Grandi assenti e presenze imbarazzanti. Benvenuti al G20 nella Città eterna. In una Roma super blindata, i Grandi della Terra si ritrovano per discutere dei mali del pianeta. Discutere, non decidere. Per decidere c’è bisogno di una reale condivisione di obiettivi e di strumenti per realizzarli. E su grandi temi quali la lotta al cambiamento climatico, migranti, solo per citarne alcuni, le divisioni sono profonde e, a breve-medio termine, difficilmente componibili.
I grandi assenti
Mancheranno i leader cinese e russo, Xi Jinping e Vladmir Putin, che hanno spiegato l’assenza con le preoccupazioni per la pandemia; dovrebbero seguire i lavori via video. Figurano tra i grandi assenti anche il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, il re saudita Salman, il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador. Parteciperà invece di persona il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che poi salterà invece la Cop26 di Glasgow dove la sua controversa politica sull’Amazzonia sarà nel mirino.
Il summit dei leader è spesso considerato poco più di una “photo opportunity”, come nota in un’analisi Paolo Magri del think tank «Ispi», ma per giudicarlo bisogna guardare anche all’operato negli incontri avvenuti nel corso dell’anno, prima di quello finale. L’Italia si è detta orgogliosa del summit organizzato lo scorso maggio, che ha portato alla promessa dei Paesi più ricchi di centinaia di milioni di dosi di vaccino per i più poveri. Il G20 ha portato all’impegno di vaccinare almeno il 40% della popolazione mondiale entro il 2021. Ma è anche vero che i Paesi che compongono i 20 Paesi membri hanno ricevuto un numero di dosi pro capite 15 volte maggiore rispetto ai Paesi dell’Africa sub-sahariana e che, nell’ambito dell’iniziativa Covax promossa dall’Onu, solo 194 milioni di dosi sono state date dai Paesi ad alto reddito sui 1,3 miliardi di dosi promesse. Ci sono divergenze anche sui brevetti: India e Sudafrica continuano a premere sulla sospensione dei brevetti sui vaccini contro il Covid-19 e intendono portare, a fine novembre, la questione sul tavolo della World Trade Organization, nonostante le decise resistenze del blocco G7. Molti esperti inoltre premono perché il G20 sia più incisivo istituendo un meccanismo per prepararsi a future pandemie.
Non c’è un bel clima
I Grandi inquinatori non demordono. Cina (dove è appena stato presentato il libro bianco ‘Politiche e Azioni della Cina nell’affrontare il cambiamento climatico’), Russia e Brasile hanno già annunciato che non saranno presenti alla COP 26. Altri Paesi, come il Giappone, non hanno ancora dato la conferma definitiva. “Spero ancora che Xi Jinping venga a Glasgow”, ha dichiarato il ministro britannico e presidente della COP 26 Alok Sharma, che già aveva commentato: “Sarà più difficile di Parigi”. Parlando del vertice di Roma, in queste ore Draghi ha ribadito che “la crisi climatica può essere affrontata solo se tutti Paesi del G20 decidono di agire in modo simultaneo, coordinato e coraggioso”.
