Genocidio degli armeni: ecco perché Biden non fa sconti al "Dittatore" di Ankara Erdogan

Il presidente Usa dovrebbe fare l’annuncio sabato 24 aprile, la data che segna l’inizio dei massacri di armeni da parte dell’Impero Ottomano nel 1915 durante la prima guerra mondiale.

Il genocidio degli armeni

Il genocidio degli armeni

Umberto De Giovannangeli 22 aprile 2021

La Storia può trasformarsi in una bomba. Una bomba ad orologeria. Che scoppia un secolo  dopo con effetti che potrebbero terremotare sistemi di alleanze e innescare nuove tensioni e conflitti sullo scacchiere internazionale. E’ una bomba sulle relazioni tra gli Usa e  il principale alleato orientale della Nato, che potrebbe compromettere i loro rapporti. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden riconoscerà ufficialmente il genocidio armeno, ad opera della Turchia.

Biden vs.Erdogan

 Lo scoop esce dal New York Times e dal Wall Street Journal, secondo cui il presidente Usa dovrebbe fare l’annuncio sabato 24 aprile, la data che segna l’inizio dei massacri di armeni da parte dell’Impero Ottomano nel 1915 durante la prima guerra mondiale. Se la notizia fosse confermata si tratterebbe del primo presidente degli Stati Uniti a riconoscere il genocidio perpetrato dalla Turchia nei confronti del popolo armeno, il che porterebbe inevitabilmente a un deterioramento delle relazioni con Ankara. A Incirlik infatti,  nella Turchia orientale, esiste la base aerea più importante dell'Alleanza Atlantica, strategica permil controllo dell'Iran e dell'area mesopotamica. Secondo i due giornali comunque, Biden potrebbe ancora cambiare idea sulla decisione.

 Il genocidio armeno, definizione con cui si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, è  riconosciuto da una trentina di paesi e dalla comunità  degli storici. Si stima che tra 1,2 milioni e 1,5 milioni di armeni furono uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’Impero Ottomano, poi alleato con la Germania e l’Austria-Ungheria. Ma Ankara rifiuta l’uso del termine “genocidio e rifiuta ogni accenno di sterminio, evocando reciproci massacri in un contesto di guerra civile e carestia che hanno causato centinaia di migliaia di morti su entrambi i campi. Nelle marce della morte, che coinvolsero un milione e 200mila persone, centinaia di migliaia tra loro morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce furono organizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, secondo le alleanze tra Germania e Impero ottomano e si possono considerare come “prova generale” ante litteram delle più note marce della morte perpetrate dai nazisti ai danni dei deportati nei propri lager durante la Seconda guerra mondiale. Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall’esercito turco.

Cambio di linea

Appena pochi mesi fa, a fine Ottobre, il Congresso americano controllato dai democratici, approvò a larghissima maggioranza una mozione che riconobbe il primo genocidio del ventesimo secolo. Poche settimane dopo, a metà Novembre fu il turno del Senato americano, che era ancora a maggioranza repubblicana, a votare all’unanimità il riconoscimento del genocidio armeno. Una scelta bipartisan che è stata anche il frutto di anni di sforzi politici della diaspora armena.  A conferma del largo consenso che gode la questione armena negli Stati Uniti, un articolo scritto da Samantha Powell, diplomatica che ha servito nella seconda amministrazione Obama e membro del Partito Democratico, celebra il riconoscimento come un atto dovuto e la fine del ricatto della Turchia, la cui “pressione autocratica” aveva spinto gli Usa al silenzio “per troppo tempo”.  

Pochi giorni e il governo turco, che nega il genocidio perpetrato dagli ottomani nel 1915 e sostiene che le vittime furono il normale risultato degli scontri della Prima guerra mondiale, convocò l’ambasciatore degli Stati Uniti sventolando la minaccia di chiudere la base militare di Incirlik, dove sono ospitate testate nucleari americane.   La mozione votata dal Congresso non era vincolante, l’Amministrazione Trump poté bloccare il processo di riconoscimento. Il presidente, a pochi giorni dal perdere le elezioni, non voleva infastidire la Turchia in un momento in cui bisognava tenersi buono Erdogan in Siria, in Libia e nella Nato. Soprattutto dopo che gli accordi di Abramo avevano riportato il baricentro dell'interesse americano sul rapporto tra Israele - Arabia Saudita, paesi avversari della Turchia.

 

In cinque mesi molto è cambiato nella politica estera statunitense: riaprendo il dossier iraniano Biden non solo tenta di correggere gli accordi di Abramo, ma di fatto manda un chiaro segnale a Teheran di voler contenere l'influenza di Ankara proprio in Siria e contemporaneamente anche il Libia. Definire Erdogan come "dittatore" l'espressione usata dal nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi risulta ancora più comprensibile oggi di quanto non lo fosse stata solo due settimane fa. 

