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Spari sul Primo ministro, lager e respingimenti finanziati dall'Europa: viaggio nella "nuova Libia"

Altro che elezioni. In Libia si spara contro il Primo ministro. È sempre più caos armato. E di “duplicazione” di governi. 

Spari sul Primo ministro, lager e respingimenti finanziati dall'Europa: viaggio nella "nuova Libia"
Abdul Hamid Dbeibah

Umberto De Giovannangeli

10 Febbraio 2022 - 14.59


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Il primo ministro libico Abdul Hamid Dbeibah è uscito illeso da un agguato armato a Tripoli: uomini non identificati avrebbero aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiava, secondo media locali riportati dall’agenzia Anadolu. Oggi il parlamento di Tobruk deve votareper l’insediamento di un suo successore, è previsto infatti il voto della Camera dei rappresentanti di Tobruk, presieduta da Aguila Saleh, chiamata a scegliere il nuovo premier, tra l’ex ministro dell’Interno del governo Serraj, Fathi Bashagha e Khaled Al-Bibas. 

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Il premier del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbeibah, sfiduciato nelle scorse settimane da Tobruk, ha ribadito ancora martedì in un discorso in tv che “continuerà a lavorare fino a quando non trasferirà il potere ad un’autorità eletta” in un voto che vorrebbe a giugno.  Se eletto, Bashagha avrà circa sette giorni per formare un nuovo governo, che dovrà essere sottoposto a voto di fiducia, e per far approvare gli emendamenti costituzionali, data dalla quale partirebbero i 14 mesi entro cui tenere le elezioni secondo la roadmap approvata da Tobruk.   

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Il rischio che ci siano due governi paralleli è molto alto. Dbeibah, nel discorso alla nazione, si è appellato direttamente al popolo e già ieri nella capitale sono scese in piazza decine di persone per manifestare in sostegno del premier.

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“Sconfitti nell’offensiva militare di due anni fa, Saleh e Khalifa Haftar stanno cercando di entrare a Tripoli con Bashagha – è stato il commento di Ashraf Shah, ex consigliere dell’Alto consiglio di Stato libico – Non sono riusciti a entrare a bordo di un carro armato, provano sulle spalle di Bashagha”. Ma si tratta di una mossa “illegittima”, denuncia Shah parlando del voto di oggi, che ha definito “un furto ai danni del popolo libico, la roadmap è solo un tentativo di rinviare e di prolungare il mandato di questo parlamento”.    Il politico di Tripoli ha esortato quindi la comunità internazionale, “distratta” dalla crisi ucraina, con la Russia che “continua a non lavorare per la stabilità della Libia, a fare pressione su Saleh e Haftar perché non vadano avanti” con il loro piano e si rispetti la roadmap del Forum di dialogo politico libicoche prevede che il voto vada organizzato entro giugno prossimo.

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Annota su treccani.it Michela Mercuri, docente universitaria e profonda conoscitrice della realtà libica: “Il premier italiano Mario Draghi durante la conferenza di Parigi dello scorso novembre, aveva insistito affinché il Parlamento libico votasse rapidamente una norma chiara per il percorso elettorale, nel tentativo di evitare situazioni di caos dopo la prima tornata di voto. La Francia e altre potenze si erano, invece, dimostrate più favorevoli a votare comunque, anche senza una legge definitiva. Questo ha comportato l’impossibilità di escludere chiunque dalla candidatura, con il risultato che, ad oggi, sono quasi 100 i candidati. Tra questi svariati ex leader di milizie, uomini d’affari accusati di corruzione, ex membri dell’élite ai tempi del regime. Esempi che ci dimostrano come la semplice scelta delle candidature stia creando una serie di tensioni che potrebbero esplodere ancor prima delle votazioni o, magari, qualora vi fossero, subito dopo. La domanda è: come saranno recepiti i risultati dagli sconfitti? Le varie parti in competizione accetteranno di buon grado la sconfitta? Non dimentichiamoci che già nel 2014 il casus belli della guerra civile fu proprio il risultato elettorale non riconosciuto.

C’è poi la spinosa questione degli attori stranieri ancora presenti “con gli scarponi sul terreno”, in particolare la Russia e la Turchia, con quest’ultima che ricopre un ruolo fondamentale nell’Ovest del Paese. Anche in questo caso, la domanda è: quale potrebbe essere la loro reazione al risultato elettorale? Ankara e le milizie ad essa affiliate accetterebbero la vittoria di un candidato dell’Est? E viceversa le potenze straniere che hanno interessi nell’Est accetterebbero la vittoria di un candidato vicino alla Fratellanza musulmana dell’Ovest?”.

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Il ruolo non svolto dalle forze armate libiche. 

