Quel Memorandum infame Italia-Libia e il Parlamento inerte: "Not in my name"
Top

Quel Memorandum infame Italia-Libia e il Parlamento inerte: "Not in my name"

2 Novembre l’infame Memorandum d’intesa Italia-Libia sarà automaticamente rinnovato. Il Parlamento si sarebbe dovuto riunire e votare la sua cancellazione o modifica. Niente di tutto questo avverrà

Quel Memorandum infame Italia-Libia e il Parlamento inerte: "Not in my name"
Lager in Libia
Preroll

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

29 Ottobre 2022 - 12.48


ATF

Not in my name. Nessuna illusione ma tanta rabbia e determinazione nel continuare a battersi per i più indifesi tra gli indifesi: i migranti. Nessuna illusione. Il 2 Novembre l’infame Memorandum d’intesa Italia-Libia sarà automaticamente rinnovato. Il Parlamento si sarebbe dovuto riunire e votare la sua cancellazione o modifica. Niente di tutto questo avverrà. E così nell’inerzia complice dei rappresentanti (sic) del popolo il patto della vergogna sarà automaticamente rinnovato per altri 3 anni. 

Vergogna e protesta

“Non vogliamo che in nome dell’Italia si compiano crimini contro l’umanità”. Oltre 40 associazioni chiedono di non rinnovare il Memorandum con Libia per il contrasto all’immigrazione illegale. L’accordo, firmato dal governo Gentiloni nel 2017, impegna l’Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione, ossia la guardia costiera libica. Vi ha fatto seguito l’istituzione della zona Sar libica, un’ampia area marittima in cui i guardacoste libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso. Se entro il 2 novembre – cioè tre mesi prima della scadenza a febbraio – il governo italiano non revocherà o modificherà il Memorandum verrà rinnovato automaticamente per altri 3 anni. “Un’operazione di soccorso deve approdare in un posto sicuro e la Libia non lo è”, contestano le associazioni che hanno spiegato le loro ragioni in una conferenza stampa, svoltasi il 26 ottobre, seguita da una manifestazione in piazza, all’Esquilino, per chiedere una modifica in extremis. Presenti alla conferenza stampa i rappresentanti di molte associazioni in difesa dei diritti umani e ong che si occupano dei salvataggi in mare. 


    E anche esponenti del centro sinistra, tra cui Elly Schlein, Matteo Orfini, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi. La Libia per i migranti “è un posto in cui si vive costantemente nella paura, le cure mediche sono inesistenti – ha sottolineato Claudia Lodesani, presidente di Medici Senza Frontiere Italia – e un paese paladino dei diritti umani non può fare nessun accordo con la Libia. Il salvataggio in mare è uno dei canali possibili di uscita, se ci fossero vie legali per fuggire le userebbero”. È stato posto l’accento sulla “criminalizzazione” delle ong in mare: “Siamo diventati il bersaglio di ogni politica contro i flussi migratori – dice Valentina Brinis di Open Arms, ong presente del Mediterraneo dal 2016 – ci siamo trovati a dover firmare il Codice di condotta, siamo stati accusati di lavorare in combutta con gli scafisti o di essere noi stessi scafisti, di essere fattore di attrazione per cui le persone partono in mare, affermazione smontata dai fatti”. 

Quel muro criminale

Ne scrivono su Avvenire Lorenzo Bagnoli e Fabio Papetti Irpi Media), con la collaborazione di Anonella Mautone). Da leggere per essere ancora più informati e, passateci il francesismo, incazzati. “Dal primo gennaio alla fine di settembre 2022 oltre 16mila migranti sono stati riportati indietro dalle forze marittime della Libia. Le «operazioni» sono state più di 160; in netto aumento rispetto al passato. La parola «operazione» in questo contesto può assumere due significati: salvataggio oppure intercettazione di un gommone di migranti. Per questi ultimi il finale è sempre lo stesso: il rientro in un centro di detenzione della Libia, dove subiscono abusi e torture, fino al prossimo tentativo di traversata. 

