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Quelli che accadono in Libia non sono abusi, ma sono crimini contro l'umanità

Questo terribile scenario emerge dal primo documento pubblicato dalla Commissione di inchiesta indipendente voluta a giugno 2020 dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite (Unhcr).

Il migrante morto in Libia
Il migrante morto in Libia

Umberto De Giovannangeli

5 Ottobre 2021 - 17.56


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Probabili crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati commessi in Libia: è quanto emerge dal primo documento pubblicato oggi a Ginevra dalla Commissione di inchiesta indipendente voluta a giugno 2020 dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite (Unhcr). “Vi sono fondati motivi per ritenere che in Libia siano stati commessi crimini di guerra e che le violenze perpetrate nelle carceri e contro i migranti possono costituire crimini contro l’umanità”, si legge nel comunicato odierno.

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Violazioni del diritto internazionale

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“Le nostre indagini hanno stabilito che tutte le parti in conflitto, compresi Stati terzi, combattenti stranieri e mercenari, hanno violato il diritto internazionale umanitario”, afferma Mohamed Auajjar, presidente della missione conoscitiva. “Alcune hanno anche commesso crimini di guerra”, ha aggiunto. La Commissione ha quindi identificato individui e gruppi – sia libici che attori stranieri – che potrebbero essere responsabili delle violazioni, degli abusi e dei crimini commessi nel Paese nordafricano dal 2016 ed ha elaborato un elenco “confidenziale” che rimarrà tale fino a quando non si “presenterà la necessità della sua pubblicazione o condivisione con altri meccanismi pertinenti”, ha spiegato l’Onu.

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Abusi “organizzati” in mare e nelle carceri

La Commissione di Fact Finding stabilita dal Consiglio Onu sui Diritti umani aveva il mandato di documentare presunte violazioni e abusi dall’inizio del 2016. La missione tra l’altro ha esaminato la situazione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Sono vittime di “abusi in mare, nei centri di detenzione e per mano dei trafficanti”, denuncia Chaloka Beyani, membro della Commissione, che parla di “violazioni su vasta scala commesse da attori statali e non statali, con un alto livello di organizzazione, il che suggerisce crimini contro l’umanità”. 

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L’appello al Governo

Alla denuncia si unisce nel rapporto anche un appello. Con il recente insediamento del Governo di unità nazionale, infatti, la Libia è entrata in una fase di dialogo nazionale e di unificazione delle istituzioni statali. Il rapporto dunque contiene anche un’esortazione alla politica ad intensificare gli sforzi per chiedere conto ai responsabili delle violazioni. Intanto continua il flusso di chi cerca di lasciare la Libia per ricostruirsi un futuro. Circa 500 persone sono state fatte sbarcare in una raffineria di Azzawiya, dopo essere state intercettate in mare questa mattina dalla Guardia costiera libica su un’imbarcazione di legno. È quanto riferisce su Twitter l’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr) in Libia, precisando che “del gruppo fanno parte persone provenienti da Somalia, Sudan, Bangladesh, Siria” cui si è già fornita assistenza.