Spiega Luisiana Gaita in una documentata analisi su Il Fatto Quotidiano: “L’obiettivo ideale sarebbe quello di strappare un’intesa sulle zero emissioni nette entro il 2050 (la Germania punta al 2045) con significative riduzioni entro il 2030 e l’impegno a rimanere sotto la quota di 1,5 gradi di aumento della temperatura. Gli Usa hanno annunciato che dimezzeranno le proprie emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, mentre l’Ue dovrebbe ridurle del 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990). La Cina, invece, ha annunciato le zero emissioni entro il 2060 (con il picco massimo prima del 2030), ma ha continuato a costruire nuove centrali a carbone, investendo nelle energie rinnovabili un terzo rispetto a quello che fa per il fossile. Tutte azioni in contrasto con il piano appena pubblicato per abbattere l’utilizzo dei combustibili fossili. Nel ‘Libro bianco’ presentato in queste ore, si confermano gli impegni presi e si assume, come ‘obiettivo vincolante’, il taglio del 18% dal 2020 al 2025 dell’intensità del carbonio, che misura la quantità di emissioni di gas a effetto serra per unità di Pil. Il punto è che da sola la Cina emette circa il doppio dell’anidride carbonica degli Usa, che però sono i principali emettitori storici. E poi, a seconda che si vogliano considerare i singoli Stati, troviamo l’Ue (oppure, singolarmente, la Russia) e l’India. Anche la Russia si è data l’obiettivo al 2060, anche se non ha ancora spiegato come farà a raggiungerlo. Il presidente francese Emmanuel Macron (che a gennaio assumerà per sei mesi la presidenza di turno dell’Unione europea) ha parlato a Xi Jinping anche del dossier internazionale sul clima. Eppure, in questi giorni, in Francia il Climate Finance Day (evento di punta di Finance for Tomorrow) è stato interrotto da un blitz di attivisti che denunciavano come “i finanziamenti delle principali banche francesi di combustibili fossili sono quasi raddoppiati dalla COP21 e dall’adozione dell’Accordo di Parigi’.
La Cina è lontana
Rimarca Lorenzo Lamperti su La Stampa: “L’assenza dalla Cop26 rischia di pregiudicare la riuscita del vertice. Ieri la Cina ha giocato d’anticipo presentando all’Onu il suo piano aggiornato di riduzione delle emissioni. Confermato l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060, con la previsione di un abbassamento del consumo energetico del 13,5% entro il 2025. Ma nel breve e medio termine l’utilizzo dei combustibili fossili non diminuirà. Anzi, si prevede di raggiungere il picco dell’inquinamento da carbonio entro il 2030, giocando anche sullo status ufficiale di paese in via di sviluppo. Nelle ultime settimane, tra l’altro, le restrizioni già imposte sono state sospese a causa della crisi energetica, con l’ordine alle miniere di aumentare la produzione di carbone. Secondo gli esperti, miglioramenti minimi e non sufficienti per un paese responsabile di oltre un quarto dell’inquinamento da carbonio mondiale. I mancati viaggi di Xi sono ufficialmente motivati dalla sua decisione di non lasciare la Cina per tutto il 2021 a causa della pandemia, ma gli offrono la possibilità di non sedersi a tavoli a cui si sentirebbe accerchiato.
Da Pechino a Mosca. Il “clima” non cambia
Annota Anna Zafesova sempre su quotidiano torinese: “Vladimir Putin parteciperà in remoto, una necessità mentre la valanga di contagi e morti di Covid sta sommergendo la Russia, ma anche una metafora del suo essere sempre più distanziato dai palcoscenici internazionali che un tempo calcava con successo. Troppe sanzioni, troppe ostilità, troppi imbarazzi, mentre i reporter annotano chi ha preferito evitare di farsi riprendere con il leader russo per non generare polemiche e chi invece si è intrattenuto volentieri con lui (memorabile il “batti il cinque” di tre anni fa a Buenos Aires con il principe saudita Mohammed bin Salman, un altro malvisto nei salotti buoni per l’omicidio del giornalista Khashoggi). I problemi internazionali del presidente russo sono noti, e lampeggiano come un’insegna al neon sopra ogni iniziativa del Cremlino: la Crimea annessa, la guerra nel Donbass, l’intervento in Siria, tutto quello che ha spinto la Russia nell’isolamento, che Putin punta a rompere, mostrandosi non solo “manostringibile”, ma necessario.
