La scuola afgana che sfida talebani e fondamentalisti con le classi miste

Maschi e femmine gli uni accanto agli altri: un progetto incredibile in una zona infestata da Isis e talebani voluto dalle militanti di Rawa

Bambine in una scuola dell'afghanistan

Bambine in una scuola dell'afghanistan

globalist 31 gennaio 2020

di Cristiana Cella



La vita in costruzione

Il villaggio non è diverso dagli altri, una grande spianata di rocce e sassi in mezzo a un cerchio di montagne. Una difesa naturale. Il colore della terra bruciata dal sole, ovunque. Qualche piccolo orto, circondato da muretti, pochi alberi, ordinati, giovani, qualche macchia di verde. La vita in costruzione. Come il futuro ospedale, l’unico presidio medico della zona. Cominciano ora, con l’autunno, a scavare le fondamenta, l’estate è torrida qui e non si può lavorare. La scuola invece c’è già, è in piena attività. Si sentono le risate e la cantilena dell’alfabeto dietro alla voce del maestro. Ci sono classi miste, maschi e femmine gli uni accanto agli altri, incredibile qui. Il villaggio è uno spazio arido, un teatro vasto e povero ma aperto al possibile. Qui, in mezzo ai sassi, i semi di futuro possono crescere. Gli uomini armati sopra il tetto della scuola sono quasi immobili, guardano lontano, sorvegliano. Proteggono un tesoro. Capita che arrivino i rifugiati interni (IDP) che scappano dalle zone di guerra aperta, dalla violenza di Daesh e talebani. Sanno che qui possono trovare rifugio.
Pagano qualcosa al governo per un pezzo di terra e si costruiscono la casa, ricominciano a vivere. In questa stagione invernale arrivano anche i nomadi kuchi, le macchie di colore ondeggianti dei vestiti delle donne appaiono e scompaiono tra le case, sui viottoli di polvere. Siamo in una delle regioni più pericolose dell’Afghanistan, a quaranta minuti da qui c’è la roccaforte dell’Isis. Uno spazio senza nome, come tutti i progetti delle militanti di Rawa, protetto dall’anonimato.
L’hanno fondato loro questo villaggio per farne un’oasi di rispetto, di diritti , di crescita, per uomini e donne liberi. In pochi sanno che appartengono all’organizzazione clandestina ma le rispettano e le sostengono nel loro lavoro. Sono circa mille le militanti, sparse in tutto il paese. Spesso non si conoscono o si conoscono solo quando devono lavorare insieme. Hanno dovuto sottrarre questo spazio alla brutalità dei fondamentalisti con una tenacia inflessibile, a colpi di carte bollate e minacce.
L’altra scuola del villaggio, rigorosamente maschile, è gestita da un fondamentalista accanito del partito Hezb-e Islami, che le maledice ogni giorno nelle sue preghiere e cerca di ostacolarle in ogni modo. Ci sono corsi di alfabetizzazione per le donne, c’è un progetto che affida una bella capra dal pelo lungo a ogni famiglia. Le donne sono tutte in burka sopra i vestiti colorati, lo alzano per sorriderci, mostrano i loro visi, belli, diversi uno dall’altro, capelli scuri o rosso tiziano. Si allontanano chiacchierando, contente, con la loro capra al guinzaglio.
Come è possibile costruire un’oasi di diritti proprio sui piedi dei più feroci fondamentalisti? La risposta è nell’abbraccio di due uomini anziani, belli, pieni di dignità. Si ritrovano con piacere, si vedono spesso, hanno combattuto insieme molti anni fa e continuano a farlo. Le armi sono diverse, la lotta è la stessa. Uno è un vecchio amico di Rawa, vive qui vicino. Ci ha offerto un ricco breakfast, a casa sua, nella prima luce del mattino, con uova, formaggio, olive , pane, tè e yoghurt, per accoglierci dopo il lungo viaggio.