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L’Onu è estremamente preoccupata per le notizie di uccisioni e uso eccessivo della forza contro migranti e richiedenti asilo a Gargaresh, oggetto di un raid da parte delle forze di polizia del governo libico che ha portato all’arresto di almeno 4000 persone. “Un migrante è stato ucciso e almeno altri 15 feriti, 6 in modo grave, quando le autorità di sicurezza libiche hanno compiuto raid contro case e rifugi temporanei di fortuna a Gargaresh, una zona di Tripoli densamente popolata da migranti e richiedenti asilo”, scrive in una nota l’assistente del segretario generale residente dell’Onu e coordinatore umanitario per la Libia, Georgette Gagnon. “Pur rispettando pienamente la sovranità dello Stato e sostenendo il suo dovere di mantenere la legge e l’ordine e di proteggere la sicurezza della loro popolazione, l’Onu invita le autorità statali a rispettare in ogni momento i diritti umani e la dignità di tutte le persone, compresi i migranti e richiedenti asilo”, si legge ancora. Secondo i rapporti di funzionari della Direzione per la lotta alla migrazione illegale, almeno 4.000 persone, tra cui donne e bambini, sono state arrestate durante l’operazione di sicurezza. Migranti disarmati sono stati molestati nelle loro case, picchiati e fucilati. Le Nazioni Unite hanno ricevuto segnalazioni di un giovane migrante ucciso da colpi di arma da fuoco. Altri cinque migranti hanno riportato ferite da arma da fuoco; due di loro sono in gravi condizioni in terapia intensiva. Ha inoltre ricevuto segnalazioni secondo cui le comunicazioni erano state interrotte con individui incapaci di comunicare, accedere alle informazioni e chiedere assistenza. La maggior parte di queste persone arrestate sono ora detenute arbitrariamente, anche in strutture di detenzione gestite dalla Direzione per la lotta alla migrazione illegale, sotto il ministero dell’Interno”.

No all’eccessivo uso della forza nel contrasto all’immigrazione

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“Le Nazioni Unite ribadiscono che l’uso eccessivo e ingiustificato della forza letale da parte delle forze di sicurezza e di polizia durante le operazioni di contrasto costituisce una violazione del diritto nazionale e internazionale”. Chiediamo alle autorità libiche di indagare sui rapporti sull’uso letale ed eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza contro i migranti nelle operazioni dei giorni scorsi”. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente condannato le condizioni disumane nei centri di detenzione della Libia in cui migranti e rifugiati sono detenuti in strutture gravemente sovraffollate con limitazioni all’accesso all’assistenza umanitaria salvavita”. “In linea con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le conclusioni di Berlino, ribadiamo il nostro appello alle autorità libiche affinché pongano fine e prevengano arresti e detenzioni arbitrarie e rilascino immediatamente le persone più vulnerabili, in particolare donne e bambini”. In questo contesto, sollecitiamo nuovamente il governo a consentire immediatamente la ripresa dell’evacuazione umanitaria volontaria operata dall’Oim e dell’Unhcr e dei voli di ritorno e delle partenze di migliaia di migranti e richiedenti asilo in Libia verso destinazioni al di fuori del paese”. “Le Nazioni Unite sono pienamente pronte a collaborare con il governo libico e le autorità competenti per rafforzare la governance della migrazione, garantendo nel contempo il pieno rispetto dei diritti umani internazionali, del diritto umanitario e dei rifugiati”.

Racconti dall’inferno

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Scrive Nello Scavo, l’inviato di Avvenire che come pochi altri conosce e documenta con rigore e coraggio i crimini contro i più indifesi: “Da quasi una settimana i più fortunati tentano di sopravvivere tra la sabbia e i sassi senza quasi più acqua né cibo in una zona desertica al confine tra Tunisia e Libia. 

Il loro ‘salvataggio’ si è infatti concluso con la deportazione in mezzo al niente. Agli altri è andata peggio: sono stati consegnati ai trafficanti libici.

È accaduto lunedì scorso quando sette barconi, quattro con a bordo persone di origine subsahariana e tre carichi di tunisini, hanno preso il mare lasciandosi alle spalle l’arcipelago delle isole Kerkennah, al largo di Sfax. Dopo 12 ore di navigazione la piccola flotta di migranti è stata intercettata dalle unità marittime della Guardia Nazionale Tunisina. Tutte le persone sono così state riportate sulla costa tunisina.

