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Ungheria e Polonia: i "fasci cristiani" insanzionabili che sono così simili a Erdogan

Liberticidi, comprimono i diritti delle minoranze, nemici della libertà di stampa, iper-nazionalismo e magistratura al servizio del potere. L'unica differenza è la religione che entrambi usano come arma politica

Il presidente della Polonia Duda e Orban
Il presidente della Polonia Duda e Orban

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Dicembre 2020 - 16.07


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Attacco allo stato di diritto. Nazionalismo sfrenato. Bavaglio alla stampa indipendente. Opposizioni silenziate. Minoranze etniche sotto perenne attacco. Uso “fondamentalista” della religione. Movimenti di protesta criminalizzati. Ricatto all’Europa. Muri e fili spinati per blindare le frontiere. Domanda: cosa differenzia l’Ungheria di Viktor Orbán e la Polonia di Andrzej Duda dalla Turchia di Recep Tayyp Erdogan? L’autoritarismo del Sultano di Ankara è degno, giustamente di sanzioni, mentre quello dei due sodali di Budapest e Varsavia no, perché il primo è “islamista” e i secondi “cristiani”?

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L’autocrate magiaro

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Trenta marzo 2020. Con 137 voti a favore 53 contrarie zero astenuti, il parlamento ungherese ha approvato una nuova legge che autorizza l’Esecutivo a governare, ai sensi dello stato d’emergenza, attraverso decreti, senza alcuna supervisione efficace, senza una chiara data di chiusura e senza revisioni periodiche.

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“Questa legge istituisce uno stato d’emergenza privo di controlli e a tempo indeterminato e dà al governo di Viktor Orbán via libera per limitare i diritti umani. Non è questo il modo di affrontare la crisi posta dalla pandemia di Covid-19“, dichiara in una nota ufficiale David Vig, direttore di Amnesty International Ungheria.

La nuova legge prevede l’autorizzazione all’Esecutivo a governare attraverso decreti, senza una data di scadenza e senza alcuna clausola tale da consentire al parlamento di esercitare un controllo effettivo.

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Inoltre, introduce due nuovi reati incompatibili con le norme e gli standard del diritto internazionale dei diritti umani: chiunque diffonda informazioni false o distorte che interferiscano con “l’efficace protezione” della popolazione o crei in essa “allarme e agitazione potrà subire una condanna fino a cinque anni di carcere. Inoltre, chiunque interferisca nell’esecuzione di ordini di quarantena o di isolamento potrà essere a sua volta punito con cinque anni di carcere, che diventeranno otto se quell’interferenza sia causa di morte.

Abbiamo bisogno di forti garanzie in grado di assicurare che ogni misura limitativa dei diritti adottata sulla base dello stato d’emergenza sarà strettamente necessaria e proporzionale per proteggere la salute pubblica. Questa nuova legge conferisce al governo il potere illimitato di andare avanti a forza di decreti in nome della pandemia, ,aggiunge Vig.

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Il progetto di legge era stato già criticato dal Consiglio d’Europa, dal Parlamento europeo, dallOrganizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dallInternational Press Institute.

Durante i suoi anni come primo ministro, Orbán ha presieduto a un arretramento dei diritti umani, ha aizzato l’ostilità nei confronti di gruppi marginalizzati e ha cercato di ridurre al silenzio le voci critiche. Autorizzarlo a governare per decreti significherà con ogni probabilità proseguire lungo quella strada“, ha concluso Vig.

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Un rapporto dell’Ong statunitense Freedom House diffuso lo scorso maggio descrive l’Ungheria come un Paese che, dopo dieci anni di governo di Viktor Orbán, non può più essere considerato una democrazia:nel documento si afferma infatti che a causa del regime autoritario competitivo che nell’ultimo decennio ha sostituito la democrazia liberale sia più esatto definire l’Ungheria come una via di mezzo tra democrazia e autocrazia. 

