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Novantotto candidati e un dimissionario: la farsa delle elezioni in Libia

Verrebbe da ridere se il palcoscenico di questa farsa non fosse impregnato di sangue. E in questo caos si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali e politiche fissate per il 24 dicembre.


Umberto De Giovannangeli

24 Novembre 2021


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Novantotto candidati. Un record mondiale. Verrebbe da ridere se il palcoscenico di questa farsa non fosse impregnato di sangue. Libia, caos totale. E in questo caos si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali e politiche fissate per il 24 dicembre.

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Caos totale

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 Dopo dieci anni di sanguinosa guerra civile e incessante lotta per il potere, le prime elezioni democratiche libiche dalla caduta di Muammar Gheddafi confermano la frammentazione che ha caratterizzato il Paese negli ultimi anni e che ne ha impedito la costituzione di un governo duraturo e legittimato da tutte le realtà presenti. Alla scadenza della deadline per la presentazione delle candidature alla nuova presidenza della Libia, in vista del voto del 24 dicembre, sono infatti 98 le persone che hanno deciso di intraprendere la corsa elettorale, come preannunciato dal sito Ean Libya in vista di un annuncio ufficiale da parte dell’Alta commissione elettorale libica (Hnec) che poi sottoporrà le candidature al vaglio della magistratura e di un’autorità amministrativa per ulteriori controlliCiò che maggiormente preoccupa gli osservatori è il fatto che i nomi più in vista siano anche quelli che creano maggiori tensioni tra gli oppositori, con il rischio di un mancato riconoscimento del risultato elettorale e lo scoppio di nuove tensioni che romperebbero una tregua che dura ormai da mesi. E tutta l’attenzione si concentra su due candidati di primo piano, il figlio dell’ex Raìs, Saif Al-Islam Gheddafi, e il generale Khalifa Haftar.

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Nani e ballerine..in armi

Dure proteste si sono levate nei giorni scorsi  dai leader di diverse città del Paese, in particolar modo della zona di Misuratache vanta potenti milizie, nemica dell’uomo forte della Cirenaica e dalla quale iniziò, nel 2011, la rivolta contro il regime gheddafiano. Adesso anche il viceprocuratore militare libico, Mohammed Gharouda, ha affermato che il suo ufficio attende sempre una risposta alla lettera in cui ha chiesto all’Alta Commissione elettorale nazionale (Hnec), incaricata di valutare la legittimità delle candidature, di respingere quelle di Gheddafi Jr. e di Haftar a causa di un loro coinvolgimento in crimini di guerra. Gharouda parlando in tv ha ricordato che contro il generale e il secondogenito del defunto Raìssono state intentate anche cause civili, con il procuratore militare, Masoud Erhouma, che ha già presentato una richiesta all’Hnec per congelare le due candidature fino a quando non saranno sottoposti a interrogatorio sui casi presentati in tribunale contro di loro. Saif al-Islam è anche ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja fin dal 2011 per crimini contro l’umanità. Un’ipotetica bocciatura di queste due candidature rischierebbe però di scatenare il caos nel Paese, impedendo lo svolgimento di elezioni libere e democratiche. Se per quanto riguarda Gheddafi i sondaggi di diversi media, tra cui al-Arabiya, sostengono che tra il 50% e il 70% della popolazione non sia contraria a un governo guidato da lui, con una sua esclusione che potrebbe generare, quindi, una scarsissima affluenza al voto, nella migliore delle ipotesi, se non rivolte locali, per quanto riguarda Haftar il timore è che il generale torni su posizioni bellicose, dopo la fallita offensiva su Tripoli del 2019, cercando di prendere il potere militarmente impedendo lo svolgimento del voto.

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Tra queste candidature si inserisce anche quella ufficializzata qualche giorno fa dell’attuale premier del Governo di Unità Nazionale, Abdul Hamid Dbeibeh. Anche il suo passo in avanti rischia di destabilizzare l’attuale situazione nel Paese: candidandosi, Dbeibeh perde definitivamente l’immagine di primo ministro di transizione e imparziale, esponendosi a critiche tra alcune anime della popolazione, tenendo conto che non avrebbe potuto candidarsi in base alle attuali leggi elettorali libiche e che lui stesso aveva promesso che non si sarebbepresentato alle elezioni di quest’anno, condizione per assumere il ruolo di premier. Per essere eleggibile, avrebbe anche dovuto dimettersi dalle funzioni governative almeno tre mesi prima della data del voto, cosa che non ha fatto.