Un po’ di storia

Il movente fondamentale che ispirò l’azione di governo dei Giovani Turchi e del triumvirato fu l’ideologia panturchista, il sogno di un immenso territorio dal Mediterraneo all’altopiano turanico e la determinazione a riformare lo Stato su una base monoetnica, linguisticamente e culturalmente omogenea. Armeni, greci, assiri, ebrei: l’Impero ottomano era costituito di fatto da un mosaico di etnie e religioni. La popolazione armena, la più numerosa, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di uguaglianza, costituiva un ostacolo al progetto di omogeneizzazione del regime.

L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni che servì da base economica alla futura repubblica kemalista.

Il genocidio

La pianificazione avviene tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915, con l’aiuto di consiglieri tedeschi, data l’alleanza tra Germania e Turchia.
L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito Unione e Progresso (CUP) ha pianificato il genocidio, realizzato attraverso una struttura criminale paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’Organizzazione Speciale dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. La Prima guerra mondiale (1914-1918) offrì al governo dei Giovani Turchi l’occasione per risolvere una volta per tutte la “questione armena”, esplosa già al tempo del trattato di Berlino del 1878 a conclusione della guerra russo-turca. 

La notte del 24 aprile 1915, l’élite armena di Costantinopoli venne arrestata, deportata ed eliminata. Si procedette poi al disarmo e al massacro dei militari armeni, costretti ai lavori forzati sulla linea ferroviaria Berlino-Baghdad, e nella primavera fu dato il via alla deportazione sistematica della popolazione armena verso il deserto di Der es Zor.

Pochi vi giunsero vivi. La maggioranza fu sterminata nel corso di vere e proprie marce della morte. La quasi totalità degli armeni scomparve dalla terra abitata da più di duemila anni. I loro beni furono confiscati.

I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal, i triumviri esponenti del partito unico al potere. Emanarono i decreti di abolizione delle riforme, di deportazione e di confisca dei beni degli armeni - decreti mai ratificati dal parlamento - determinando la distruzione del popolo armeno.

Racconti dall’inferno

A perpetrare le violenze – raccontano le corrispondenze dall’inferno – sono soprattutto i «basci buzuck», i cavalieri dell’esercito turco, arruolati in tempo di guerra. Dopo quattro giorni di orrore, ad Adana sembra tornare un minimo di calma. “Ma – scrive il gesuita francese padre Lucien Benoit nel dispaccio pubblicato sul numero 1822 della rivista Le MissionicCattoliche (2 luglio 1909 – se le uccisioni cessarono nella città, proseguirono però nei dintorni. Tutte le masserie cristiane furono saccheggiate, e ve n’erano 360. (…) Lo stesso avvenne, non solo nelle altre masserie, ma anche nelle tre grosse villeggiature o vigneti, che i cristiani possedevano nei dintorni di Adana. Dopo aver ammazzato e saccheggiato, i turchi incendiavano le abitazioni… Certi particolari fanno fremere. Alcuni armeni venivano inchiodati in croce sui pavimenti, sulle porte o su tavole: delle giovanette venivano denudate e sventrate a colpi di coltelli: indicibili delitti erano perpetrati sopra ragazzette da 7 ad 8 anni. I carnefici giocavano colle teste di fresco recise e perfino sotto gli occhi dei genitori lanciavano per aria i bambini, che ricevevano poi sulla punta dei coltellacci. Quanti altri orrori la penna si rifiuta di descrivere! “Vieni – diceva un musulmano a suo figlio di 12 o 13 anni – vieni, prendi questo coltello, e faccia Allah ch’esso sia ben tagliente per sgozzare i cristiani!”…”.

E qualche giorno dopo: “Il mio ultimo dispaccio vi ha informato in poche parole del disastro di cui fu vittima la popolazione cristiana di Adana nelle giornate del l4, 15 e 16 aprile, come la nostra masseria fu distrutta e tutto il personale massacrato», scrive monsignor Terzian in una lettera datata 3 maggio 1909 (pubblicata sul numero 1819 di Le Missioni cattoliche). “Stavo per informarvi dettagliatamente dell’accaduto, quando, il 25 aprile, una nuova esplosione di fanatismo musulmano finì per annientare completamente tutti i nostri stabilimenti di Adana. La nostra chiesa, il nostro collegio, la nostra scuola femminile, il convento delle religiose, il presbiterio, il vescovado, tutto insomma fu preda delle fiamme, senza che potessimo porre in salvo la minima cosa”.