Budapest ha respinto la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il parlamento ungherese ha infatti bocciato la Convenzione in quanto promuoverebbe, secondo l’esecutivo, l’ideologia di genere e della migrazione illegale. Il deputato Lorinc Nacsa, dei democratici cristiani e alleato di minoranza della coalizione con il partito sovranista Fidesz di Orbán, ha dichiarato davanti all’Assemblea che “l’approccio ideologico della Convenzione è contrario alla legge ungherese e alle credenze del governo”.
Tra i punti contestati dalla maggioranza di Orbán vi è quello relativo alla definizione di violenza di genere, che secondo il trattato include ogni forma di abuso e discriminazione basata sul sesso che colpisce non solo le donne ma anche le persone che non si identificano in un preciso genere. Per il parlamento ungherese tale approccio sarebbe inaccettabile in quanto promuoverebbe la teoria del gender. 
La maggioranza sostiene inoltre che l’Ungheria non ha bisogno di ratificare il trattato perché avrebbe già delle leggi ad hoc per la tutela delle donne 
Il vincolo della Convenzione, che impone alle nazioni di garantire protezione e accoglienza a chi ha subito violenza, favorirebbe inoltre l’immigrazione clandestina in contrasto con le leggi attualmente in vigore nel Paese; il governo respinge infatti la Convenzione con particolare riferimento alla parte in cui obbliga a dare asilo ai rifugiati perseguitati per il loro orientamento sessuale o per ragioni di genere.
La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, promossa dal Consiglio d’Europa, costituisce il trattato internazionale di più ampia portata volta a fronteggiare questa specifica violazione dei diritti umani. L’obiettivo perseguito è quello di tolleranza zero verso tale forma di violenza e una migliore sensibilizzazione verso il problema, così da rendere più sicura la vita delle donne sia all’interno che all’esterno dei confini europei. 
L’Ungheria aveva firmato la Convenzione nel 2014, ma ora Orbán fa dietrofront; le opposizioni hanno evidenziato che durante il periodo di quarantena le violenze domestiche sono aumentate, ma ciò non è servito a far cambiare idea al governo.

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Alla condanna delle Nazioni Unite si è unito il monito del Consiglio d’Europa su questa presa di potere illimitato che viola le regole democratiche.

Ma quello ungherese non è solo un regime sessuofobico. Se qualcuno avesse dubbi sulla riottosità dell’Ungheria verso l’euro basta ascoltare le numerose dichiarazioni di Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca Centrale ungherese e numero uno del Fidesz, l’Unione Civica Ungherese, un partito conservatore cristiano democratico sospeso dal 2019 dal Partito Popolare Europeo (PPE) per una campagna diffamatoria contro l’ex Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Matolcsy inneggia alla Brexit e all’energia nucleare, accusando tra l’altro i Verdi ungheresi di essere espressione dell’estrema sinistra.

Ci sono poi le prese di posizione di Orban sui Carpazi come bacino fondamentale per produrre cibo e acqua pulita per l’Ungheria dopo i cambiamenti climatici. Queste affermazioni si legano alla politica d’ingresso con doppia cittadinanza che Orban ha assicurato con la Costituzione del 2011 ai quasi 3 milioni di “ungarofoni” fuori dalle frontiere dell’Ungheria, nel bacino dei Carpazi, senza tenere conto che la metà di questi sono in Romania.

C’è da chiedersi cosa ne sia stato tra l’altro della risoluzione votata nel 2017 – e supportata da un Rapporto di Amnesty International – con la quale il Parlamento Europeo impegnava la Commissione ad avviare le procedure sancite dall’articolo 7 del Trattato, che prevede per gli stati membri che violino i diritti fondamentali dei cittadini una serie di sanzioni, fino alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo.

il piano polacco-ungherese improntato all’opportunismo politico dell’Unione Europea era già stato sancito nel 2016, proprio nei Carpazi. In quell’incontro storico, i due Paesi unirono le rispettive retoriche sulle politiche anti-migranti che li avrebbero portati a erigere muri di filo spinato e a condurre campagne elettorali foriere di nuove limitazioni delle libertà individuali, a partire da quella di stampa. Tutto questo per giustificare una deriva che non ha nulla a che fare con un’unione di intenti europeista, ma solamente con istanze opportunistiche legate all’accaparramento dei fondi strutturali europei.

Polonia infelix

Ventitre ottobre 2020. La Corte Costituzionale polacca stabilisce che l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malformazioni del feto è incostituzionale. Le leggi della Polonia sull’aborto erano già tra le più severe in Europa, ma questa sentenza significherà un divieto quasi totale di questa pratica. Una volta che la decisione entrerà in vigore, l’aborto sarà consentita solo in caso di stupro, incesto o se la salute della madre è a rischio.