Pretendenti e dimissionari

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Ed è in questo caos totale che calano le dimissioni a sorpresa dell’inviato speciale dell’Onu per la Libia, il diplomatico slovacco Jan Kubis, in carica da gennaio. Lo riferiscono fonti diplomatiche delle Nazioni Unite, sottolineando che al momento non è stata data alcuna motivazione per la decisione. “Kubis si è dimesso”, ha fatto sapere un diplomatico del Palazzo di Vetro, come poi confermato da altre fonti Onu, secondo le quali probabilmente l’inviato speciale sentiva di non avere “abbastanza sostegno”. Il Consiglio di Sicurezza è diviso sull’opportunità di riconfigurare la direzione della missione Unsmil, con diversi membri che chiedono che la sede dell’inviato speciale sia spostata da Ginevra a Tripoli. Kubis invece sarebbe stato riluttante a trasferirsi. Inoltre, secondo quanto rivelato da altre fonti diplomatiche, il 69enne era criticato da più parti perché non ha esercitato il controllo adeguato lasciando troppo campo libero ai libici per quanto riguarda il processo elettorale, tanto che il suo futuro era dato per incerto con il dubbio che il suo mandato in scadenza a febbraio non venisse rinnovato. Dalla portavoce della missione Onu in Libia (Unsmil) ad ora è arrivato soltanto un “nessun commento”.  

Dieci anni di caos armato

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Vale oggi quanto raccontato da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, in occasione dei dieci anni della “Rivoluzione del 17 febbraio”, che segnò la fine dell’era Gheddafi.

Dieci anni e sette mesi dopo, “in Libia  – rimarca Noury – la giustizia per le vittime di crimini di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani come omicidi illegali, sparizioni forzate, torture, sfollamenti forzati e sequestri di persona commessi da milizie e gruppi armati – si fa ancora attendere. Il motivo è semplice: omaggiandole sin dal 2012 con una legge che concesse piena immunità per le azioni commesse al fine di “proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio”, le varie autorità libiche hanno promosso e legittimato capi delle milizie responsabili di feroci violazioni dei diritti umani, mettendoli a libro-paga e integrandoli nelle istituzioni-chiave dello Stato, come i ministeri della Difesa e dell’Interno, o conferendo loro incarichi ad hoc. Alcune biografie di capi delle milizie sono inquietanti tanto quanto la loro ascesa al potere. Nel gennaio 2021 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale di Tripoli ha nominato Abdel Ghani al-Kikli (noto come “Gheniwa”), capo della milizia “Forza di sicurezza centrale di Abu Salim”, a capo di un nuovo organismo chiamato “Autorità di sostegno alla stabilità”, con riporto diretto alla presidenza. “Gheniwa” è uno dei più potenti capi delle milizie tripoline costituitesi dopo il 2011 in uno dei più popolosi quartieri della capitale, Abu Salim. Nel suo nuovo incarico, “Gheniwa” e la sua agenzia avranno ampi per quanto vaghi poteri, compresi quelli dell’applicazione della legge, come ad esempio arrestare persone per motivi di “sicurezza nazionale”. Tutto questo nonostante negli ultimi 10 anni Amnesty International abbia documentato crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di gruppi sottoposti al suo comando.Nel 2013 e nel 2014 le ricerche di Amnesty hanno scoperto che persone detenute dalle forze di sicurezza controllate da “Gheniwa” erano state sottoposte a sequestri e torture a volte con esiti mortali. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è arrivata a simili conclusioni, comprese quelle relative alle morti in custodia sotto tortura, mentre il Panel di esperti sulla Libia ha denunciato attacchi contro i civili da parte delle forze di “Gheniwa”. Il Governo di accordo nazionale aveva fornito già dal 2016 legittimazione e stipendi alle milizie di “Gheniwa”, integrando suoi uomini nel ministero dell’Interno e così favorendo ulteriormente omicidi illegali, sequestri di persona e torture, tra cui la violenza sessuale contro le detenute.

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La torta petrolifera

Ciò che sta davvero accadendo in Libia è la “Grande spartizione” tra il Sultano e lo Zar, al secolo Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin. . Russi e turchi sono pronti a spartirsi la Libia e a esercitare la loro crescente influenza nel Mediterraneo Occidentale. E’ questo che dicono le manovre aeronavali turche a largo delle coste libiche e lo schieramento dei jet russi nella base di Jufra che, secondo alcuni, hanno parzialmente sostituito i mercenari della Wagner. Ankara vuole insediarsi in Tripolitania, Mosca punta a farlo in Cirenaica. Ma dopo mesi di una campagna militare impantanata, la Russia ha ritirato il suo supporto decidendo di negoziare con Ankara i futuri assetti del paese e le relative zone di influenza. Tutto è dunque deciso? Non ancora, si legge in una documentata analisi analisi dell’Ispi, perché ci sono temi su cui i due paesi, entrambi impegnati in Libia, si trovano su sponde decisamente opposte: la Russia vuole fermare l’avanzata delle forze di Tripoli prima che raggiungano Sirte e, soprattutto, vuole garantirsi un avamposto militare in Cirenaica. Ankara frena, e dalla sua posizione di forza cerca di assicurarsi la base di Al Watyah e il porto di Misurata, rispettivamente a ovest e a est di Tripoli. Dagli equilibri che si raggiungeranno dipende l’assetto della Libia di domani che, ancora una volta, non si deciderà né a Tripoli né a Bengasi, prosegue il documento. Da tempo infatti quella in Libia si è trasformata in una guerra per procura dove sono gli attori esterni, regionali, e globali, ha determinarne gli scenari e i possibili compromessi.