Secondo le testimonianze raccolte da diversi operatori umanitari, le persone di nazionalità tunisina sono state rilasciate, mentre gli africani subsahariani sono stati deportati sul confine libico. «Secondo le nostre fonti, il gruppo di stranieri era composto da un centinaio di persone, tra cui diverse donne e minori. Almeno tre delle donne erano incinte», spiegano alcuni legali per i diritti umani che stanno cercando di ottenere un intervento di assistenza urgente. Le immagini video consegnate ad Avvenire e riprese dagli stessi migranti, mostrano un gruppo di persone all’interno di un edificio privato. In altri filmati si vedono dei subsahariani abbandonati nel nulla. La posizione geografica che sono riusciti a trasmettere con il loro telefono, li colloca su una lingua di terra sabbiosa e arida a ridosso del confine Nord tra Tunisia e Libia. Nessuno aveva intenzione di rientrare nell’inferno dei campi di prigionia dei clan libico. Ma non hanno avuto scelta. Quando hanno tentato di fuggire, dalla parte tunisina sono state sparate raffiche che hanno spinto gli stranieri verso l’unica via di fuga, in direzione proprio della Libia. Solo alcuni sono riusciti a raggiungere la boscaglia e riparare tra i terrapieni dove sono stati lasciati senza alternative: uscire allo scoperto e venire catturati oppure tornare verso Zuara, in Libia. In una nota congiunta di diverse associazioni, tra cui il Forum tunisino per i diritti umani, Medecins du monde, Avvocati senza frontiere e l’italiana Asgi, spiegano che «all’arrivo al confine con la Libia, gli ufficiali della guardia nazionale tunisina avrebbero costretto i migranti sotto la minaccia delle armi ad attraversare il confine con la Libia». 

Trafficanti sempre pronti a sequestrare e ricattare​

Una volta attraversato il confine, un primo gruppo di migranti è stato catturato dai trafficanti in territorio libico. Una prassi ordinaria, con cui le milizie si approvvigionano di prigionieri da avviare alla tortura a scopo di estorsione e di nuovi schiavi per gli affari dei clan.  «Secondo le nostre fonti – aggiungono le organizzazioni che hanno raccolto testimonianze dirette in Tunisia e Libia – i migranti sono attualmente detenuti non lontano dalla frontiera, a Zouara, in una casa privata. Si dice che i rapitori abbiano chiesto circa 500 dollari a testa per il loro rilascio. Un altro gruppo di migranti, inizialmente bloccato a Ras Jedir. I loro telefoni, che sono irraggiungibili, sarebbero stati confiscati. Si dice che ci siano due donne incinte in questo gruppo, compresa una donna di otto mesi». Alcuni degli stranieri acciuffati in mare e poi abbandonati senza alcuna assistenza hanno raccontato che la polizia tunisina avrebbe prelevato i loro passaporti e i telefoni cellulari senza più restituirli. Tuttavia qualcuno è riuscito a nascondere il telefono da cui si è poi messo in contatto alcuni conoscenti.​ Nelle immagini si vede anche una donna costretta a partorire all’aperto, con il solo aiuto di un uomo che l’accompagna. Le forze armate, che avrebbero assistito al parto, li hanno poi trasferiti all’ospedale Ben Gardane, l’ultimo posto sanitario prima di entrare in Libia. Non si tratterebbe della prima volta. Altre testimonianze riferiscono di un’altra deportazione sommaria verso la Libia, avvenuta alla fine di agosto, che ha coinvolto anche molte donne e minori…

Elezioni vo cercando

Interessante in proposito è l’accurato report per Ispi di Federica Saini Fasanotti, Senior associate research fellow Medio Oriente e Nord Africa.