Al momento, per le stime ufficiali, sarebbero circa 3mila i migranti detenuti. Senza il contributo dell’Italia e di altri paesi europei, la Libia non avrebbe delle forze marittime in grado di svolgere queste operazioni. A dare maggiore impulso alla collaborazione Italia-Libia è stato il Memorandum of Understanding firmato con Tripoli nel febbraio 2017, che si rinnoverà automaticamente entro il 2 novembre per altri tre anni. Nel solco di questo accordo, l’Italia ha fornito almeno 12 navi e gestisce gli affidamenti delle gare per la loro manutenzione; fornisce equipaggiamenti, somministra corsi di formazione, guida il progetto per la creazione di un centro di coordinamento delle operazioni di salvataggio (in inglese Maritime rescue coordination center – Mrcc).

Le fonti di finanziamento per questi progetti sono sia italiane, sia europee e non le amministra un’unica cabina di regia. Il risultato è una spesa frammentata e poco trasparente, suddivisa su diverse stazioni appaltanti: Polizia, Guardia di Finanza, Marina Militare ed Invitalia, l’agenzia che ha tra le sue funzioni implementare i progetti europei. Da anni molte organizzazioni chiedono una diversa condivisione dei dati, alla luce delle ripetute violazioni dei diritti umani dei migranti e delle morti in mare. A dispetto della spesa, il tasso di mortalità del 2021 è stato del 4,7%, quello del 2017 era il 2,6%. Il dato indica la percentuale di persone annegate e disperse sul totale di chi è partito quell’anno. 

Dallo scorso anno ActionAid gestisce un osservatorio sulle spese per l’esternalizzazione delle frontiere, The Big Wall, il Grande Muro. Ha tracciato l’impegno di oltre un miliardo di euro (soldi italiani, a volte con l’aiuto dell’Ue) a partire dal 2015. Insieme a IrpiMedia, The Big Wall ha analizzato esattamente quanti e dove sono stati spesi questi finanziamenti nel Mediterraneo Centrale.

Il caos libico.

In Libia le forze marittime sono frammentate e contaminate dai gruppi armati di varia appartenenza. Ci sono formazioni che rispondono a signori della guerra per la maggior parte fedeli alla presidenza del Consiglio, quindi al premier Dbeibah. Poi ci sono le forze “ufficiali”, cioè la Guardia Costiera Libica (Gcl) e l’Amministrazione generale della sicurezza costiera (di cui Gacs è l’acronimo inglese), che sono affiliate al ministero della Difesa e al ministero dell’Interno di Tripoli. Anche queste due sono infiltrate da alcune milizie, come la brigata al-Nasr, considerata dalle Nazioni Unite un’organizzazione di trafficanti di esseri umani e contrabbando di gasolio.

La brigata è responsabile della Gcl di Zawiyah, ovest della Libia. Gli uomini di al-Nasr sono guardie e ladri allo stesso tempo, interessati alle forniture italiane per imporre il proprio potere in mare. Per loro e per altre forze marittime della Libia la promessa di effettuare salvataggi dei migranti è stata negli anni una moneta di scambio.

Il progetto Sibmmil.

La prima fase del Support to Integrated Border Management and Migration Management in Libya, acronimo Sibmmil, avrebbe dovuto concludersi nel 2020 ma solo nel corso del 2022 ha ottenuto alcuni dei risultati previsti. È uno dei principali mattoni del Grande Muro del Mediterraneo Centrale. Ha come obiettivi principali il rafforzamento sia delle capacità di salvataggio in mare, sia del controllo del confine marittimo. Tra il 2017 e il 2022, secondo la Ragioneria di Stato, l’Italia ha speso 27,2 milioni di euro di fondi europei dedicati a questo progetto. La dotazione prevista è di circa 44,5 milioni di euro, di cui l’Italia ha fornito circa 2 milioni. Il nostro ministero dell’Interno ne è l’ente attuatore. Tra i beneficiari del progetto, c’è anche l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), agenzia affiliata alle Nazioni Unite a cui spetta, tra le varie mansioni, «l’effettiva verifica dei pubblici ufficiali libici che partecipano all’addestramento affinché siano esclusi coloro che hanno commesso abusi e violazioni dei diritti umani». La strategia sembra rispondere alle rivelazioni del 2019 di Avvenire: tra i guardacoste che arrivarono in Italia per la formazione c’era anche Adel Rahman al-Milad detto Bija, esponente del clan al-Nasr, accusato di traffico di migranti e contrabbando di gasolio. Il processo di verifica dovrebbe evitare che l’incidente si ripeta. Dei 27,2 milioni di euro spesi dall’Italia è stato possibile tracciarne oltre quattro-quinti, circa 20 milioni, tra appalti già completati e altri in corso di assegnazione. Le principali voci di spesa sono 8,3 milioni per nuovi mezzi marini (20 barche veloci di diverse lunghezze); 3,4 per mezzi terrestri (30 fuoristrada, 14 ambulanze e dieci minibus); 5,7 per ricambi e manutenzione degli assetti navali; un milione in attività di addestramento e un milione per 14 container (dieci dei quali arrivati a Tripoli lo scorso dicembre). Il bando di gara prevede che uno di questi diventi la sede dell’Mrcc, il centro di coordinamento dei salvataggi in mare, una delle forniture fondamentali per rendere le forze marittime libiche indipendenti. Secondo il ministro della Difesa del governo uscente Guerini, «dal 3 luglio 2020 l’attività è condotta in piena autonomia dalla marina libica presso proprie infrastrutture a terra e senza coinvolgimento alcuno del personale della Difesa italiano» (7 luglio 2021, Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato). Fonti dalla Libia smentiscono, però, questa ricostruzione.

