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In Libia elezioni rinviate e governo in bilico: vanno in scena i 'minimizzatori'

Ora le ipotesi sul campo sono principalmente due: un governo Dabaiba-bis “ad interim” fino al voto; un esecutivo tecnico guidato da personalità di spicco dell’ovest con buone entrature nell’est.

In Libia elezioni rinviate e governo in bilico: vanno in scena i 'minimizzatori'
Abdulhamid Dabaiba,

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

26 Dicembre 2021 - 17.53


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Libia, ora vanno in scena i “minimizzatori”. Nel tentativo di addolcire un fallimento: quello delle elezioni rinviate a chissà quando.

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Il 24 dicembre si sarebbero dovute tenere le elezioni che avrebbero dovuto celebrare la simbolica nascita di una nuova Libia dopo dieci anni di conflitto. Ma siamo di fronte ad un “mancato appuntamento con la democrazia” come ha commentato laconicamente il vicepresidente Moussa al Kuni. 

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Epilogo, per alcuni versi prevedibile, come sottolineano molti osservatori: mancava un  quadro elettorale condiviso e sono ancora molti  i mercenari stranieri dispiegati sul terreno.  Ad oggi quello che è certo è che le elezioni sono rinviate di almeno un mese per “cause di forza maggiore”, secondo quanto riferito dall’Alta commissione elettorale. Se da un lato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha “preso atto” del rinvio, dall’altro il futuro del Governo di unità nazionale del premier Abdulhamid Dabaiba, sostenuto dall’Onu, oggi è in bilico: il mandato dell’esecutivo scade tra poche ore e ad oggi nessuno sa cosa accadrà. Le milizie libiche sono nervose e le manovre “dimostrative” dei giorni scorsi, quando alcuni gruppi armati hanno cinto d’assedio le istituzioni governative, testimoniano che la tensione è alle stelle.

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Fonti libiche hanno riferito ad Agenzia Nova che le ipotesi sul campo sono principalmente due: un governo Dabaiba-bis “ad interim” fino al voto; un esecutivo tecnico guidato da personalità di spicco dell’ovest con buone entrature nell’est.

Secondo quanto riferito dal Libya Review, la fonte ha precisato che l’Assemblea sarà chiamata in particolare ad approfondire la relazione della commissione parlamentare che ha collaborato con l’Alta Commissione elettorale e il Consiglio giudiziario supremo riguardo alle questioni legali sorte durante il processo elettorale. Quindi ha ricordato che il parlamento ha già creato un nuovo comitato, composto da 10 membri, con il compito di definire una nuova road map per il voto e di riferire, entro una settimana, alla presidenza dell’Assemblea. Ieri il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, ha incontrato il Consigliere speciale dell’Onu per la Libia, Stephanie Williams. “Ho accolto con favore il suo impegno a portare avanti il processo elettorale, compresa la necessità che tutti i candidati rispettino il principio di parità di condizioni”, ha scritto Williams su Twitter. 

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“Oggi i libici avrebbero dovuto recarsi alle urne per decidere il loro futuro attraverso le elezioni. Le autorità libiche hanno ora confermato ufficialmente che questo momento è stato rinviato”. E’ quanto si legge in una Dichiarazione dell’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell, che invita le autorità libiche “a elaborare rapidamente un piano e un calendario chiaro per tenere elezioni presidenziali e legislative inclusive, libere, eque e credibili il prima possibile e nel pieno rispetto della road map concordata”. “La Libia e il suo popolo meritano stabilità e pace dopo un decennio di conflitto”, scrive ancora Borrell, che prosegue dicendo che “solo le elezioni daranno una chiara opportunità per costruire un futuro stabile e prospero e consentiranno di trasferire il potere a istituzioni democraticamente elette, porre fine pacificamente all’attuale transizione e avanzare verso la sicurezza sostenibile e la stabilità politica. L’Ue sostiene pienamente la mediazione in corso del consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la Libia Stephanie Williams e il lavoro della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). Siamo pronti a continuare a lavorare con lei e a sostenere le autorità libiche nella preparazione del processo elettorale”, conclude la dichiarazione. In una dichiarazione congiunta Roma, Londra, Parigi, Berlino e Washington hanno chiesto alle autorità libiche competenti che venga fissata “presto” una nuova data delle presidenziali. Il voto doveva svolgersi oggi, ma questa settimana è’ stato posticipato sullo sfondo di tensioni interne e problemi organizzativi e di sicurezza. “Invitiamo le autorità libiche interessate a rispettare la volontà del popolo libico, che vuole che queste elezioni si svolga rapidamente, fissando quanto prima una data definitiva per il voto e pubblicando senza indugio l’elenco definitivo dei candidati alle elezioni presidenziale”, si legge nella dichiarazione congiunta.  “Non credo che si debba drammatizzare” il rinvio delle elezioni in Libia perché “anche nel 2012, per le prime elezioni parlamentari dopo la rivoluzione, ci fu un rinvio di un mese”. Ad affermarlo, in un’intervista al Tg2, è  l’ambasciatore italiano  in Libia, Giuseppe Buccino, spiegando che nel Paese “c’è un processo  politico e elettorale che comunque sta andando avanti”. In Libia, ha  proseguito Buccino, “oggi c’è la pace” anche se “ovviamente è una pace con delle problematiche, con delle difficoltà”. Ma “i libici si parlano e c’è motivo per avere una qualche speranza”, ha evidenziato l’ambasciatore, che a proposito del cessate il fuoco ha affermato che “scricchiola”, ma “sta complessivamente tenendo e anche questo è motivo di speranza”. “Per l’Italia è fondamentale la stabilità della Libia – ha concluso Buccino – La stabilità della Libia è la stabilità dell’Italia e di quell’area del Mediterraneo. Dobbiamo impegnarci in massimo grado, come il governo italiano sta facendo, ma dobbiamo anche essere fiduciosi guardando agli ultimi 10 anni e quello che sta accadendo adesso può indurre qualche speranza”. 

