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Togliere i soldi a Ungheria e Polonia finché non rispettano lo stato di diritto rafforza la Ue

L'Unione va ripulita dai sovranisti di Visegrad, dai respingitori di migranti, dagli ultranazionalisti, razzisti e antisemiti, dai fondamentalisti cattolici nemici delle donne e dei loro diritti.

Il presidente della Polonia Duda e Orban
Il presidente della Polonia Duda e Orban

Umberto De Giovannangeli

19 Ottobre 2021 - 15.52


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Un vecchio adagio recita: marciare divisi per colpire uniti. Riadattandolo allo scontro interno all’Unione europea, verrebbe così: dividersi per salvaguardare l’unità reale. E visto che siamo in vena di citazioni dottrinarie, eccone un’altra, di vecchio stampo leninista: epurandosi un partito si rafforza. In questo caso, il “partito” è l’Europa.

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Epurandosi ci si rafforza

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Epurandosi dei sovranisti (con i soldi altrui) di Visegrad, dei respingitori di migranti in servizio effettivo permanente, degli autocrati ultranazionalisti, razzisti e antisemiti, dei fondamentalisti cattolici nemici delle donne e dei loro diritti. Lo abbiamo scritto e lo ripetiamo: fuori Polonia e Ungheria dalla Ue. O, quanto meno, sospensione dei finanziamenti europei fino a quando a Budapest e Varsavia non verranno rispettai gli standard minimi di uno Stato di diritto.

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La primazia del diritto Ue

E’ il fondamento dell’eguaglianza nel modo in cui vengono trattati gli Stati, garantisce che tutti i cittadini godano degli stessi diritti: se non fosse così non ci sarebbe parità di trattamento e il mercato unico europeo. Siamo impegnati a un confronto positivo e costruttivo sulle questioni dello Stato di diritto’. Lo ha detto il ministro degli esteri sloveno Anze Logar aprendo il dibattito sullo Stato di diritto all’Europarlamento riunito a Strasburgo cui partecipano il premier polacco Mateusz Makowiecki e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Al centro del confronto la recente sentenza della Corte costituzionale polacca che ha considerato alcune disposizioni del Trattato europeo incompatibili con la costituzione nazionale.   

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“La recente sentenza della Corte costituzionale polacca mette in dubbio molte di queste cose – ha detto Ursula von der Leyen – siamo preoccupati per l’indipendenza dei giudici da tempo, perché l’immunità dei giudici è stata spesso rimossa senza giustificazione, questo minaccia l’indipendenza del sistema giudiziario che costituisce un pilastro dello stato di diritto. La situazione è peggiorata. La Commissione europea sta valutando attentamente la sentenza, posso già dirvi oggi che sono fortemente preoccupata perché mette in discussione le basi dell’Unione europea”.   “Non possiamo permettere e non permetteremo – ha proseguito – che i nostri valori comuni siano messi a rischio. La Commissione agirà e le opzioni sono tutte note. La prima opzione è la procedura d’infrazione per impugnare legalmente la sentenza del Tribunale costituzionale polacco”. “Un’altra opzione è il meccanismo di condizionalità e altri strumenti finanziari”, ha aggiunto la presidente. “Il Governo polacco – ha sottolineato – deve spiegarci come intende proteggere i fondi europei, vista questa sentenza della sua Corte costituzionale”.

“Il destino della Polonia è l’Europa”. Ha concluso la von der Leyen.  

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Il muro di Varsavia

 Decisa la posizione del premier polacco Mateusz Morawiecki : “Troppo spesso abbiamo a che fare con un’Europa dei doppi standard. Non dobbiamo lottare uni contro altri. Non dobbiamo cercare colpevoli dove non ci sono. La Polonia è attaccata in modo parziale e ingiustificato. Le regole del gioco devono essere uguali per tutti. Non è ammissibile che si parli di sanzioni. Respingo la lingua delle minacce e del ricatto”. Lo ha detto il premier polacco  intervenendo al Parlamento europeo.     “Per noi è una scelta di civiltà l’integrazione europea, noi siamo qui, questo è il nostro posto e non andiamo da nessuna parte, vogliamo che l’Europa ridiventi forte, ambiziosa e coraggiosa”.   “L’Ue è una grande conquista dei paesi europei ed è una forte alleanza economica, politica e sociale ed è organizzazione più forte meglio sviluppata della storia, però la Ue non è uno Stato, lo sono invece gli stati membri della Ue. Gli Stati sono quelli che rimangono sovrani aldi sopra dei Trattati”. Così proclama Morawiecki intervenendo al dibattito al Parlamento europeo sulla crisi dello Stato di diritto in Polonia.   “Nei trattati abbiamo concesso alcune competenze alla Ue ma non tutte le competenze”, ha aggiunto. 