Il ruolo di coordinamento.

A parlare è una persona che fino al 2021 è stata dentro il centro di coordinamento dei salvataggi a Tripoli e che ancora oggi conosce l’intera catena di comando. Parla in forma anonima, perché non è autorizzata a rilasciare interviste. Il container con il centro di coordinamento previsto dal progetto Sibmmil sarebbe bloccato al porto commerciale a causa di un braccio di ferro tra Marina militare e Guardia costiera, le due forze che rispondono al ministero della Difesa. La Gcl vuole maggiore autonomia nella gestione dei salvataggi all’interno di una base a Tajoura, a est della capitale. Oggi il coordinamento funziona da un appartamento nel centro della città. Le indicazioni sulle navi in difficoltà arrivano ancora per lo più dall’Italia (in misura molto minore da Malta e Spagna). Quando l’europarlamentare della Die Linke Özlem Demirel ha chiesto queste stesse informazioni, la Commissione ha risposto, ad aprile, che «al momento stiamo discutendo con le autorità libiche per identificare il luogo più adatto per l’Mrcc» e non ha fornito indicazioni su dove si trova l’ufficio. Insieme al container sono arrivati in Libia anche apparecchiature radio e radar. La Marina Militare e le aziende italiane coinvolte nella fornitura hanno confermato l’invio dei materiali ma non commentato l’implementazione del progetto Sibmmil.

Così il report.

La denuncia di Save the Children

“Il 2 novembre si rinnoverà automaticamente il Memorandum Italia-Libia, con cui i Paesi sulle due sponde del Mediterraneo si impegnano ufficialmente in “processi di cooperazione, contrasto all’immigrazione illegale e rafforzamento della sicurezza delle frontiere”. Questo è ciò che, in teoria, l’accordo tra Italia e Libia dovrebbe prevedere, ma ciò che avviene ormai da 5 anni sotto gli occhi di tutti si traduce in un crimine contro l’umanità.

È inaccettabile per l’Italia rinnovare gli accordi con un Paese dove permangono e si sono acutizzate continue violazioni dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia.

Il trattato è un documento d’intesa tra i due Paesi firmato per la prima volta il 2 febbraio 2017, sotto il governo Gentiloni. L’accordo, con durata di tre anni e rinnovo automatico, prevede che il governo italiano fornisca aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche per ridurre i flussi migratori, ai quali viene affidato la sorveglianza del Mediterraneo attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione. Ma le parole sulla carta non corrispondono alla realtà.

