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Il dramma dei reinsediamenti: 1,4 milioni di rifugiati allo sbando

È quanto emerge dalle ultime stime rese note dall’Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati, nel suo rapporto Projected Global Resettlement Needs 2022

Migranti etiopi
Migranti etiopi

Umberto De Giovannangeli

24 Giugno 2021 - 18.48


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Un crollo a fronte di un incremento degli aventi diritto.

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1,47 milioni di rifugiati avranno bisogno di reinsediamento nel 2022. È quanto emerge dalle ultime stime rese note dall’Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati, nel suo rapporto Projected Global Resettlement Needs 2022 pubblicato ieri.

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“Nonostante la pandemia, guerre e conflitti continuino a infuriare in tutto il mondo, costringendo alla fuga milioni di persone e impedendo loro di tornare alle proprie case. Con l’aumento dei bisogni umanitari di gran lunga superiori alle soluzioni, facciamo appello agli Stati affinché rendano disponibili più posti di reinsediamento per i rifugiati le cui vite sono in pericolo”, ha detto l’Assistente Alto commissario dell’Unhcr per la protezione, Gillian Triggs.

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Le proiezioni del 2022 si basano su diverse valutazioni dei bisogni di protezione e dei profili a rischio delle popolazioni di rifugiati, a livello globale.

Per il sesto anno consecutivo, i rifugiati siriani sono tra quelli con le maggiori necessità di reinsediamento, seguiti dai rifugiati della Repubblica Democratica del Congo, del Sud Sudan, dell’Afghanistan e dell’Eritrea.

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Come risultato della pandemia, molte delle persone che sono state costrette alla fuga si trovano ora ad affrontare una povertà accresciuta, indigenza e rischi diffusi quali sfruttamento, traffico, violenza sessuale e di genere, lavoro minorile, matrimoni precoci, arresto arbitrario, detenzione, deportazione e respingimento.

Tra i casi presentati dall’Unhcr agli Stati ai fini del reinsediamento, vi sono rifugiati con necessità di protezione legale e fisica, sopravvissuti alla violenza, donne, adolescenti e bambini a rischio, persone Lgbtiq a rischio, persone con esigenze mediche o che si trovano in circostanze e condizioni precarie.

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“Quasi il novanta per cento dei rifugiati del mondo sono ospitati in paesi in via di sviluppo, paesi che erano in affanno anche prima della pandemia e sono ora costretti a fare i conti con il peggioramento delle condizioni umanitarie sia per le comunità locali che per quelle sfollate”, ha detto Triggs.

“Non solo il reinsediamento è uno strumento di protezione che salva la vita dei rifugiati che si trovano in questi paesi d’asilo in condizioni di estrema vulnerabilità, ma è anche un modo tangibile per gli altri Stati di farsi avanti e contribuire a condividere questa responsabilità”.

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E’ questo un obiettivo chiave del Global Compact on Refugees, previsto in una strategia  triennale di reinsediamento e percorsi complementari sviluppata da tutte le parti coinvolte, compresi i governi, le organizzazioni internazionali, la società civile e l’Unhcr.

A causa dell’impatto della pandemia e del numero limitato di posti messi a disposizione dagli Stati, il reinsediamento dei rifugiati è crollato ai livelli più bassi mai registrati in almeno due decenni, sebbene il numero di persone costrette alla fuga sia aumentato.

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L’anno scorso, meno di 35.000 rifugiati su 20,7 milioni – assai meno dell’uno per cento – sono stati reinsediati.

Nel 2020 la chiusura delle frontiere indotta dalla pandemia e le restrizioni imposte agli spostamenti hanno reso necessaria una sospensione temporanea di molte operazioni di reinsediamento, con alcuni paesi che stanno ancora lottando per tornare ad essere ricettivi nei confronti dei rifugiati.

Nonostante le sfide attuali, le operazioni dell’Unhcr e diversi Stati di reinsediamento hanno potuto applicare maggiore flessibilità nel gestire e facilitare il reinsediamento. Questo ha garantito la continuità del programma e i trasferimenti salvavita dei rifugiati a rischio.

Persecuzioni e conflitti non vanno in quarantena

“Nonostante la pandemia da Covid-19, persecuzioni e conflitti non si sono fermati e, in tutto il mondo, le persone continuano a dover fuggire dalle proprie case in cerca di sicurezza”, ha avvertito l’Alto commissario delle Nazioni Unite, Filippo Grandi, in occasione in occasione di un forum annuale sul reinsediamento, tenutosi lo scorso giugno. 

“Il reinsediamento non potrà mai rappresentare la soluzione per tutti i rifugiati del mondo, ma per i pochi che sono più a rischio può significare la differenza tra la vita e la morte”, ha rimarcato in quell’occasione Grandi.