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L’indipendenza del sistema giudiziario sotto minaccia

Secondo il Rapporto 2019-2000 di Amnesty International, “in Polonia l’indipendenza del sistema giudiziario, fondamentale per garantire processi equi e per la difesa dei diritti umani, è stata sfrontatamente minacciata da parte del partito al potere con azioni volte a controllare giudici e tribunali. Giudici e procuratori si sono ritrovati a rischiare un procedimento disciplinare per aver fatto sentire la propria voce in difesa del sistema giudiziario e di diventare a loro volta vittime di violazioni dei diritti umani. Molti sono stati oggetto di campagne diffamatorie sui mezzi di comunicazione di stato e sui social”. 

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 “L’intolleranza verso le minoranze religiose ed etniche ha spesso assunto la forma di violenza e discriminazione”, rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “In Polonia, ad esempio, dove l’indipendenza del sistema giudiziario, componente essenziale dello stato di diritto, è finita sotto attacco quando il partito di governo ha adottato misure sempre più ardite per controllare giudici e tribunali”, annota Noury.

Il veto sulle famiglie arcobaleno e sull’infanzia.

Pochi giorni fa la Polonia, insieme all’Ungheria, ha posto il veto sulle conclusioni del Consiglio Europeo sulla Giustizia relative alle politiche della Commissione sui diritti all’infanzia, che chiedeva azioni volte a porre fine alle mutilazioni genitali, contrastare il bullismo online dei giovani LGBTQI e migliorare la circolazione delle famiglie arcobaleno all’interno dell’UE.

Il fasciomagiaro

E i diritti non se la passano meglio nell’Ungheria del fasciomagiaro Viktor Orban.

Sempre dall’ultimo Rapporto di Amnesty International-

Discriminazione

A maggio, il parlamento ha proibito il riconoscimento legale del genere delle persone transgender e intersessuate, richiedendo la registrazione del sesso alla nascita in base a marcatori biologici e cromosomi, che non possono essere cambiati in un momento successivo. Ciò significa che le persone transgender non possono più cambiare il sesso sui documenti ufficiali e sui certificati, affinché rispecchi la loro identità di genere.

A luglio, la Corte europea dei diritti umani ha sancito che l’Ungheria aveva violato il diritto al rispetto per la vita privata e familiare di un uomo transgender originario dell’Iran. Egli era stato riconosciuto come rifugiato in Ungheria a causa delle persecuzioni per la sua identità di genere, ciononostante le autorità si erano rifiutate di riconoscere legalmente il suo genere e il nome.

A dicembre, il parlamento ha approvato una legge che nega alle persone Lgbti il diritto all’adozione, insieme al alcuni emendamenti discriminatori alla costituzione, che specificavano che “la madre è una femmina e il padre è un maschio” e che l’Ungheria “protegge l’identità sessuale dei bambini alla nascita”.

Donne

A maggio, la Curia (la corte suprema ungherese) ha confermato che il reparto maternità dell’ospedale della città di Miskolc aveva discriminato le donne rom incinte provenienti da contesti svantaggiati e a basso reddito, poiché i compagni che assistevano al parto erano obbligati per ragioni igieniche ad acquistare e indossare un “indumento per la maternità”. Ciò ha spesso costretto le donne rom a partorire senza il supporto dei compagni. La corte ha ordinato la cessazione di tale pratica.

La discriminazione di genere sul luogo di lavoro e nel mercato occupazionale ha colpito in modo particolare le donne incinte e le donne con bambini in tenera età che volevano tornare al lavoro. Le autorità non sono state in grado di garantire accesso a rimedi efficaci nei casi di licenziamenti illegittimi.

 Violenza contro donne e ragazze

A maggio, il parlamento ha adottato una dichiarazione politica che chiedeva al governo di non ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), nonostante l’avesse inizialmente sottoscritta nel 2014.

 Diritto all’istruzione

A gennaio, il governo ha lanciato una campagna coordinata di comunicazione e stampa per screditare 63 rom ex alunni delle elementari della città di Gyöngyöspata che erano riusciti a portare in tribunale con successo un caso di segregazione e bassa qualità scolastica. Nonostante la campagna del governo, a maggio la Kúria ha confermato che il risarcimento loro riconosciuto doveva essere versato totalmente e senza ritardi.