“Creare un clima elettorale libero dalla violenza e dalle intimidazioni –  rimarca  Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord – è pressoché impossibile se gruppi armati e milizie non solo beneficiano dell’impunità, ma vengono anche integrati nelle istituzioni statali, compresi i responsabili di crimini di diritto internazionale. Per avere elezioni libere, il Governo di unità nazionale e le Forze armate arabe libiche dovranno impartire alle milizie e ai gruppi armati loro sottoposti l’ordine di cessare immediatamente le intimidazioni e gli attacchi contro i funzionari elettorali, i giudici e il personale di sicurezza e di rilasciare subito le persone arrestate solo per aver espresso il loro punto di vista sulle elezioni”, aggiunge Eltahawy. 

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I dannati della terra

Francesca Mannocchi è una reporter coraggiosa. Sempre sul campo. Che la Libia conosce come pochi. Ecco cosa scrive su La Stampa: “Nell’estate del 2020, dopo l’ennesimo recupero finito in tragedia (la guardia costiera sparò, uccidendolo, a un giovane recuperato in mare che cercava di fuggire) Federico Soda, capo missione dell’Oim in Libia scrisse: «L’utilizzo di una violenza eccessiva ha causato ancora una volta morti senza senso, in un contesto non in grado di assicurare alcun tipo di protezione». Intollerabile. Violenza eccessiva. Morti senza senso. Parole senza appello, senza ambiguità. Un mese prima l’Asgi, l’associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, aveva pubblicato un rapporto sull’uso dei sei milioni di euro destinati dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo (Aics) a migliorare i centri di detenzione. Dice l’Asgi, con una chiarezza disarmante, che «la detenzione (a tempo indeterminato) dei cittadini stranieri nei centri non è soggetta al vaglio di autorità giurisdizionali». Come dire che i fondi che l’Europa continua a erogare, i soldi dei contribuenti, non sono vincolati a nessun impegno da parte del governo libico, nessuna garanzia del miglioramento delle strutture, nessuna sanzione se questo non avviene. 

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Tant’è che i soldi, negli anni, continuino ad aumentare. Le Nazioni Unite, dal canto loro, continuano a definire la Libia un porto non sicuro. E’ così nei rapporti, numerosi, pubblicati in questi anni: «Lungo la rotta del Mediterraneo Centrale le persone cadono vittime di episodi di inenarrabili brutalità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi perfino di funzionari pubblici», (Unhcr, 2020), è così nelle dichiarazioni ripetute dei vertici Onu, «sono preoccupato per l’impunità con cui il traffico di migranti e la tratta continuino attraverso e al largo della Libia», (Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, aprile 2021). E ancora, sempre Guterres, il 17 gennaio, meno di un mese fa, invitava gli Stati membri a «riesaminare le politiche a sostegno del rimpatrio dei rifugiati in Libia». 

Parole rimaste, come sempre, lettera morta. Negli ultimi anni sono state presentate tre richieste alla Corte Penale Internazionale per chiedere che i funzionari libici, i trafficanti, i miliziani siano indagati per crimini contro l’umanità, ma non c’è nessuno, in Libia, a sanzionare gli abusi. Perché in Libia la legge la fanno le connivenze e le armi. E tutti possono essere contemporaneamente trafficanti e guardia coste. L’ultimo caso, eclatante, è la nomina da parte del governo libico di unità nazionale (sì, quello acclamato dalla comunità internazionale come il primo governo unitario dopo Gheddafi) di Mohamed al-Khoja a capo del Dipartimento del ministero dell’Interno libico responsabile dei centri di detenzione. Al-Khoja è il leader di una milizia implicata in casi di torture a danni di migranti nei centri di detenzione illegali ed è stato capo del centro di detenzione di Tariq al Sikka, sede di documentati abusi. Sono le nebbie libiche, tutto triangola, tutto si tiene, tutti guadagnano sulla pelle di chi fugge. 

Poche settimane fa AP (Associated Press) ha consultato un rapporto militare confidenziale dell’Ue sull’addestramento della guardia costiera libica, compilato dal contrammiraglio della marina italiana Stefano Turchetto, capo missione di Irini. Il rapporto parla di «uso eccessivo della forza» da parte dei libici. Come dire: l’Europa ha speso 450 milioni per insegnare alla guardia costiera libica gli «standard comportamentali e i diritti umani», ma per loro i migranti restano quello che erano: bancomat. Nonostante la preoccupazione, tuttavia, l’Europa non fa un passo indietro, continuando a destinare fondi alla Guardia Costiera, e alle strutture detentive. E, dunque, di fatto alle milizie che raddoppiano, triplicano, i guadagni. Perché continuano a speculare su chi paga per partire, le persone migranti, e su chi paga, profumatamente, affinché non partano, gli Stati europei. 

Da quando sono stati firmati gli accordi con la Libia, cinque anni fa, sono state riportate indietro, in un porto non sicuro, da mezzi finanziati dai contribuenti europei, 82 mila persone. ..”.