Le parole del gesuita padre Goudard suonano come il presagio della catastrofe: «Nei susseguenti giorni vi fu gran rumore nella città. Il martedì di Pasqua i cristiani non osarono uscir di casa. Rassicurati però dalle autorità, finirono per aprire le loro botteghe come al solito: era quello che si aspettava». Un accenno soltanto, che riporta però al centro la grave questione della connivenza di notabili e funzionari statali non solo nel non impedire ma nello spianare la strada ai massacri. «Quando all’orologio della città, che segna le ore turche, suonarono le 4 (le 11 e 1/2 circa), improvvisamente incominciò sul mercato poi in tutta la città una scarica di fucilata. Uno degli armeni più in vista, sig. David Urfelan, vien ucciso in pubblica via da un turco, che gli dice: “In nome del Dio sommo, incominciamo da te”. In tutta fretta, intanto che i padri Rigal e Tabet organizzano la difesa del collegio (il collegio S. Paolo dei gesuiti, ndr), due altri missionari, i padri Benoit e Sabatier, corrono dalle suore per rassicurarle. Al loro arrivo trovano la casa già invasa dai cristiani affollati”.

 Soluzione finale

La verità è che non si trattò di massacri reciproci, come sostiene oggi la Turchia. Il massacro degli armeni fu un genocidio deciso, organizzato e pianificato con la volontà di omologare il paese. Se la Turchia non l’ha mai voluto ammettere, è perché facendolo avrebbe dovuto riscrivere la sua storia.  In realtà, oggi potrebbe farlo tranquillamente perché è passato un secolo e perché il genocidio, pur non avendo per definizione una giustificazione, ha comunque una spiegazione. Riconoscendo la realtà dei fatti la Turchia compirebbe un gesto onorevole, invece preferisce umiliarsi nel diniego di un crimine piuttosto che umiliarsi nella rilettura di un periodo storico che ha segnato allo stesso tempo la sua sconfitta e la sua rinascita, la sua vergogna e la sua svolta repubblicana. 

Oggi la ferita resta aperta, tanto che la frontiera armeno-turca è ancora chiusa, l’Armenia avanza rivendicazioni territoriali sull’Azerbaigian dalle radici turche e i tizzoni di una guerra e di un crimine d’altri tempi sono ancora incandescenti”. Così scriveva Bernard Guetta in un articolo tradotto e pubblicato da Internazionale in occasione del centenario del genocidio. 

Un popolo senza pace. Oggi.

Scrive Lucia Gangale  su glistatigenerali.com: “Le foto scattate dal reporter di guerra Roberto Travan, inviato de La Stampa, documentano in modo agghiacciante quanto si sta consumando ora tra quelle montagne e pianure abitate dal popolo armeno. C’è una guerra in corso. A scatenarla sono stati azeri e turchi. Hanno bombardato l’Alto Karabach per conquistarlo. Padroni del cielo, gettano il panico tra la popolazione, sempre all’erta per trovare riparo in cantine e rifugi.  Circa il 90% dei 150mila abitanti del Karabach si è rifugiata in Armenia, mentre a combattere sono rimasti solo gli uomini. La guerra viaggia anche via etere. Gli azeri inviano sui telefonini degli armeni fuggiti immagini e messaggi circa torture ed uccisioni dei parenti dei fuggitivi. Sull’altro fronte, la Turchia schiera mercenari dell’Isis dalla Siria, che per soldi portano avanti una guerra fianco a fianco con azeri sciiti e con un governo post sovietico laicista. Il motivo di questa nuova e inaudita carneficina è da ricercare nel progetto di un nuovo impero ottomano che il presidente turco Erdogan ha ereditato dal passato e che prevede l’unificazione dei territori di Turchia e Azerbaigian, per ricostituire un nuovo impero ottomano, spazzando via il Karabach armeno che si trova proprio tra i due. Insomma, il leader turco vuole portare a compimento uno sterminio iniziato un secolo fa, come ha anche recentemente dichiarato la famosa scrittrice di origine armena Antonia Arslan. E questo tra l’indifferenza di Europa. Arslan ha tristemente dichiarato: “Vogliono la soluzione finale” ed ha ricordato che l’Armenia è stata il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana. È stata bombardata anche una cattedrale armena, con il dichiarato intento di colpire i cristiani.  Questo, dopo avere riconvertito in moschea la Basilica di Santa Sofia a Istanbul. E dopo avere passato l’estate a minacciare la Grecia per il controllo del Mediterraneo...”.

I disegni imperiali neo-ottomani del “Dittatore” di Ankara sono ambiziosi e inquietanti. E la “Historia”, come ebbe a scrivere Cicerone nell’opera “De Oratore”, è, o dovrebbe essere magistra vitae.