Un progetto di spartizione della Libia che, secondo indiscrezioni, sarebbe partito allora e finalizzato in un vertice segreto tenutosi a Malta a fine ottobre 2020. La posta in gioco non è solo il controllo degli idrocarburi gestiti dalla Noc (National Oil Corporation) con importanti contratti all’Eni, è in gioco, ma l’intero asse mediterraneo.

“Gheniwa” e le sue forze di Abu Salim non solo gli unici a essere stati ricompensati nonostante le gravi violazioni dei diritti umani a loro carico. Nel gennaio 2021 Haitham al-Tajouri, capo della milizia “Brigata dei rivoluzionari di Tripoli”, è stato nominato vice di “Gheniwa” nonostante fosse stato coinvolto in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture. Sempre a Tripoli e sempre su decisione del Governo di accordo nazionale, le “Forze speciali di deterrenza” (note come “al-Radaa”), sotto il comando di Abdel Raouf Kara, sono state integrate nel ministero dell’Interno nel 2018 e trasferite sotto il Consiglio di presidenza nel settembre 2020.

Amnesty International e altri organismi, tra cui le Nazioni Unite, hanno documentato il coinvolgimento di “al-Radaa” in sequestri di persona, sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali, lavori forzati, attacchi alla libertà d’espressione e persecuzione ai danni di donne e di esponenti della comunità Lgbtq+. Nel settembre 2020, il Governo di accordo nazionale ha anche promosso Emad al-Trabulsi, capo della milizia “Sicurezza pubblica”, a vicedirettore dell’intelligence nonostante il coinvolgimento di questa milizia in violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, tra cui sparizioni forzate. I vari governi libici non hanno portato di fronte alla giustizia gli appartenenti alle milizie di Misurata, responsabili di crimini di guerra tra cui attacchi contro la popolazione civile, come quello contro la città di Tawarga nel 2011 che causò lo sfollamento forzato di circa 40.000 persone. Le milizie di Misurata hanno sottoposto gli abitanti ad arresti arbitrari di massa, uccisioni illegali, torture con esiti a volte mortali e sparizioni forzate. Le Forze armate arabe libiche, un gruppo armato che controlla buona parte della Libia centrale e orientale, non hanno arrestato il capo miliziano Mahmoud al-Werfalli, ricercato dal Tribunale penale internazionale per l’omicidio di 33 persone, promuovendolo invece a luogotenente della “Brigata Saiqa”. Varie altre persone, contro le quali lo stesso Tribunale aveva spiccato un mandato di cattura per presunti crimini contro l’umanità o sottoposti a sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel traffico di esseri umani, rimangono al riparo dalla giustizia e hanno persino preso parte al conflitto armato, dalla parte del Governo di accordo nazionale o delle Forze armate arabe libiche.

Queste ultime continuano a proteggere i capi della “Nona brigata (nota come “Forze al-Kaniat”) coinvolta in omicidi di massa, del disfacimento di cadaveri in fosse comuni, di torture e di sequestri di persona nella città di Tarhuna. Contribuiscono ad evitare l’accertamento delle responsabilità anche ulteriori parti. L’Egitto, ad esempio, ha continuato a proteggere Khalid al-Tuhamy, capo della sicurezza ai tempi di Gheddafi e ricercato dal Tribunale penale internazionale, fino alla sua morte avvenuta alcune settimane fa. Il 6 febbraio i negoziati guidati dalle Nazioni Unite hanno portato all’annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, col compito di organizzare le elezioni nazionali nel corso dell’anno. Ma se di questo nuovo governo entreranno a far parte i capi delle milizie, il futuro della Libia continuerà a essere nero”, conclude Noury.

Il punto è, aggiungiamo noi, che dieci anni dopo quella sciagurata guerra voluta dalla Francia e subita dall’Italia, non si vuol prendere atto che la Libia del post-Gheddafi è uno Stato fallito, dove a farla da padroni, quelli veri, sono signori della guerra, trafficanti di esseri umani, banditi di vario genere e caratura, improbabili “tecnici” spacciati per leader politici, signor nessuno come era l’ormai dimenticato Fayez al-Sarraj. Il tutto in un Paese in cui operano, direttamente o per procura, attori esterni che ambiscono a mettere le mani sulla torta petrolifera libicaa. L’elenco è lunghissimo. Solo per citarne i più attivi: Russia, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar. E un po’, ma nemmeno tanto, defilata, la Francia. La verità che si cerca di nascondere è che l’obiettivo praticato da molti di questi attori esterni è quello della spartizione territoriale della Libia, e delle sue ricchezze di gas e petrolio. 

Il resto, è fuffa. Tragicommedia. Come le elezioni del 24 dicembre. 

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