Le necessità sulle quali la Russia potrebbe rivelarsi insostituibile sono poche, una di meno con l’abbandono dell’Afghanistan, ma la crisi del gas sembra aver riportato Mosca ai bei tempi in cui Gazprom era il suo vero ministero degli Esteri. Putin non è riuscito a trattenersi di recente dal gongolare in pubblico per gli europei che «hanno scommesso troppo sul vento» e ora hanno bisogno di gas. E così, mentre mezza Europa dell’Est negozia con Mosca i prezzi sul metano, la Moldova passa al razionamento dopo non essere riuscita a contrattare, e a Chishinau non nascondono che Gazprom era pronta a uno sconto cospicuo in cambio di un allontanamento dall’orbita Ue. Al Cremlino non hanno mai creduto molto nella possibilità della transizione energetica, e non è solo una questione di ideologia: per il maggior produttore di idrocarburi mondiale scommettere sul green è un po’ come per un macello battersi per l’obbligo del vegetarianesimo. Con l’isolamento crescente dal resto del mondo, anche nel campo delle idee, l’orologio di Mosca segna un ritardo sempre più marcato, ma invece di dargli una carica il Cremlino tenta di mettere dei pesi sulle lancette degli altri, in nome del “conservatorismo moderato” teorizzato solo pochi giorni fa da Putin”.
Ursula a sostegno di Mario
Per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen l’80% delle emissioni nocive per il clima vengono dai Paesi ma servono impegni concreti e «il G20 deve riuscire a consegnare ai Paesi più vulnerabili 100 mld di dollari l’anno per la “finanza climatica” a partire dall’anno prossimo, non dal 2023» per combattere il cambiamento climatico, l’adattamento climatico e la mitigazione. Secondo il capo dell’esecutivo comunitario Ue e Stati membri sono già i maggiori contribuenti alla finanza climatica con oltre 25 mld di dollari l’anno. “Ho promesso un’aggiunta di 5 miliardi fino al 2027 e mi aspetto che anche altri aumentino le loro ambizioni”, ha aggiunto la von der Leyen. L’Ue, dice la von der Leyen, “è sulla strada per diventare il primo continente climaticamente neutrale entro il 2050. Abbiamo già ridotto le nostre emissioni di oltre il 31% rispetto al 1990, con una crescita economica del 60%”. E ancora: “Il mondo sia in gara per raggiungere zero emissioni entro la metà del secolo. Lavorando insieme possiamo uscirne tutti vincitori”. E spiega: “Alla COP 26 abbiamo il dovere di proteggere il nostro pianeta per le generazioni future. In Europa abbiamo tutti gli strumenti a disposizione per riuscire a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030”. E conclude: “Da parte nostra siamo pronti ad attuare la tassazione globale minima entro fine anno e contiamo che il resto del mondo lo faccia entro il 2022”.
Sull’ambiente, uno dei temi su cui il premier Mario Draghi cerca di trovare l’intesa è la riduzione delle emissioni di metano del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. Il G20 ha riconosciuto che l’impatto dei cambiamenti climatici sarebbe assai più ridotto se l’aumento delle temperature restasse contenuto in 1,5 anziché 2° centigradi. Ma molti si chiedono cosa si può ottenere se il Paese che inquina di più, la Cina, non è presente.
Un rapporto illuminante
“Nello scenario peggiore, senza un’azione urgente per ridurre le emissioni di carbonio, le perdite di Pil dovute ai danni climatici nei paesi del G20 aumentano ogni anno, salendo a almeno il 4% annuo entro il 2050 che potrebbe andare oltre l’8% entro il 2100, equivalente al doppio delle perdite economiche del blocco dovute a Covid-19”.
E’ quanto emerge dall’””Atlante dei rischi climatici del G20. Impacts, policy, economics”, realizzato dalla Fondazione Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) con il supporto della European Climate Foundation e con il contributo scientifico di Enel Foundation. Dal rapporto, si evince che alcuni paesi saranno ancora più colpiti, come il Canada che potrebbe “vedere un calo del Pil di almeno il 4% entro il 2050 e di oltre il 13% (133 miliardi di euro) entro il 2100”.
