Guerre dimenticate, embarghi fasulli, popoli assediati: nonostante Covid-19

È passato poco più di un mese dal 23 marzo, il giorno dell’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres per un “cessate il fuoco” globale. Ma nulla

Migranti esposti ail coronavirus

Migranti esposti ail coronavirus

Umberto De Giovannangeli 26 aprile 2020

Per non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Per non dimenticare che Senza una pace globale milioni di persone moriranno per l’impatto della pandemia”.


E’ passato poco più di un mese dal 23 marzo, il giorno dell’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres per un “cessate il fuoco” globale, - che renda possibile alle organizzazioni umanitarie di combattere la pandemia da Covid19 al fianco dei Governi. Ma un mese e tre giorni dopo, in tanti Paesi dilaniati da guerre e violenze si continua a morire. A ricordarlo, in un documentato report, è Oxfam.


Le armi non tacciono


Dopo 5 anni di guerra che ha già fatto più di 100 mila vittime totali, in Yemen continuano gli scontri, nonostante la fragile tregua dichiarata di recente dalle parti in conflitto. Solo pochi giorni fa i combattimenti tra gli Houti e le forze governative hanno causato decine di morti, mentre si sono verificati bombardamenti anche durante il cessate il fuoco.


Nel Paese 20 milioni di persone non hanno accesso a cure di base e con metà delle strutture sanitarie, carenza di medici e materiali, si deve far fronte ad un nuovo picco di colera che potrebbe provocare 1 milione di nuovi nel 2020, che andranno a sommarsi all’impatto del Covid che è già arrivato nel Paese.


A Gaza, in un clima di continua tensione e insicurezza, si contano già 15 casi di Covid-19, con 70 posti in terapia intensiva per oltre 2 milioni di abitanti intrappolati nella Striscia. La situazione  Nella Striscia, sottoposta da oltre 13 anni all’assedio di Tsahal, l’esercito d’Israele, è arrivata a un punto tale che sono aumentate le amputazioni per mancanza di alternative mediche.


In Africa occidentale, l'impatto del Coronavirus, combinato con la stagione secca e il conflitto in corso nell’area, potrebbe causare la fame per 50 milioni di persone entro agosto.


“Questi sono solo alcuni esempi, che evidenziano come la pace in tante regioni del mondo oggi più che mai, non sia rinviabile, nemmeno di un giorno. Mentre il mondo affronta una terribile pandemia, il commercio e la produzione di armi non si ferma e in molti Paesi si continua a sparare e a lanciare bombe – afferma  Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – Se l’appello delle Nazioni Unite, rilanciato anche da Papa Francesco, non verrà rispettato, milioni di persone moriranno con l’arrivo e l’espandersi del virus nelle zone di conflitto. Per molte organizzazioni come Oxfam, al lavoro in questi Paesi, portare gli aiuti necessari a combattere la pandemia è vitale, ma per farlo è necessaria una tregua senza eccezioni, che coinvolga i diversi attori anche locali coinvolti. Un “cessate il fuoco globale” che può essere realizzato solo se restiamo uniti nell’intento di costruire un mondo di pace”.


Oxfam assieme ad oltre 70 organizzazioni in tutto il mondo sta lanciando una campagna per un cessate il fuoco globale a sostegno della richiesta delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di spingere tutte le parti a deporre le armi e costruire la pace.


Embarghi fasulli


Quanto alla Libia, alla faccia della missione europea Irini – messa in piedi, o meglio in mare,  per far rispettare l’embargo Onu sulle armi -    le armi non solo continuano ad arrivare ai due fronti opposti – quello del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj e quello dell’uomo forte della cirenaica, il generale Khalifa Haftar - ,ma l’inviata dell’Onu Stephanie Williams ha lanciato un allarme molto specifico: “La Libia sta diventando un campo di sperimentazione per nuovi sistemi d’arma”. Violando l’embargo delle Nazioni Unite, in queste ore stanno arrivando armi che ancora non erano state sperimentate in Libia. La Williams ha citato esplicitamente il caso del “RPO-A”: “È il lanciafiamme/lanciagranate (di fabbricazione russa, ndr) RPO-A, una sorta di sistema termobarico che è stato schierato alla periferia meridionale di Tripoli”. Lo RPO-A è sostanzialmente un lanciagranate che invece di sparare bombe esplosive lancia degli ordigni incendiari che agiscono come lanciafiamme a lunga distanza.
Il secondo tipo di armi distruttive citate dalla Williams sono i droni-kamikaze: “Ci sono nuovi droni che stanno arrivando, incluso un tipo che sostanzialmente è un drone-sucida, che esplode al suo impatto a terra. Sono solo due esempi di armi schierate in contesto urbano (alla periferia di Tripoli, ndr) che sono totalmente inaccettabili”. 


Coronavirus: si teme la catastrofe a Idlib


Un allarme è stato lanciato da Save the Children  per quanto riguarda il nord-est della Siria, dove ci sono stati i primi casi certificati di Covid-19. In un quadro così complicato mancano i macchinari per fronteggiare la situazione e garantire adeguate cure agli ammalati. “Sono disponibili meno di trenta letti per la terapia intensiva, solo dieci ventilatori per adulti e un ventilatore pediatrico”, ha riferito Sonia Kuch, direttrice dell’emergenza Siria per l’Organizzazione non governativa, fornendo una fotografia precisa dell’emergenza. “Questa carenza rende fondamentale la prevenzione, ma come si possono lavare le mani spesso nei campi e nelle città dove i rifornimenti idrici non arrivano regolarmente? Come può una persona socializzare a distanza in rifugi che un tempo erano delle scuole e che oggi sono fortemente sovraffollati?”, ha aggiunto Kush.


