorale tempestosa e appassionata, una competizione senza precedenti tra i due migliori PR che abbiamo mai avuto: Netanyahu e Yair Lapid. Entrambi sanno raccontare bene una storia e hanno dimostrato di sapersi riprendere dalle cadute politiche. Presenteranno le loro candidature come il salvataggio di Israele dalla distruzione. 

I risultati saranno determinati, come sempre, dagli swing votes: le percentuali di voto nella comunità araba e nella periferia ebraica, e la scelta dei disertori del Likud, che nella tornata precedente hanno votato per Bennett e Gideon Sa’ar. Questi ultimi, d’ora in poi, saranno l’obiettivo del corteggiamento cruciale di Netanyahu”.

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Così Benn.

La partita araba

Ne scrive, sempre su Haaretz, Jack Khoury: “Le prossime elezioni per la 25esima Knesset saranno una delle più affascinanti per la comunità araba di Israele. In passato, erano i partiti arabi a competere tra loro per ottenere i voti degli arabi all’opposizione – e contro i partiti sionisti, che vedevano nel pubblico arabo un potenziale bacino di voti. Accanto a questi partiti c’era un’altra forza ben nota nel mondo politico degli arabi in Israele: l’indifferenza e l’apatia nei confronti delle elezioni.

Nelle prossime elezioni, ci sarà un nuovo elemento da considerare: la Lista Araba Unita vorrà la fiducia degli elettori arabi come fazione indipendente che si unirà alla coalizione israeliana. Il partito e il suo leader, Mansour Abbas, esalteranno tutti i risultati ottenuti in materia di bilancio e risorse, promettendo progressi futuri nei confronti di qualsiasi governo, anche di quello guidato dal leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu. Le soluzioni per le questioni civili non mancheranno; quelle politiche, invece, la campagna cercherà di evitarle.

Ammettere il fallimento è una condanna a morte per il partito, a maggior ragione per il suo presidente Abbas. La Lista Araba Unita si presenterà quindi alle urne con un successo limitato e sperando che nessuna grave fiammata di sicurezza possa mettere i bastoni tra le ruote prima delle elezioni. A questo proposito, le prossime festività ebraiche saranno una sfida.

Allo stesso tempo, la Joint List, da cui il partito di Abbas si è staccato, intende presentare ogni risultato della Lista Araba Unita come minore e come se avesse venduto i suoi principi in cambio di un po’ di pane. Gli elementi religiosi e nazionalisti saranno al centro delle campagne della Lista congiunta, con la moschea di Al-Aqsa e l’occupazione nel ruolo di protagonista.

Entrambi i partiti sono consapevoli che la competizione tra loro e gli attacchi sfrenati che si sono lanciati l’un l’altro sui social media nell’ultimo anno non hanno necessariamente incoraggiato il pubblico arabo a recarsi alle urne – e potrebbero anzi averlo scoraggiato. Il disprezzo per il sistema politico tra gli arabi di Israele, e soprattutto tra i giovani, è in crescita, ed è provato che la discordia è qualcosa che allontana piuttosto che attirare gli elettori.

L’opinione pubblica araba vede la situazione in modo diverso dalla sinistra e dal centro. La minaccia di un governo guidato da Netanyahu e Itamar Ben Gvir non incoraggia la comunità araba a votare. Questo pubblico, che aspira a influenzare e creare il cambiamento, capisce che l’esperimento è fallito, sia per la Lista Comune con i suoi 15 seggi alla Knesset sia per la Lista Araba Unita nella coalizione”, conclude Khoury.

Il “popolo invisibile” e quella ferita aperta

Diviso, corteggiato, disincantato. Il “popolo invisibile” (definizione di David Grossman che dà il titolo di uno suo bellissimo  libro-reportage, ) ovvero la comunità araba israeliana. 