Il reinsediamento, che prevede il ricollocamento dei rifugiati da un Paese di asilo a un Paese che ha accettato di ammetterli sul proprio territorio concedendo il diritto di potervisi stabilire in modo permanente, permette di proteggere coloro le cui vite potrebbero essere in pericolo o che sono portatori di esigenze particolari che non possono essere prese in carico nel Paese in cui hanno cercato protezione.

Secondo l’Unhcr, i Paesi in via di sviluppo accolgono l’85 per cento dei rifugiati di tutto il mondo. Per regione di asilo, quella che comprende Africa orientale e Corno d’Africa continua a costituire la regione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento piu’ elevato. Seguono Turchia, che accoglie 3,6 milioni di rifugiati, Medio Oriente e Nord Africa, Africa centrale e regione dei Grandi Laghi.

L’Agenzia Onu per i rifugiati ribadisce che condividere responsabilità e mostrare solidarietà ‘ nei confronti degli Stati che assicurano sostegno alle popolazioni di rifugiati di vaste dimensioni, incrementando le opportunità che consentono ai rifugiati di trasferirsi in Paesi terzi grazie al reinsediamento e a canali di ammissione complementari, quali ricongiungimento familiare e programmi per l’impiego e gli studi, costituisce uno degli obiettivi chiave del Global Compact sui Rifugiati.

 Rivolgo un appello a tutti i Paesi affinché si facciano avanti assicurando ulteriori contributi volti a sostenere i rifugiati più vulnerabili, per esempio partecipando a programmi di reinsediamento, corridoi umanitari e altri meccanismi di ammissione, nonché mediante accordi in materia di istruzione, lavoro e ricongiungimento familiare. Il bisogno di solidarietà non è stato mai urgente quanto ora”. Così Grandi aveva concluso il suo intervento. 

 Un bisogno di solidarietà rimasto inevaso.

Apocalisse Sahel

Non solo Siria o Yemen. Le inarrestabili violenze in corso nella regione africana del Sahel ,per la prima volta nella storia, hanno ormai costretto oltre due milioni di persone a divenire sfollate all’interno del proprio Paese.

Le capacità di accoglienza delle comunità locali del Sahel, che si estende tra Burkina Faso, Ciad, Mali e Niger, e comprende alcuni dei Paesi meno sviluppati al mondo, hanno raggiunto un punto critico.

Si sta registrando una brusca impennata delle esigenze della popolazione in tutta la regione, in cui convergono crisi molteplici quali conflitto armato, estrema povertà, insicurezza alimentare, cambiamenti climatici e pandemia di Covid-19.

L’estrema vulnerabilità del Sahel è stata messa a nudo dall’impatto degli esodi forzati causati dalle orribili e diffuse violenze perpetrate da gruppi ribelli armati e bande criminali.

Le attività di risposta umanitaria sono messe pericolosamente a dura prova, pertanto l’Unhcr esorta la comunità internazionale a intensificare il supporto destinato alla regione. È necessario che gli Stati agiscano ora per aiutare i Paesi del Sahel a fronteggiare le cause alla radice di tali esodi forzati, promuovere uno sviluppo strategico e sostenibile, e rafforzare istituzioni quali scuole e ospedali, molte delle quali hanno cessato le attività a causa delle violenze continue. La situazione è peggiorata a causa della pandemia di Covid-19.

Il numero di sfollati interni nella regione è quadruplicato in soli due anni, considerato che se ne registravano 490.000 all’inizio del 2019. Oltre la metà di quelli attualmente presenti nella regione è composto da burkinabé. Nel Sahel, inoltre, trovano accoglienza oltre 850.000 rifugiati provenienti principalmente dal Mali.

Già nel corso di quest’anno, le violenze perpetrate in Niger e Burkina Faso hanno costretto più di 21.000 persone alla fuga per cercare rifugio altrove all’interno del proprio Paese.

In Burkina Faso, a partire dal 31 dicembre 2020, una serie di attacchi armati condotti contro la città di Koumbri e i villaggi limitrofi, nel nord del Paese, hanno costretto alla fuga più di 11.000 persone. La maggior parte è costituita da donne e bambini fuggiti di notte dopo che gli aggressori hanno aperto il fuoco contro le loro case. Si sono messi in salvo e ora sono accolti dalle comunità locali a Ouahigouya e Barga, a circa 35 km di distanza.

Malgrado la generosità mostrata dalle comunità di accoglienza, molti sfollati interni sono sprovvisti di riparo adeguato e dormono all’aperto. Necessitano con urgenza di alloggi, acqua e beni di prima necessità, nonché accesso a cure mediche e servizi igienico-sanitari adeguati a prevenire la diffusione del Covid-19.

Da un lato gli appelli, i preoccupati report, le richieste all’Europa e alla nuova amministrazione Usa. Dall’altro lato, quello della realtà, tragedie umane infinite come quella del Sahel o quelle che si consumano quotidianamente nel Mediterraneo o nell’inverno-inferno balcanico.  Nessuno può dire: non sapevo. 

 

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