Dieci anni di caos armato

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Quanto alla “pace” evocata, anzi rivendicata dal nostro ambasciatore. Quanto al supposto “dialogo” tra le parti, vale oggi quanto raccontato da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, in occasione dei dieci anni della “Rivoluzione del 17 febbraio”, che segnò la fine dell’era Gheddafi.

Dieci anni e sette mesi dopo, “in Libia  – rimarcava Noury – la giustizia per le vittime di crimini di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani – come omicidi illegali, sparizioni forzate, torture, sfollamenti forzati e sequestri di persona commessi da milizie e gruppi armati – si fa ancora attendere. Il motivo è semplice: omaggiandole sin dal 2012 con una legge che concesse piena immunità per le azioni commesse al fine di “proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio”, le varie autorità libiche hanno promosso e legittimatocapi delle milizie responsabili di feroci violazioni dei diritti umani, mettendoli a libro-paga e integrandoli nelle istituzioni-chiave dello Stato, come i ministeri della Difesa e dell’Interno, o conferendo loro incarichi ad hoc. Alcune biografie di capi delle milizie sono inquietanti tanto quanto la loro ascesa al potere. Nel gennaio 2021 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale di Tripoli ha nominato Abdel Ghani al-Kikli (noto come “Gheniwa”), capo della milizia “Forza di sicurezza centrale di Abu Salim”, a capo di un nuovo organismo chiamato “Autorità di sostegno alla stabilità”, con riporto diretto alla presidenza. “Gheniwa” è uno dei più potenti capi delle milizie tripoline costituitesi dopo il 2011 in uno dei più popolosi quartieri della capitale, Abu Salim. Nel suo nuovo incarico, “Gheniwa” e la sua agenzia avranno ampi per quanto vaghi poteri, compresi quelli dell’applicazione della legge, come ad esempio arrestare persone per motivi di “sicurezza nazionale”. Tutto questo nonostante negli ultimi 10 anni Amnesty International abbia documentato crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di gruppi sottoposti al suo comando.Nel 2013 e nel 2014 le ricerche di Amnesty hanno scoperto che persone detenute dalle forze di sicurezza controllate da “Gheniwa” erano state sottoposte a sequestri e torture a volte con esiti mortali. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è arrivata a simili conclusioni, comprese quelle relative alle morti in custodia sotto tortura, mentre il Panel di esperti sulla Libia ha denunciato attacchi contro i civili da parte delle forze di “Gheniwa”. Il Governo di accordo nazionale aveva fornito già dal 2016 legittimazione e stipendi alle milizie di “Gheniwa”, integrando suoi uomini nel ministero dell’Interno e così favorendo ulteriormente omicidi illegali, sequestri di persona e torture, tra cui la violenza sessuale contro le detenute.