Apocalisse umanitaria

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha pubblicato il suo rapporto per l’anno 2021 sui rifugiati e i migranti in Libia. Secondo i dati Oim, 32.425 migranti sono stati intercettati e riportati in Libia dal Mediterraneo, tra cui 28.528 uomini, 2.428 donne, 877 minori e 431 ragazze minori, oltre ad altri 151 di cui non si conosce il genere. Il rapporto menziona anche la morte di 655 migranti e la scomparsa di altri 897 nello stesso periodo.

Escalation di persone rinchiuse nei centri di detenzione libici. È quanto emerge anche dal Report 2021 sul diritto d’asiloche la Fondazione Migrantes ha presentato il 14 dicembre scorso, a Roma.

Nel 2021, fino al 6 novembre la Guardia costiera “libica” ha intercettato in mare e riportato in territorio libico 28.600 rifugiati e migranti, un dato senza precedenti (dal 2016, il totale supera ormai le 100 mila persone). Da inizio anno all’8 novembre, i rifugiati e migranti che sulla rotta del Mediterraneo centrale sono riusciti ad arrivare in Italia o a Malta sono circa 56.700: quindi, meno del doppio di quelli intercettati e riportati in Libia, spesso con metodi brutali. Il 2021 – mette in evidenza ancora l’indagine – ha visto una nuova escalation delle persone rinchiuse arbitrariamente nei centri di detenzione libici: i soli centri “ufficiali” della Direzione per il contrasto dell’immigrazione illegale ne stipavano ai primi di ottobre circa 10 mila fra uomini, donne e minori contro i 1.100 scarsi di gennaio.

“Al 17 ottobre risultano trattenute nei centri di detenzioni in Libia 7.055 persone, di cui almeno 2,500 ci riguardano direttamente come agenzia”, spiega a Today Caroline Gluck, alto funzionario addetto alle Relazioni esterne di Unhcr Libya Operation. “Tuttavia l’Unhcr e i suoi partner hanno solo un accesso limitato ad alcuni centri e nessun accesso a quelli creati recentemente nella parte occidentale della Libia. Riteniamo che altre migliaia di richiedenti asilo, rifugiati e migranti siano ancora tenuti prigionieri da diverse forze di sicurezza, contrabbandieri o trafficanti in luoghi imprecisati.”

“Le condizioni nei centri di detenzione sono disastrose”, denuncia la funzionaria. “Spesso sovraffollati e privi di strutture igienico-sanitarie di base, sono luoghi in cui le violazioni dei diritti umani sono state ben documentate – più recentemente, ad esempio, dalla Missione d’inchiesta indipendente sulla Libia”. Ecco perché l’Unhcr chiede “il rilascio di tutti i rifugiati e richiedenti asilo trattenuti in stato di detenzione, la fine della detenzione arbitraria in Libia e la creazione di alternative alla detenzione”.

Sono trascorsi tre mesi da questa denuncia, e la situazione è ulteriormente peggiorata.

Dichiara Rupert Colville, portavoce dell’United Nations Office High Commissioner for Human Rights (Ohchr): “Siamo profondamente preoccupati per una serie continua di espulsioni forzate di richiedenti asilo e altri migranti in Libia, inclusi due grandi gruppi di sudanesi nell’ultimo mese, con un altro gruppo di 24 eritrei apparentemente a rischio imminente di trattamento simile.”.

 Secondo le informazioni provenienti dal team dell’Ohchr in Libia, il 6 dicembre un gruppo di 18 sudanesi è stato espulso senza un giusto processo dopo essere stato trasferito dal centro di detenzione di Ganfouda a Bengasi al centro di detenzione di al-Kufra nel sud-est della Libia.  Si tratta di persone fuggite da un Paese nel quale recentemente c’è stato il secondo colpo di stato militare in pochi anni e il governo ad interim libico – appoggiato, finanziato e armato anche dall’Italia – ha grosse responsabilità, visto che come denuncia Colville, “Entrambi i centri sono sotto il controllo del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (Dcim) del ministero dell’interno». A quanto pare, i richiedenti asilo sudanesi sono stati trasportati attraverso il deserto del Sahara fino alla zona di confine tra Libia e Sudan scaricati lì senza nessuna assistenza.

L’Ohchr ricorda che “Un mese prima, il 5 novembre, un altro gruppo di 19 sudanesi era stato deportato in Sudan, sempre da Ganfouda attraverso il centro di detenzione di al-Kufra. Negli ultimi mesi, anche altri migranti provenienti da Sudan, Eritrea, Somalia e Ciad, compresi bambini e donne incinte, sono stati arrestati e sono già stati espulsi o potrebbero esserlo in qualsiasi momento. Tali espulsioni di richiedenti asilo e altri migranti in cerca di sicurezza e dignità in Libia senza il giusto processo e le garanzie procedurali necessarie, violano il divieto di espulsioni collettive e il principio di non respingimento ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani e dei rifugiati”.

Questa è la “nuova Libia”: spari e lager. 

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