Della comunità arabo-israeliana, Ahmed Tibi, è una delle figure storiche, nel mirino della destra oltranzista israeliana per le sue posizioni radicali. Per colui che fu anche consigliere personale di Yasser Arafat, la legge dello Stato-nazione, approvata a maggioranza alla Knesset, il 19 luglio 2018, indica la via dell’apartheid.  “Ha un elemento di ‘supremazia ebraica – spiega il parlamentare della Joint List –  e la creazione di due classi separate di cittadini, una che gode di pieni diritti e una che ne è esclusa  – e anche nel secondo gruppo vi è uno sforzo per creare diverse categorie”.  Preoccupazione condivisa anche da Amir Fuchs, ricercatore dell’Israel democracy institute: “Il problema è che questa legge cambia l’equilibrio tra Israele come democrazia e Israele come Stato ebraico ed è molto chiaro che il legislatore non ha incluso il principio di uguaglianza tra i fondamentali come era scritto nella Dichiarazione di Indipendenza”. Tibi rifiuta la differenziazione fatta dai sostenitori della legge sulla nazionalità tra diritti collettivi, di cui godono gli ebrei, e diritti individuali, che sono dati a tutti gli altri. I diritti individuali, compresi quelli culturali e politici, derivano dall’appartenenza a una collettività, come la grande minoranza araba in Israele, sostiene deciso.  “Noi siamo, noi ci sentiamo arabi israeliani – continua Tibi -.  E per questo continuiamo a batterci perché Israele sia lo Stato degli Israeliani. Ma nessuno può chiederci di chiudere gli occhi di fronte a ciò che avviene nei Territori occupati, ad una repressione che si fa sempre più brutale, all’istaurazione di fatto di un regime di apartheid.  Le nostre critiche non sono diverse, e neanche più dure, di quelle che si leggono su Haaretz o che sono contenute in appelli di intellettuali israeliani, ebrei, o in documenti dell’Onu o delle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali. Solo che se queste critiche le facciamo noi, noi arabi israeliani, scatta in automatico l’accusa di sempre: ‘ecco, vedete, di costoro non possiamo fidarci, sono il cavallo di Troia dei Palestinesi in Israele…’. E’ una critica preconcetta, strumentale. E’ da Israeliani che affermiamo che la pace è l’unica strada percorribile per diventare un Paese normale, totalmente integrato nel Medio Oriente. Da Israeliani diciamo che la sicurezza d’Israele e il diritto dei Palestinesi ad uno Stato indipendente sono le due facce di una stessa medaglia: quella di una pace giusta, e proprio perché tale, una pace durevole. Noi arabi israeliani rivendichiamo con orgoglio la nostra identità, conosciamo la Storia, ma non brandiamo identità e Storia come armi per creare divisioni nella società israeliana. Di questa società, piaccia o no ai signori Netanyahu, Lieberman, Bennett, noi ci sentiamo parte”.

L’irrisolta “Questione israeliana”

Una questione metapolitica. Perché investe la psicologia di una nazione, e pone un problema ancor oggi irrisolto: quello dell’identità. Individuale e collettiva. Che affonda in una memoria secolare, intrecciando religione, storia, politica. La questione israeliana come questione identitaria. Che ha avuto un passaggio storico il 19 luglio 2018 alla Knesset. 

Un punto di non ritorno. 

Identità ebraica e sistema democratico: erano i due pilastri su cui si reggeva l’utopia sionista, quella dei padri della patria. Settant’anni dopo la fondazione dello Stato d’Israele, l’uno, l’identità ebraica assolutizzata e costituzionalizzata, ha finito per minare l’altro: l’idea di una democrazia inclusiva.

Nei circoli intellettuali progressisti è da tempo aperto un dibattito sullo Stato bi-nazionale. Così si era espresso, in una intervista concessa a chi scrive da Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano, scomparso il 21 giugno 2020.

“ Integrazione o apartheid: tertium non datur. Certo, sul piano dei principi resta la soluzione ‘a due Stati”, e qui c’è la responsabilità storica della comunità internazionale, non solo degli Stati Uniti e dell’Europa ma anche dei Paesi arabi, nel non aver forzato su questo punto quando ne era il tempo. Oggi, di fronte alla realtà degli insediamenti nella West Bank, ad una presenza di oltre 400mila israeliani-coloni, a me pare francamente improbabile, per non dire impossibile, realizzare questa soluzione. Ma a Gerusalemme come nella West Bank, non devono esistere due leggi e due misure, una per i cittadini ebrei e l’altra, penalizzante, per i palestinesi. Ritengo peraltro che la prospettiva di uno Stato binazionale democratico possa essere un terreno d’incontro, di iniziativa comune, tra quanti, nei due campi, credono ancora nel dialogo e nella convivenza. Mi lasci aggiungere che credere in uno Stato binazionale non significa che le comunità che ne fanno parte rinuncino alla propria identità. Integrazione non è sinonimo di omologazione, di azzeramento delle diversità. Io penso che siano nel giusto i Palestinesi a voler essere persone libere e di aspirare al benessere soprattutto per i giovani. Ecco, io credo che, nelle condizioni date, questa aspirazione sia più praticabile in uno Stato binazionale”.

Che sia più praticabile, lo dirà il tempo. Di certo, quella di uno Stato binazionale è la paura più grande per le destre identitarie d’Israele.

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