E sempre in Siria non va sottovalutata la condizione dei curdi, nel Kurdistan siriano, ancora sotto la minaccia turca. Le strutture sanitarie non sono in grado di affrontare la diffusione dei contagi, rischiando di provocare una strage tra la popolazione curda. In questo caso mancano totalmente le terapie intensive e i ventilatori: la diffusione del Coronavirus potrebbe fare strage di civili.


Le guerre dimenticate


Non solo Yemen, Siria, Gaza, Libia. L’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede che sia garantita maggiore protezione alle persone coinvolte nelle violenze derivanti dalla ripresa delle operazioni militari contro i gruppi armati nelle regioni del Sahel e nel Lago Ciad, in Africa occidentale.


Migliaia di persone sono fuggite quotidianamente dalle proprie case e dai villaggi a partire dal 29 marzo, quando le forze di sicurezza di Niger, Ciad, Nigeria, e Camerun hanno lanciato un’operazione di repressione dei gruppi armati responsabili di attacchi lungo le regioni frontaliere ai danni di civili e militari dei Paesi citati.


“La sicurezza delle popolazioni sfollate e delle loro comunità di accoglienza deve costituire una priorità per tutte le parti in conflitto”, dichiara Aissatou Ndiaye, Vice Direttrice dell’Ufficio dell’Unhcr per l’Africa occidentale e centrale. “Nelle regioni del Sahel e del bacino del Lago Ciad, sono troppi i civili ad aver già pagato un prezzo elevato e non devono patire ulteriori sofferenze”.


Quasi 50.000 persone, tra cui migliaia di donne, bambini e anziani, sono state sfollate nella regione quest’anno, comprese le 25.000 costrette alla fuga quando l’esercito del Ciad ha lanciato l’operazione ‘Ira di Boma’ presso le rive del Lago Ciad, alla fine di marzo, col supporto militare di altri Paesi. Le autorità del Ciad hanno dichiarato i dipartimenti di Fouli e di Kaya zona di guerra a tutti gli effetti. Inoltre, più di 4.000 persone sono state sfollate a causa dei combattimenti scoppiati all’inizio del mese nella regione di Tillaberi, in Niger, mentre a centinaia hanno varcato i confini per mettersi in salvo in diverse aree del Mali nelle quali vigono già situazioni di pericolo.


"Attacchi e contrattacchi stanno costantemente spingendo le popolazioni che vivono a ridosso delle aree di frontiera in condizioni di miseria sempre più profonda e rischiano di vanificare qualunque progresso conseguito nel processo di rafforzamento della loro resilienza” aggiunge Aissatou Ndiaye.


Altre 6.000 persone, inoltre, sono fuggite dal Niger al Mali andando a unirsi agli almeno 10.000 maliani sfollati all’interno del proprio Paese a causa della serie di rivolte che hanno flagellato la regione del Sahel da gennaio 2020. 


In Niger, nel primo trimestre del 2020, Unhcr e partner hanno registrato 191 incidenti e 549 vittime in un raggio di 50 chilometri dalle frontiere. Gli incidenti includono attacchi, omicidi, rapimenti, furti ed estorsioni, nonché casi di violenza sessuale e di genere. 


L’Unhcr richiama i governi a rispettare gli obblighi internazionali e a onorare gli impegni assunti durante i dialoghi regionali di alto livello tenutisi l’anno scorso ad Abuja e a Bamako. In quell’occasione gli Stati hanno rinnovato l’impegno a proteggere i civili per evitare che cadano vittime delle operazioni antiterrorismo.


L’Unhcr è pronta a supportare gli sforzi profusi a livello regionale per mantenere la natura civile e umanitaria dell’asilo e agevolare l’accesso degli aiuti. L’Agenzia continua a collaborare con le autorità per individuare una località sicura presso cui trasferire le persone. 


Per molti anni, conflitti armati e violenze hanno messo a dura prova sia la regione del Sahel sia quella del Lago Ciad. Dal punto di vista umanitario la situazione è estremamente drammatica e l’accesso a tutta l’area è limitato. Circa 3,8 milioni di persone sono sfollate all’interno di entrambe le regioni e 270.000 vivono nei Paesi limitrofi in qualità di rifugiati.


Stop alle sanzioni


Dell’arrivo del Coronavirus in Iran si sa già da settimane, ma le autorità di Teheran non forniscono notizie certe e questo potrebbe nascondere la drammaticità degli effetti del virus della Repubblica Islamica, alle prese con le pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti. In soccorso della situazione del Paese, Pax Christi ha lanciato un appello all’amministrazione Trump, affinché sospenda il pesante embargo economico nei confronti dell’Iran, ma anche della Siria e della Striscia di Gaza.


La richiesta di Pax Christi, in una lettera aperta rivolta personalmente al capo della Casa Bianca, mette in evidenza come la crisi pandemica causata dalla diffusione del Covid-19 stia aggravando le condizioni delle popolazioni delle aree colpite dalle sanzioni economiche americane, che stanno già soffrendo per la carenza alimentare, la mancanza di acqua pulita e forniture sanitarie. Da qui la forte richiesta di sospendere le misure per rendere più agevole l’affrontare le conseguenze della pandemia.


Guerre dimenticate, embarghi fasulli, sanzioni criminali. Il Coronavirus non ha “pacificato” il mondo.