Negli ultimi tre mesi i fatti sembrano aver portato la Libia nuovamente in un vicolo cieco. Le tensioni tra il Governo di unità nazionale (Gnu) di Tripoli, ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite, e la Camera dei rappresentanti (HoR) di Tobruk stanno aumentando, complice anche la rinnovata presenza del maresciallo di campo Khalifa Haftar, spoiler del processo di pace che peraltro, al momento, non ha ancora voluto riconoscere il Gnu. Rimangono sul campo, esattamente come prima e incuranti di qualunque richiesta da parte della missione in Libia dell’Onu (Unsmil) e degli stessi libici – primo fra tutti il ministro degli Affari Esteri libico Najla Mangoush – Turchia, Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, oltre a mercenari provenienti dalle aeree subsahariane del Sudan e del Ciad. La loro presenza non fa che incrementare le frizioni fra i due schieramenti locali (Gnu e HoR), non lasciando prevedere nulla di buono riguardo alle prossime ipotetiche elezioni che dovrebbero tenersi il 24 dicembre di quest’anno. A riprova di ciò, il 21 settembre 2021 il Gnu è stato sfiduciato dall’HoR con 89 voti su 113, aggiungendo un’ulteriore problema ad una situazione già estremamente delicata.

Nonostante le risoluzioni 2570 e 2751 adottate lo scorso aprile dalle Nazioni Unite per cercare di affrontare i problemi legati al processo elettorale e al non avvenuto ritiro delle milizie straniere sul territorio, non ci sono stati cambiamenti positivi, come dimostrato dalle crescenti tensioni tra il Gnu e l’HoR

Il Libyan Political Dialogue Forum (Lpdf) in questi mesi ha perso buona parte del proprio smalto, scosso da continui disaccordi soprattutto riguardo alla sostanza della futura Costituzione, fondamentale per il buon funzionamento del processo elettorale. Ancora, infatti, non si è deciso ufficialmente se le elezioni saranno dirette o indirette e, qualora si riuscissero a tenere le presidenziali, se i candidati possano avere doppia nazionalità. Questo è un punto rilevante, in quanto alcuni personaggi di spicco dell’arena politica libica hanno passaporto americano (Haftar e l’attuale presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Mohamed El Menfi) o canadese (Ali Aref Nayed, ex ambasciatore libico negli Emirati Arabi Uniti). Nonostante ciò, lo scorso 18 agosto l’HoR ha deciso, senza consultare l’Alto Consiglio di Stato che esse avverranno per voto diretto.

Per quanto concerne le discussioni in merito a una nuova Carta costituzionale, il Presidente dell’HoR, Aguila Saleh, ha ultimamente affermato che la Libia possiede già una Dichiarazione costituzionale – la Transitional Constitutional Declaration (Tcd) del 2011 – atta a fare le veci di una Costituzione vera e propria, che definisce quindi le istituzioni della nazione, la divisione dei poteri, i diritti dei cittadini e così via. È evidente che se questi contrasti non verranno sanati il prima possibile, sarà impossibile che le elezioni si tengano. Oltre a ciò, non va dimenticato che le diverse fazioni miliziane libiche sono super-armate e questo potrebbe essere un problema enorme, qualora ci fossero denunce di brogli o disaccordi sugli eletti…”. 

“Un tema fondamentale in Libia  – rimarca ancora l’analista dell’Ispi – è quello legato alla sicurezza, a causa di truppe straniere operative su territorio libico e migliaia di miliziani libici in lotta per la spartizione del potere. Sono loro a costituire la più grande minaccia per la messa in opera di numerose riforme e, quindi, per una stabilizzazione duratura. A esse vanno poi aggiunte cellule di varia provenienza dell’estremismo jihadista, da al-Qaeda a Isis, che non hanno mai cessato di operare. Le sfide, in sostanza, rimangono esattamente quelle che si è trovato davanti il Gna: per questo i cittadini libici assistono ormai disillusi, dopo dieci anni di guerre civili, al fallimento della propria classe politica, tra un blackout elettrico e l’altro, sopportando anche continui tagli alla distribuzione idrica, tra le macerie e la sporcizia delle grandi città. In questo scenario desolante, la pandemia da Covid ovviamente non si è fermata: al 30 agosto si contavano 2.000 nuovi casi in più con 19 decessi, nonostante l’avvio di una campagna vaccinale più seria e sistematica”.

Che in questo scenario si possano immaginare elezioni libere, sicure, democratiche, più che una illusione, è una presa in giro. L’ennesima. 

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