A marzo, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha espresso grave preoccupazione per la continua segregazione dei bambini rom in classi speciali, l’aumento del divario nel conseguimento di risultati tra bambini rom e non rom e la mancanza di dati sulla situazione dei bambini rom nell’ambito dell’istruzione.

A settembre è stato attivato nelle scuole elementari e secondarie un nuovo piano di studi nazionale, che era stato adottato senza un’ampia consultazione pubblica e nonostante le diffuse proteste del personale scolastico.

Tra settembre e novembre, studenti dell’università di arti del teatro e del cinema nella capitale Budapest hanno occupato l’ateneo per protestare contro la riorganizzazione, controllata dal governo, delle proprietà e della gestione che, a loro parere, avrebbe ristretto la libertà accademica. Diversi docenti di spicco si sono dimessi.

A ottobre, la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che l’Ungheria aveva violato le regole dell’Ue sulla libertà accademica, attraverso gli emendamenti del 2017 alla legge sull’istruzione superiore, che hanno costretto l’Università centrale europea a uscire dal paese.

 Libertà d’espressione, associazione e riunione

Un disegno di legge adottato a marzo in relazione alla pandemia da Covid-19 ha introdotto un aumento delle sanzioni per il reato di “diffusione o trasmissione d’informazioni false” relativamente alla pandemia e alle risposte del governo. Esso ha introdotto il reato di ostacolo all’esecuzione di un ordine di quarantena o isolamento.

A metà giugno sono state adottate disposizioni transitorie che modificavano le norme applicabili durante uno “stato d’emergenza medica” e davano al governo la possibilità di limitare arbitrariamente i diritti alla libertà di movimento e di riunione pacifica.

Sempre a giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che le restrizioni della legge sulla trasparenza delle organizzazioni sostenute dall’estero, imposte sul finanziamento delle organizzazioni della società civile da parte di donatori stranieri, violavano il diritto comunitario.

A luglio, la redazione e quasi 100 giornalisti si sono dimessi da Index, il portale di notizie online indipendente più importante del paese, in risposta al licenziamento del suo redattore capo. I redattori avevano annunciato pubblicamente che la loro indipendenza era a rischio in seguito all’acquisizione del ramo pubblicitario del portale da parte di un dirigente strettamente legato al governo.

 Diritto d’asilo

Il governo ha perso tre cause giudiziarie riguardanti violazioni degli obblighi internazionali, comprese le direttive Ue in materia di asilo e condizioni di accoglienza. Ad aprile, la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che l’Ungheria non ha adempiuto agli obblighi previsti dal diritto comunitario rifiutandosi di ricollocare richiedenti asilo nell’ambito del regime obbligatorio dell’Ue, istituito in solidarietà con l’Italia e la Grecia.

A maggio, la Corte ha stabilito che la detenzione automatica da parte dell’Ungheria dei richiedenti asilo nei centri di detenzione di frontiera, noti come “zone di transito”, violava la legislazione dell’Ue, poiché le misure di detenzione erano sproporzionate, oltrepassavano il limite di tempo massimo e non potevano essere impugnate in tribunale. Anche se inizialmente ha contestato la sentenza, nello stesso mese il governo ha sgomberato le “zone di transito”.

A giugno sono state introdotte nuove regole che hanno limitato fortemente l’accesso all’asilo. Le misure transitorie, biasimate dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, toglievano ai richiedenti asilo la possibilità di presentare domanda all’interno dell’Ungheria, richiedendo invece loro di sottoporre prima una “dichiarazione d’intenti” presso ambasciate selezionate al di fuori del paese. Entro fine anno, solo poche dichiarazioni erano state registrate e a una sola famiglia era stato dato il permesso di entrare in Ungheria e presentare domanda d’asilo. A ottobre, la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione, sostenendo che le restrizioni erano illegali.

Coloro che entravano irregolarmente, per lo più dalla Serbia, sono stati espulsi, spesso collettivamente. A fine anno, i respingimenti della polizia oltre la recinzione di confine avevano superato i 30.000, in violazione dell’obbligo di valutare individualmente il rischio di refoulement, il ritorno forzato d’individui in paesi in cui rischiano gravi violazioni dei diritti umani. A dicembre, la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che tali rimpatri violavano il diritto dell’Ue.

Ecco perché “epurandosi ci si rafforza”.

 

 

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