Al contrario, più velocemente i paesi del G20 adottano politiche a basse emissioni di carbonio, meno gli impatti climatici cadono a cascata e più diventano gestibili, afferma il rapporto del Cmcc diffuso alla vigilia del G20. “Limitare l’aumento della temperatura a 2 gradi centigradi potrebbe far scendere il costo degli impatti climatici nel G20 ad appena lo 0,1% del suo Pil totale entro il 2050 e l’1,3% entro il 2100”.
Arnold mostra i muscoli Chi sostiene che la lotta al cambiamento climatico rischia di danneggiare l’economia è uno “stupido” o un “bugiardo”. Parola di Arnold Schwarzenegger che alla vigilia del G20 di Roma e in vista della Cop26 rivolge un appello ai leader mondiali. In un’intervista alla Bbc, l’ex governatore della California ha espresso particolare allarme per l’inquinamento atmosferico e i gas serra provenienti dalle navi suggerendo che la misura più efficace in questo senso è comprare a chilometro zero. “Bisogna acquistare prodotti locali. Ogni volta che si compra qualcosa che viene dall’estero, si fa un danno all’ambiente”. L’attore divenuto famoso con la saga di Terminator è da anni impegnato su temi ambientalisti. Dal 2003 al 2011, quando era governatore della California, ha varato una serie di misure a favore delle energie rinnovabili fissando obiettivi per ridurre i gas di scarico e le emissioni di gas serra. Di recente ha anche dichiarato di aver ridotto il consumo di carne di circa tre quarti negli ultimi anni. “Da quando mangio più verdure e seguo una dieta più vegetariana, il mio cardiologo ha detto che le mie arterie hanno smesso di restringersi”, ha detto sottolineando che la rinuncia alla carne non è stato un “sacrificio” ma un “guadagno”.
La voce di Bono
Senza una svolta per la distribuzione dei vaccini verso i Paesi più bisognosi, “potrebbe volerci più di un decennio” per mettere fine alla crisi pandemica attraverso una campagna di vaccinazione globale. E dunque “è estremamente importante che l’Italia, nel suo ruolo di Presidenza del G20, esorti gli altri Paesi ad impegnarsi affinché le promesse fatte in questi mesi si trasformino in azioni volte a porre veramente fine alla pandemia”. A lanciare l’allarme è The One Campaign, organizzazione non governativa fondata da Bono Vox. Questo deve essere il momento in cui trasformiamo gli impegni e le promesse in dosi reali da somministrare alle persone, o affrontiamo il fallimento e conviviamo con la pandemia, e le sue conseguenze, a tempo indeterminato”, avverte Emily Wigens, direttrice per l’Ue della Ong. Una nuova analisi pubblicata da The One Campaign rivela i principali ostacoli agli sforzi globali per porre fine alla pandemia: “una sfida importante rimane la distribuzione ineguale dei vaccini. Fino ad oggi, nei paesi ad alto reddito sono stati somministrati il doppio dei vaccini rispetto alle prime dosi distribuite nei paesi a basso e medio reddito”. L’altro ostacolo individuato nel report è “l’insufficiente sostegno finanziario e il fallimento nell’affrontare le conseguenze economiche della pandemia. Nonostante lo stanziamento degli storici 650 miliardi di dollari in nuovi diritti speciali di prelievi (Dsp), “la mancanza di impegno da parte di alcuni paesi ricchi di riassegnare la loro parte, rischia di paralizzare la ripresa economica per tutti”.
Le parole di Francesco
Papa Francesco auspica che i leader che prenderanno parte al G20 di Roma e al vertice di Glasgow prendano decisioni radicali sul clima. Lo afferma in un intervento alla Bbc, prima di ricevere il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Vaticano. Il Pontefice, sottolinea la Bbc, chiede infatti ai leader politici di dare concreta speranza alle future generazioni.
Arnold e Bono contro Putin e Xi: se fossimo in un film vincerebbero i “buoni”. Ma la realtà è altra cosa. E a cambiarla, purtroppo, non basta la “benedizione” del Papa.