Hamed è stato un ‘vero mujahiddin’ come lo chiamano qui non un jihadi. Ha combattuto i russi negli anni ’80 ma anche i capi fondamentalisti che hanno distrutto il paese, ha perso gran parte della sua famiglia in quella guerra bifronte, seguendo i suoi ideali progressisti, proteggendo questi villaggi dalla furia di russi e mujahiddin. Per la gente di qui, che lo ha visto combattere e ha visto morire i suoi, è un mito, una leggenda. Il suo sogno continua da 40 anni. L’altro uomo, Majid, era suo compagno a quei tempi, è il capo di un villaggio confinante.
‘Se osassero attaccare il villaggio, sotto la protezione di Hamed, tutta la popolazione si armerebbe per difenderlo. – dice Sahar, militante di Rawa- Non gli conviene. La sicurezza viene dalla fiducia conquistata, dalla protezione delle persone che abitano qui e che continuano ad arrivare. Gli ostacoli ci sono , ogni giorno, ma non ci fermiamo. Costruiremo l’ospedale e apriremo altri corsi per le donne. Insegneremo loro la dignità oltre che a leggere, scrivere, lavorare e pretendere i propri diritti. Sono tutti con noi e non sono gente che si fa intimidire.’ Si costruiranno anche dei pozzi nella zona vicina, Ahmed ci porta a visitarla. Ci sono costruzioni antichissime, dei tempi dei Buddha di Bamyan. L’acqua buona c’è ma a 50 metri sottoterra, ora riescono ad arrivare solo a cinque. E i bambini muoiono di dissenteria. Cominceranno a scavare appena arriveranno i soldi. Le pompe per l’acqua rigorosamente a energia solare, Ahmad è ingegnere, un ingegnere green.
Impiccati di cartone
Inizia a piovigginare. La gente arriva alla spicciolata. La polizia in assetto antisommossa è schierata. Siamo al parco di Shar-e-Nau, nel cuore di Kabul. Il governo ha vietato le manifestazioni per le strade, che sono state teatro di orribili attentati. Si può protestare solo in questo recinto tra gli alberi, circondato da una rete di metallo, una specie di gabbia. E’ Hambastagi, il Partito della Solidarietà, l’unico laico e democratico del paese, a organizzare la dimostrazione contro la liberazione di Haqqani e di altri due talebani, in cambio di due professori americani, rapiti nel ‘16. C’è ancora incertezza, qualcuno dice che sono già in Qatar, qualcuno, speranzoso, che sono tornati in prigione. La liberazione avverrà ufficialmente due giorni dopo, per ora, le voci si inseguono e l’indignazione è forte tra la gente. Non sono tre personaggi di poco conto. Anas Haqqani è figlio del fondatore della Rete Haqqani e fratello dell’attuale leader. Un altro era il responsabile del settore attacchi suicidi. Tutti e tre hanno compiuto stragi e attentati devastanti.
Giornalisti e cameramen sono già schierati. L’evento avrà una certa risonanza sui media locali. Ci sono molti giovani, soprattutto donne. Due ragazzine, vestite a festa, con mascherina e sciarpe a coprire il volto, sostengono un cartello più grande di loro con i volti delle vittime dei tre talebani. Gridano i loro slogan più forte di tutti. Saltano, per fare arrivare più in alto la voce. Altri due ragazzi, sorreggono una forca da cui penzolano con una corda rossa le sagome di cartone di Haqqani e dei suoi compari. Selay Ghaffar, portavoce del partito, parla a lungo con foga e passione. Per Ghani e Trump rilasciare tre assassini è un successo. Ghani vuole intascare la nomina Usa alla sua nuova presidenza, anche Trump se lo giocherà nelle elezioni e la mossa distensiva farà tornare in auge le trattative interrotte. I talebani riportano a casa tre leaders. Tutti contenti dunque, tranne il popolo afghano che non vuole dimenticare gli eccidi, la violenza, i delitti, il sangue di cui i tre sono responsabili. L’assenza di giustizia, l’impunità per i crimini, la corruzione, sono questi i virus che stanno perdendo il paese.