“È disumano e spregevole costringere qualcuno a portare a termine una gravidanza, soprattutto se il feto è malformato, e il 98% degli aborti legali effettuati in Polonia fino a oggi sono dovuti a malformazioni fetali”, denuncia Lewandowska, attivista polacca per la salute sessuale e riproduttiva e per i diritti umani.

A causa delle restrizioni già vigenti, ogni anno circa 200mila donne polacche sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino, a cercare assistenza medica all’estero o a ordina le pillole abortive online, assumendole senza alcun controllo medico. Con il nuovo divieto la situazione non farà che peggiorare.

Le autorità polacche stanno facendo ricorso a misure durissime per reprimere le proteste pacifiche contro la decisione della Corte costituzionale che limita drasticamente l’accesso all’aborto. Amnesty International ha documentato l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità, tra cui il ricorso allo spray urticante, la criminalizzazione di manifestanti pacifici e l’incitamento alla violenza nei loro confronti da parte di autorità pubbliche.

 Di fronte a un divieto di aborto quasi totale, la popolazione polacca si è mobilitata in massa. Tuttavia, come se non bastasse violare i diritti riproduttivi della popolazione, le autorità hanno utilizzato questa opportunità per reprimere anche il diritto a manifestare pacificamente”, avverte Nils Muižnieks, direttore di Amnesty International per l’Europa.

Donne di ogni età, giovani ragazze e le loro nonne, si sono unite in massa per manifestare pacificamente e rivendicare i propri diritti. Per questo il ricorso all’uso eccessivo della forza da parte della polizia, le accuse sproporzionate usate contro i manifestanti e i discorsi di autorità pubbliche che potrebbero generare ulteriore violenza ci hanno così sconvolto”.

Draginja Nadazdin, direttrice di Amnesty International Polonia ha aggiunto: “Chiediamo alle autorità polacche di mettere fine all’utilizzo eccessivo della forza da parte della polizia e di lasciar cadere le accuse penali sproporzionate nei confronti di manifestanti pacifici. Il diritto alla libertà di riunione pacifica deve essere tutelato e l’attacco ai diritti sessuali e riproduttivi deve terminare”.

Secondo il Rapporto 2019-2000 di Amnesty International, “in Polonia l’indipendenza del sistema giudiziario, fondamentale per garantire processi equi e per la difesa dei diritti umani, è stata sfrontatamente minacciata da parte del partito al potere con azioni volte a controllare giudici e tribunali. Giudici e procuratori si sono ritrovati a rischiare un procedimento disciplinare per aver fatto sentire la propria voce in difesa del sistema giudiziario e di diventare a loro volta vittime di violazioni dei diritti umani. Molti sono stati oggetto di campagne diffamatorie sui mezzi di comunicazione di stato e sui social”. 

 “L’intolleranza verso le minoranze religiose ed etniche ha spesso assunto la forma di violenza e discriminazione”, rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “In Polonia, ad esempio, dove l’indipendenza del sistema giudiziario, componente essenziale dello stato di diritto, è finita sotto attacco quando il partito di governo ha adottato misure sempre più ardite per controllare giudici e tribunali”, annota Noury. Oppure in Ungheria, uno dei paesi europei dove negli ultimi anni si sono meglio adottate le politiche del controllo delle frontiere e dell’immigrazione. E, sempre a gennaio del 2019, in Polonia, il sindaco di Gdansk, Pawel Adamowicz, un sostenitore dei diritti delle persone Lgbti e dei migranti, è stato ucciso a coltellate durante un evento di beneficienza. E, sulla sponda occidentale, a giugno, Walter Lübcke, presidente del consiglio locale della città tedesca di Kassel, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa per il suo sostegno alle politiche di accoglienza dei rifugiati. Ma in tutta Europa sono continuati gli attacchi e gli episodi di discriminazione istituzionale contro gli stranieri. Contro le comunità rom, specialmente.

La conclusione del report di Globalist riprende l’inizio. Cosa distingue il fascionazionalismo dell’Est da quello elevato a regime da Erdogan?

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