Omissione di soccorso, respingimenti, detenzioni arbitrarie, stupri e violenze: ecco a cosa sono sottoposti i migranti e rifugiati in Libia e non possiamo restare in silenzio di fronte a tutto questo. È chiaro a chiunque cosa avviene ogni giorno nel Mediterraneo e nei centri di detenzione in Libia, ma l’attenzione da parte della politica e delle Istituzioni è nulla, anzi sembra remare contro. L’Italia e l’Unione Europea continuano a impiegare in Libia sempre più risorse pubbliche e a considerare la Libia un Paese con cui poter stringere alleanze, all’interno di un complesso sistema basato sulle politiche di esternalizzazione delle frontiere, che delega ai Paesi di origine e transito la gestione dei flussi migratori, con il sostegno economico e la collaborazione dell’Unione Europea e degli Stati membri. La guerra in Ucraina ha dimostrato che in Europa un’altra accoglienza è possibile ma anche mostrato la ferocia di un doppio standard per chi arriva dal Mediterraneo.

Diritti negati di comune accordo 

Come già detto, e purtroppo più volte visto, il Memorandum non si limita a creare progetti di cooperazione bilaterale. L’accordo prevede infatti il sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, attraverso fondi, mezzi e addestramento: continuare a supportarla, non solo equivale a contribuire direttamente al respingimento di uomini, donne e bambini ma anche sostenere i centri di detenzione, definiti ufficialmente “centri di accoglienza”, dove le persone vedono quotidianamente calpestati i propri diritti, sottoposte a trattamenti inumani e degradanti.

Dal 2017 all’11 ottobre 2022 quasi centomila bambini, donne e uomini sono stati intercettati in mare dai dalla Guardia Costiera Libica, per poi essere riportate in un Paese che non può essere considerato sicuro. Essere una persona migrante in Libia significa infatti essere costantemente a rischio: di essere arrestato, detenuto, abusato, picchiato, sfruttato. Significa vedersi spogliati di ogni diritto e non ricevere alcuna tutela.

Tutto ciò si inserisce in un quadro politico particolarmente instabile, in cui le violenze contro la popolazione crescono di anno in anno, così come gli sfollati. Sono numerosi i report delle Nazioni Unite, confermati anche dalle testimonianze dei migranti che riescono a lasciare il Paese, che riportano come episodi di violenza, torture e riduzione in schiavitù siano all’ordine del giorno nei centri di detenzione in Libia. In più, vengono confermate la commistione delle autorità libiche con le milizie, e il loro coinvolgimento nel sistema di detenzionearbitraria, sfruttamento e abuso dei migranti e dei richiedenti asilo. In questo scenario è sempre più difficile tracciare i fondi e i mezzi inviati grazie al nostro Memorandum. 

Un rinnovo inaccettabile  

La Libia è un Paese che presenta situazioni di insicurezza e instabilità verso il quale non vanno in nessun modo sostenuti rimpatri o trasferimenti, inclusi quelli dei minori. È evidente che riformare o migliorare il sistema Memorandum ed in generale di blocco delle partenze dalla Libia vorrebbe dire continuare a mantenere intatte le condizioni affinché proseguano le violazioni ai danni di donne, uomini, bambini e bambine. Sussiste infatti, un’impossibilità strutturale di apportare qualsiasi forma di miglioramento delle condizioni di vita delle persone migranti in Libia, a cui si aggiunge un inadeguato accesso dei richiedenti asilo e rifugiati alla protezione internazionale.

Il Memorandum Italia-Libia non sta ponendo nessun limite alle violazioni dei diritti delle persone migranti, al contrario crea proprio le condizioni per il loro proseguimento, agevolando indirettamente pratiche di sfruttamento e di tortura consumate regolarmente e tali da costituire crimini contro l’umanità, così come definito dalla Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite.

È urgente che l’Italia è l’Europa riconoscano le proprie responsabilità e non rinnovino gli accordi con la Libia”.

Così Save the Children. 

E tutto questo avviene con un Governo guidato da un Primo ministro che non ha abbandonato l’idea del blocco navale nelle coste libiche, semmai ne ha edulcorato la formulazione, con un ministro dell’Interno che ha dichiarato guerra alle Ong, sostenuto dal vice presidente del Consiglio leghista. E l’opposizione? Tranne poche, lodevoli, eccezioni, tace o al massimo fa qualche dichiarazione che lascia il tempo che trova. Potevano fare un gesto simbolico: autoconvocarsi alla Camera il 2 per dire no al rinnovo del Memorandum. Ad oggi, non è avvenuto. Ma una cosa è certa. Il 5 Novembre a Roma saranno, saremo in tanti a gridare Not in my name. 

Native

Articoli correlati