Le rispondono gli slogan che la gente grida sempre più forte. Ora il recinto è pienissimo. Dopo il comizio, i dimostranti decidono. Escono dalla gabbia sfidando la polizia e i divieti. Percorrono le strade del centro, hanno tutti i volti coperti. ‘La gente è con noi, dice Selay, ci stringono la mano mentre passiamo, quasi di nascosto. Ci dicono che vorrebbero essere al nostro fianco, che questi criminali dovrebbero essere processati non graziati. Ma hanno paura, partecipare è pericoloso. La vita è un filo che si spezza facilmente qui, ognuno deve salvaguardare la propria. La paura rende fragili. Si capisce.’ Gli organizzatori sono soddisfatti, niente attacchi, né morti, né feriti, né arrestati consenso e visibilità. A Kabul non si può chiedere di più.
I giovani cercano di reagire, con mezzi diversi, a volte fantasiosi, al baratro che il paese ha di fronte. Siamo a Dasht Barchi, un quartiere polveroso di casermoni poveri, molti in costruzione, abitato prevalentemente da sciiti, di razza hazara. Le scale sono buie e strette, non finiscono mai, la nostra meta è all’ultimo piano, la sede di una associazione culturale, sociale e artistica. La stanza è grande, due lati completamente occupati da una vetrata. E’ così in molte case di Kabul, da qui si vede la città ai nostri piedi e il dirigibile spia americano fermo nel cielo a sorvegliare. I ragazzi aspettano seduti a terra contro la luce accecante, proiettano le loro ombre sulla moquette chiara, uno accanto all’altro, ragazze e ragazzi. Le ragazze sono in maggioranza, alcune bellissime, nei loro chador colorati. Molti arrivano da Bamyan, una provincia relativamente sicura e di mentalità aperta. Una rarità nel paese. La riunione è un confronto tra il partito Hambastagi e l’associazione. Alcuni di questi ragazzi sono già iscritti al partito. Lavorano insieme da qualche mese. Hambastagi segue con attenzione i gruppi di giovani che protestano. C’è chi fa murales, chi suona per la strada chi, come l’Afghan Youth Freedom Lovers, ha messaggi politici molto chiari. Durante le scorse elezioni hanno riempito di vernice rossa le facce dei warlords candidati.
Selay parla di loro e racconta le attività del partito, come la manifestazione del giorno prima, le proteste spontanee a Takar e Farah, che cercano di sostenere perché abbiano un futuro.
’E’ un fatto nuovo questo. A Takar, la popolazione non sopportava più le angherie e le violenze impunite del commander governatore, un seguace di Gulbuddin, (feroce capo integralista, criminale di guerra e recentemente riabilitato dal governo e dagli Usa) che ne faceva di tutti i colori. Così si sono organizzati e hanno circondato la sua casa. Erano tantissimi, inferociti e armati, hanno trovato la forza di ribellarsi. Il commander se l’è data a gambe e non è più tornato.’
I ragazzi ascoltano, annuiscono, parlano molto. Fanno volontariato nelle scuole, aiutano gli studenti universitari nelle tesi e, così, incontrano molti giovani come loro e possono trasmettere le loro idee di democrazia e giustizia. Mi chiedono cosa si dice in Italia e in Europa della situazione afghana, se se ne parla, se qualcuno si muove per la tragedia del loro paese, se ci sono manifestazioni. Purtroppo devo deluderli. Ci rimangono male. Chiedo qual è per loro la speranza più grande per L’Afghanistan. Abbassano la testa, riflettono, le ragazze si aggiustano il velo parlottando tra loro. Risponde un giovane:’ E’ il cambiamento delle persone, lo vediamo ogni giorno, nelle famiglie, nelle comunità. Il cambiamento di visione e di consapevolezza di ciò che stiamo vivendo. E’ già in atto e non si fermerà.’