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La torta petrolifera

Ciò che sta davvero accadendo in Libia è la “Grande spartizione” tra il Sultano e lo Zar, al secolo Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin. . Russi e turchi sono pronti a spartirsi la Libia e a esercitare la loro crescente influenza nel Mediterraneo Occidentale. E’ questo che dicono le manovre aeronavali turche a largo delle coste libiche e lo schieramento dei jet russi nella base di Jufra che, secondo alcuni, hanno parzialmente sostituito i mercenari della Wagner. Ankara vuole insediarsi in Tripolitania, Mosca punta a farlo in Cirenaica. Ma dopo mesi di una campagna militare impantanata, la Russia ha ritirato il suo supporto decidendo di negoziare con Ankara i futuri assetti del paese e le relative zone di influenza. Tutto è dunque deciso? Non ancora, si legge in una documentata analisi dell’Ispi, perché ci sono temi su cui i due paesi, entrambi impegnati in Libia, si trovano su sponde decisamente opposte: la Russia vuole fermare l’avanzata delle forze di Tripoli prima che raggiungano Sirte e, soprattutto, vuole garantirsi un avamposto militare in Cirenaica. Ankara frena, e dalla sua posizione di forza cerca di assicurarsi la base di Al Watyah e il porto di Misurata, rispettivamente a ovest e a est di Tripoli. Dagli equilibri che si raggiungeranno dipende l’assetto della Libia di domani che, ancora una volta, non si deciderà né a Tripoli né a Bengasi, prosegue il documento. Da tempo infatti quella in Libia si è trasformata in una guerra per procura dove sono gli attori esterni, regionali, e globali, ha determinarne gli scenari e i possibili compromessi.

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Un progetto di spartizione della Libia che, secondo indiscrezioni, sarebbe partito allora e finalizzato in un vertice segreto tenutosi a Malta a fine ottobre 2020. La posta in gioco non è solo il controllo degli idrocarburi gestiti dalla Noc (National Oil Corporation) con importanti contratti all’Eni, è in gioco, ma l’intero asse mediterraneo.

“Gheniwa” e le sue forze di Abu Salim non solo gli unici a essere stati ricompensati nonostante le gravi violazioni dei diritti umani a loro carico. Nel gennaio 2021 Haitham al-Tajouri, capo della milizia “Brigata dei rivoluzionari di Tripoli”, è stato nominato vice di “Gheniwa” nonostante fosse stato coinvolto in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture. Sempre a Tripoli e sempre su decisione del Governo di accordo nazionale, le “Forze speciali di deterrenza” (note come “al-Radaa”), sotto il comando di Abdel Raouf Kara, sono state integrate nel ministero dell’Interno nel 2018 e trasferite sotto il Consiglio di presidenza nel settembre 2020.

Amnesty International e altri organismi, tra cui le Nazioni Unite, hanno documentato il coinvolgimento di “al-Radaa” in sequestri di persona, sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali, lavori forzati, attacchi alla libertà d’espressione e persecuzione ai danni di donne e di esponenti della comunità Lgbtq+. Nel settembre 2020, il Governo di accordo nazionale ha anche promosso Emad al-Trabulsi, capo della milizia “Sicurezza pubblica”, a vicedirettore dell’intelligence nonostante il coinvolgimento di questa milizia in violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, tra cui sparizioni forzate. I vari governi libici non hanno portato di fronte alla giustizia gli appartenenti alle milizie di Misurata, responsabili di crimini di guerra tra cui attacchi contro la popolazione civile, come quello contro la città di Tawarga nel 2011 che causò lo sfollamento forzato di circa 40.000 persone. Le milizie di Misurata hanno sottoposto gli abitanti ad arresti arbitrari di massa, uccisioni illegali, torture con esiti a volte mortali e sparizioni forzate. Le Forze armate arabe libiche, un gruppo armato che controlla buona parte della Libia centrale e orientale, non hanno arrestato il capo miliziano Mahmoud al-Werfalli, ricercato dal Tribunale penale internazionale per l’omicidio di 33 persone, promuovendolo invece a luogotenente della “Brigata Saiqa”. Varie altre persone, contro le quali lo stesso Tribunale aveva spiccato un mandato di cattura per presunti crimini contro l’umanità o sottoposti a sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel traffico di esseri umani, rimangono al riparo dalla giustizia e hanno persino preso parte al conflitto armato, dalla parte del Governo di accordo nazionale o delle Forze armate arabe libiche.

Queste ultime continuano a proteggere i capi della “Nona brigata” (nota come “Forze al-Kaniat”) coinvolta in omicidi di massa, del disfacimento di cadaveri in fosse comuni, di torture e di sequestri di persona nella città di Tarhuna. Contribuiscono ad evitare l’accertamento delle responsabilità anche ulteriori parti. L’Egitto, ad esempio, ha continuato a proteggere Khalid al-Tuhamy, capo della sicurezza ai tempi di Gheddafi e ricercato dal Tribunale penale internazionale, fino alla sua morte avvenuta alcune settimane fa. Il 6 febbraio i negoziati guidati dalle Nazioni Unite hanno portato all’annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, col compito di organizzare le elezioni nazionali nel corso dell’anno. Ma se di questo nuovo governo entreranno a far parte i capi delle milizie, il futuro della Libia continuerà a essere nero”, conclude Noury.

Hai voglia a dichiarare, addolcire, contenere, sminuire, rassicurare…Fatica sprecata, cari minimizzatori. L’imbroglio libico è un dato della realtà, anche se la vostra narrazione non lo contempla.

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